Per la 3a volta in gara al Festival di Sanremo con il brano Prima o poi, Michele Bravi ha voluto ricordare Umberto Bindi nel corso di una conferenza stampa andata in scena nel pomeriggio.
Nato a Genova nel 1931, Bindi si presentò in gara al Casinò di Sanremo nel 1961 con una pelliccia di foca foderata di visone e con addosso quattro milioni di lire in gioielli: orologio, anello, bottoni della camicia e gemelli di brillanti. Il suo brano, Non mi dire chi sei, si classificò all’undicesimo posto, ma sui giornali nessuno parlò di quella canzone, bensì dell’anello vistosamente indossato, e più volte inquadrato dalle telecamere Rai. Il chiacchiericcio lo travolse, i giornali si chiedevano se fosse gay, Bindi venne bandito dal Festival fino al 1996, quando tornò sul palco insieme ai New Trolls.
Il ricordo di Umberto Bindi firmato Michele Bravi
Stasera atteso all’Ariston con la cover di Domani è un altro giorno (Ornella Vanoni – 1971) da cantare insieme a Fiorella Mannoia, Bravi ha ricordato come Umberto Bindi avesse “un carattere ironicamente malizioso, sfidava il pubblico, ci giocava, ma fu praticamente cacciato dalla scena musicale perché aveva un anello al mignolo e quell’anello lo tacciò per tutto il resto della sua carriera. Io ho un anello al mignolo e posso fare questo lavoro. Questo perché artisti come Umberto Bindi ci hanno lasciato tantissimo ma purtroppo non quanto avrebbero potuto”. Il potere della rappresentazione LGBTQIA+ e della visibilità, oggi possibile grazie a chi ha condotto battaglie sui diritti in passato, pagandone spesso il prezzo in prima persona.
“Se un mio messaggio può far arrivare un Umberto Bindi che invece può cantare tutto quello che vuole cantare lo faccio volentieri”. “Io faccio parte di questa comunità, mi sono sempre esposto in maniera abbastanza tranquilla. Vengo da una famiglia in cui mi è stata insegnata sin da subito una grande libertà di sè. Di capirsi, indagarsi, esprimersi. Quando mi sono ritrovato esposto mi sono inevitabilmente ritrovato a diventare un portavoce di un messaggio ma non perché me lo sono insignito da solo ma perché è inevitabile“.
Cancellato dal Festival perché gay
Nel 1988 Umberto Bindi fece coming out, dopo decenni di rumor, al Maurizio Costanzo Show. Ma la sua carriera era stata letteralmente stroncata, nel momento del suo decollo. L’Italia bigotta di un tempo non accettò quel cantante apertamente sè stesso che diede vita a perle come «Il nostro concerto», «Il mio mondo», «Arrivederci», scrivendo poi «La musica è finita» di Ornella Vanoni. Deceduto nel 2002, dai più dimenticato e in attesa del sussidio Bacchelli, Bindi venne celebrato durante il Festival del 2018, quando Gino Paoli e Claudio Baglioni, cantarono Il nostro concerto, al vertice dei singoli più venduti nel 1960 per 10 settimane. “Vorrei ricordare questo nostro amico, grande musicista, massacrato nell’attimo più giusto della sua cariera da un odio che spesso ancora oggi resiste contro i diversi, i diversi che hanno qualcosa in più e non qualcosa in meno. Era Umberto Bindi. E questa era la canzone che sarebbe stata il suo lancio, se non ci fosse stato questo odio“, disse Paoli, suo grande amico, davanti a quasi 12 milioni di italiani. Sempre Gino, nell’aprile 2002, lanciò su Il Messaggero un appello affinchè venissero concessi i benefici della legge Bacchelli a Bindi, in povertà assoluta. Il vitalizio arrivò ma il mese dopo Umberto, in ospedale a causa di un rene fuori uso, quattro by-pass, un’angioplastica e il fegato distrutto da un principio di cirrosi, morì. Era il 23 maggio del 2002.
Nel 2023 è uscito un libro dal titolo “L’anello di Bindi. Canzoni e cultura omosessuale in Italia dal 1960 a oggi” di Ferdinando Molteni, partendo proprio dalla ‘crocifissione’ festivaliera di Umberto per arrivare agli artisti di oggi “che con l’estetica gay giocano, talvolta in modo parodistico e, senza neppure rendersene conto, sbeffeggiano e umiliano quanti hanno lottato perché le loro paillettes fossero bene accette sul palcoscenico più reazionario e retrivo d’Italia”.

