Scalfarotto: “Perché digiuno? La politica, da sola, non basta più”

Intervista al sottosegretario, digiuno da due settimane "perché di questa legge si parli".

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Non è uno sciopero della fame, è un digiuno. Ci tiene a precisarlo, il sottosegretario Ivan Scalfarotto, che abbiamo intervistato per capire le ragioni della sua scelta e per chiarire alcuni dubbi su cosa sta succedendo nel Pd e in Parlamento a proposito delle unioni civili.

Un digiuno, non uno sciopero. A prescindere dalla definizione, una scelta che è stata molto contestata, anche all’interno della comunità lgbtqi. Quali sono le ragioni che stanno dietro a questa decisione.
È un digiuno perché non ha le connotazioni della protesta. Il mio obiettivo è attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema dei diritti civili. E mi rivolgo alla stragrande maggioranza di questo Paese agli occhi della quale la questione appare trascurata perché non di fondamentale importanza.

Se l’opinione pubblica non vede i diritti civili come un tema prioritario, non è anche responsabilità di una classe politica che ha sempre detto che le priorità erano altre?
In parte sì, ma la classe politica è espressione del Paese. Ogni paese ha la classe politica che si merita. Se pensiamo agli anni ’70 dobbiamo ricordare che le leggi di forte avanzamento civile approvate allora (penso al divorzio e all’aborto, ad esempio), passarono perché c’era una forte pressione da parte dell’opinione pubblica. Oggi abbiamo gli avversari dei diritti che organizzano il Family Day da una parte, e dall’altra la comunità e i suoi amici che partecipano ai Pride. In mezzo, una grande parte dell’opinione pubblica che magari simpatizza per i diritti civili, ma è convinta che si tratti di solo di una questione che riguarda una minoranza. Invece è una questione che ha a che fare con lo stato di salute della democrazia e se non passa questo concetto nel Paese, sarà più difficile farcela. Io punto a fare sì che le persone si chiedano perché un membro del governo digiuna e si rispondano che forse non è una questione così futile.

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Lei è il sottosegretario di un governo il cui premier ha garantito che farà questa legge, firmata dal suo partito di cui il premier è anche il segretario. Non c’è un corto circuito, nel suo gesto? Chi la critica, forse si aspettava un’azione meno simbolica e più incisiva.
Da quando sono in Parlamento ho usato tutti i mezzi della politica per fare le cose. Sono il primo che ha fatto approvare una legge sui diritti delle persone lgbti almeno ad un ramo del Parlamento, e questo si è ottenuto solo utilizzando gli strumenti della politica. Poi, la legge si è arenata in Senato perché se da un lato chi si oppone ai diritti civili lo fa con l’efficacia e la determinazione di chi combatte la battaglia della vita, chi sostiene queste leggi lo fa, magari anche con convizione, come il Pd, ma come una delle numerose cose da fare per modernizzare il Paese. Davanti a una situazione del genere, gli strumenti della politica da soli non sono più sufficienti.

Al netto del merito, se legge contro l’omofobia ha superato il vaglio della Camera e si è arenata al Senato, significa che non c’era sufficiente volontà per portarla a compimento?
In Senato i numeri sono diversi da quelli della Camera e il fatto che la battaglia degli oppositori venga condotta come una questione di vita o di morte ha portato anche a questo. Durante la discussione di quella legge, solo Avvenire, che rappresenta il fronte dei contrari, pubblicava quotidianamente aggiornamenti. Nessuno giornale progressista, né Repubblica, né il Manifesto, per dirne due, faceva lo stesso a sostegno del testo. Io vorrei che questo cambiasse con le unioni civili, che ci fosse sempre l’attenzione alta. Il mio gesto serve a questo. Da quando ho iniziato il digiuno, se ne parla ogni giorno e ne ha parlato anche la stampa estera.

I sondaggi fatti negli ultimi mesi, però, parlano chiaro: la maggioranza degli italiani è favorevole alle unioni civili se non anche al matrimonio e ai pride partecipano sempre più eterosessuali.
Sì, è vero, ma una cosa è dire: “Se passa questa legge sono d’accordo”, un’altra è essere disposti a mobilitarsi perché venga approvata. Nelle classifiche internazionali, l’Italia è vicina alla Bielorussia e lontana

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dalla Francia e dalle grandi democrazie. Io voglio che la gente si chieda se vuole che il suo Paese sia considerato simile alla Bielorussia e risponda di no. Ho visto una piazza riempirsi per dire no all’uguaglianza, ma non ho visto una piazza riempirsi per dire sì. Certo, ci sono i pride, ma hanno un’altra funzione che è anche storica. La domanda è: il lettore di Repubblica scenderebbe in piazza, convinto che si tratta di una questione qualificante di una democrazia, per dire sì a questa legge?

In molti si sono chiesti perché, invece di digiunare, non fa pressione su Renzi perché applichi il suo cosiddetto decisionismo per portare a casa questa legge.
Di solito questa domanda arriva dagli stessi che quel decisionismo, in altre circostanze, l’hanno condannato, come una compensazione, come se usarlo sulle cose che piacciono emendasse presunti errori del passato. Io mi auguro che Renzi non metta la fiducia sulle unioni civili e che non faccia un decreto legge che, per altro, il Presidente Mattarella non firmerebbe perché non rispecchierebbe i criteri di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione. Questa è una materia tipicamente parlamentare. Poi, vorrei ricordare che stiamo parlando del primo Presidente del Consiglio di sinistra che ha detto con chiarezza che una legge sulle unioni civili è indispensabile e questo è un elemento molto rilevante. Basti ricordare che D’Alema disse che il matrimonio è un sacramento, che Amato parlò dei matrimoni ugualitari come di atti contrari all’ordine pubblico e che Letta ha scelto di partecipare alle Olimpiadi di Sochi nel pieno delle polemiche contro le leggi omofobe di Putin.
Renzi ha detto più volte che questa legge va fatta. L’ha detto pubblicamente, anche in TV e quando un premier dice delle cose in pubblico, il cittadino si chiede perché il capo del Governo ritiene che quelle siano una priorità. Il messaggio che passa è che è davvero una cosa importante.

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Al di là della fiducia e dei decreti, Renzi è anche il segretario del Pd, al quale ha più volte chiesto disciplina di partito. Perché non anche in questa circostanza?
A me non piace usare l’espressione “temi etici”, ma certo queste sono questioni che riguardano la base valoriale dei singoli parlamentari ed è difficile invocare la disciplina, in questi casi. Detto questo, la linea del partito c’è ed è chiara. Non era mai successo prima che si facessero riunioni di gruppi parlamentari esclusivamente su questo tema, per fare un esempio. Credo che Micaela Campana, che segue insieme a Monica Cirinnà tutta la vicenda, stia facendo un ottimo lavoro in questo senso. La linea del partito è quella che il DDL Cirinnà va approvato. Questo non significa che su ogni dettaglio ci debba essere l’accordo di tutti. Il nostro è un partito che lascia grande libertà. Nessuno finora è stato espulso per avere votato contro un provvedimento voluto dal Governo, ad esempio. Ma vorrei ricordare che a differenza della scorsa legislatura, nessun parlamentare del Pd, ora, pensa che la legge non si debba fare.

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I punti cruciali sono le stepchild adoption e la reversibilità della pensione su cui NCD non transige. D’altro canto, anche Monica Cirinnà e Micaela Campana hanno dichiarato lo stesso, dalla posizione opposta. Eppure di parla ancora di “mediazione con l’alleato di governo”. Su cosa si media?
Una forza di Governo cerca sempre l’accordo con i suoi alleati perché questo ti dà una sicurezza in più. La lealtà dell’alleanza di Governo ti garantisce che un provvedimento venga approvato, mentre se l’accordo è con le opposizioni, c’è sempre il rischio che queste, per strategie loro, ritirino l’appoggio all’ultimo minuto rimettendo tutto in discussione. Campana e Cirinnà hanno garantito che su stepchild adoption e reversibilità non si tratta al ribasso e io non ho ragione di credere che non sarà così. Alcune mediazioni sono già state fatte, ad esempio specificando che le unioni civili sono un istituto originario e togliendo i riferimenti alle norme del codice civile sul matrimonio. Penso che siano queste le cose su cui si tratta.

Sebbene tutti si augurano che venga approvato nella sua stesura attuale, il DDL Cirinnà è considerato già un compromesso al ribasso dalla comunità lgbtqi che teme che anche questa volta non si arrivi a niente, sfiduciata da anni di promesse non mantenute.

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Io accetto le critiche che vengono rivolte anche a me e capisco la sfiducia e la rabbia. Anche io sono preoccupato che alla fine non arrivi un risultato tangibile. Ed è anche per questo ho scelto di fare un gesto eclatante. Interromperò il digiuno quando avrò la certezza che non arriveremo a fine legislatura essendo ancora accanto alla Bielorussia. A prescindere dalla calendarizzazione, che pure mi piacerebbe avere, voglio la garanzia che la legge venga considerata essenziale per questa legislatura, soprattutto dopo la sentenza della Corte Suprema statunitense. C’è un prima e un dopo quella sentenza che costituisce un punto di non ritorno, anche per le motivazioni. Ora non si può più fare finta di niente. Ma sono ottimista: da quando ho iniziato il digiuno, l’attenzione è cresciuta e questo certamente aiuta l’iter della legge. È vero, non è il matrimonio, ma tra la perfezione, a cui certamente aspiriamo, e il vuoto, io preferisco comunque ottenere un risultato, perché intanto che discutiamo ci sono le vite delle persone che hanno bisogno che quei diritti vengano riconosciti.

di Caterina Coppola

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