Serbia, l’autocrazia filorussa e anti-diritti di Vucic e le proteste studentesche che potrebbero abbatterla

La mobilitazione ha portato alle dimissioni del primo ministro Vučević, promotore della legge sugli "agenti stranieri" e paladino della repressione anti-LGBTQIA+.

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Decine di migliaia di persone si sono unite alla protesta studentesca apartitica che ha portato alle dimissioni del primo ministro Miloš Vučević
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Mentre l’attenzione internazionale è sulle imponenti proteste anti-russe in Georgia, c’è un’energia nuova anche nelle strade di Belgrado, Novi Sad e di oltre duecento altre città e paesi della Serbia. Un’energia che, secondo i ricercatori storici, non si vedeva dai tempi delle rivolte studentesche del 1968. 

A catalizzarla non sono i partiti d’opposizione, ridotti a comparse in un sistema ormai blindato, né le ONG sempre più asfissiate dalla repressione governativa, ma una generazione di studenti e giovani che ha deciso di dire Basta!. Basta! alla corruzione endemica che avvelena ogni settore della società serba.

Basta! alla progressiva deriva autoritaria del governo di Aleksandar Vučić, che con il suo Partito “Progressista”  ha trasformato la Serbia in un laboratorio di autocrazia moderna, sempre più allineata alla Russia di Vladimir Putin e sempre più lontana dalla tanto agognata integrazione UE, ferma dal 2021. Basta! a un sistema che, oltre a soffocare il dissenso politico, ha inasprito la repressione della comunità LGBTQIA+ e degli attivisti per i diritti umani.

Se le proteste esplose a Novi Sad alla fine del 2024 – e ormai ininterrotte da oltre tre mesi – sono nate come risposta all’ennesimo scandalo di corruzione, oggi incarnano infatti qualcosa di più profondo: un rigetto del cinismo politico che vede nella gestione del potere il fine ultimo, in un paese dove le istituzioni sono state svuotate della loro funzione originaria per diventare semplici ingranaggi di un meccanismo di autoconservazione del proto-regime.

E questa volta la feroce repressione da parte delle autorità non è bastata. Le manifestazioni hanno continuato a crescere, guadagnando l’attenzione dei media internazionali e costringendo il governo a sacrificare alcuni pezzi della sua scacchiera politica nel tentativo di placare la protesta – tra cui lo stesso primo ministro, Miloš Vučević. Ma è troppo tardi: il movimento ha dimostrato di avere una struttura, una strategia e soprattutto un obiettivo chiaro.

Serbia, la miccia che ha acceso la rivolta

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“Avete il sangue sulle mani” è il leitmotive della mobilitazione contro una corruzione che negli anni ha portato a diverse stragi come quella di Novi Sad

Il 1° novembre 2024, il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad ha provocato la morte di 15 persone e il ferimento di altre due. Un disastro che si aggiunge a una lunga serie di tragedie in un paese martoriato da infrastrutture fatiscenti e lavori pubblici gestiti con logiche opache. Ma questa volta, qualcosa si è spezzato.

L’opinione pubblica ha immediatamente collegato il disastro alla corruzione endemica del governo, in particolare alla malagestione della ricostruzione della stazione, affidata a una rete di imprese vicine ai vertici del SNS. Nel giro di pochi giorni, il malcontento è esploso in una protesta studentesca che ha rapidamente travolto l’intero paese – a cui si sono uniti lavoratori, pensionati, agricoltori.

Nel chiedere giustizia per le vittime della tragedia, i manifestanti hanno però questa volta formulato anche una chiara e ambiziosa piattaforma rivendicativa che parte dal basso. Vogliono trasparenza negli appalti pubblici. Vogliono le dimissioni di figure chiave del governo coinvolte in scandali di corruzione. Vogliono un aumento sostanziale del budget per l’istruzione superiore. E soprattutto vogliono che la Serbia cessi di essere un feudo autoritario mascherato da democrazia.

L’orbita russa e la normalizzazione dell’autoritarismo

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Da tempo, studiosi, osservatori internazionali e organizzazioni di advocacy lanciano l’allarme sulla fragilità dello stato di diritto in Serbia

Per cogliere pienamente la portata delle mobilitazioni studentesche in Serbia, è però fondamentale inserirle nel contesto politico attuale. Negli ultimi anni, il paese ex sovietico ha imboccato una traiettoria sempre più autoritaria, rafforzando nel contempo il suo allineamento con Mosca sia sul piano ideologico che su quello politico. Se da un lato Vučić ha mantenuto un’apparente apertura nei confronti dell’Unione Europea, soprattutto per continuare a beneficiare dei fondi strutturali e delle agevolazioni commerciali, dall’altro ha infatti implementato politiche che ricalcano i modelli repressivi del Cremlino, consolidando il controllo del potere attraverso limitazioni alle libertà civili e un soffocante apparato di sorveglianza.

Uno degli elementi più eclatanti del processo è stata, a fine 2024, l’approvazione della legge sugli “agenti stranieri”, provvedimento modellato su quello russo che impone severe restrizioni alle ONG e ai media indipendenti finanziati dall’estero, con l’obiettivo di ridurli al silenzio. Parallelamente, il governo ha intensificato la repressione contro la comunità LGBTQIA+, vietando eventi pubblici (si ricordi il tentativo di reprime l’Europride del 2022), limitando il diritto di associazione e alimentando la solita narrazione che dipinge le battaglie per i diritti civili come un’ideologia imposta da un Occidente in declino morale. Tanto che diverse ONG a tematica LGBTQIA+ hanno mostrato la propria solidarietà e si sono unite alle proteste, tra cui Labris – la più antica e influente organizzazione ancora operante nel paese.

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Ma il problema più profondo che la Serbia affronta sin dal 2003, quando l’allora prima ministro e sostenitore delle riforme democratiche Zoran Đinđić fu assassinato in circostanze misteriose, è la corruzione, diventata non più eccezione ma prassi nella gestione della cosa pubblica.

Da tempo, studiosi, osservatori internazionali e organizzazioni di advocacy lanciano l’allarme sulla fragilità dello stato di diritto in Serbia: “Il regime opera con le dinamiche di un’organizzazione mafiosa” spiega al Guardian Srđan Cvijić, politologo e presidente del comitato consultivo internazionale del Belgrade Centre for Security Policy (BCSP), un think tank indipendente. “La corruzione è radicata in ogni livello del sistema

Appalti pubblici assegnati con una trasparenza pressoché inesistente, una magistratura sempre più subordinata al potere politico e una libertà di stampa minacciata, in un modello di governo reso possibile da una combinazione di controllo mediatico, uso mirato della repressione e una sistematica delegittimazione di qualsiasi forma di opposizione.

Ma la storia insegna che persino i regimi più consolidati vacillano quando il malcontento raggiunge un punto di rottura. E le decine di migliaia di persone che hanno riempito le piazze di oltre 200 città e paesi in tutta la Serbia sono la prova tangibile di una frattura che non può più essere ignorata.

Siamo qui per difendere il nostro futuro politico e il destino del nostro Paese” spiega al Guardian Jovan Stikić, 19 anni, studente di ingegneria all’Università di Belgrado. “Il partito al governo continua a dipingere questa mobilitazione come una protesta antigovernativa e incostituzionale, ma la realtà è un’altra: stiamo lottando proprio per questo Paese e per la sua Costituzione“.

Il regime serbo verso il crollo

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Bruxelles ha infatti scelto di non esporsi direttamente a sostegno della mobilitazione, probabilmente per non compromettere i negoziati di adesione della Serbia

Quello che colpisce della mobilitazione serba, come di quella georgiana, è stata la sua capacità di organizzarsi in modo capillare ed efficace, senza una leadership verticistica e senza essere fagocitata dai partiti d’opposizione. Gli studenti hanno bloccato la Serbia con la disobbedienza civile, occupando edifici universitari, bloccando arterie stradali e creando un network di resistenza che ha reso impossibile al governo ignorare la protesta.

Le manifestazioni si sono estese a oltre 100 città, e la loro forza simbolica è stata tale da spingere persino alcuni membri del governo a prendere le distanze dalla gestione repressiva della crisi. Vučić, dopo un iniziale tentativo di minimizzare l’evento, è stato costretto a sacrificare il primo ministro Miloš Vučević e il sindaco di Novi Sad Milan Đurić, che hanno rassegnato le dimissioni nel tentativo di placare la rabbia della piazza.

Ma le concessioni non sono bastate. Il movimento continua a crescere, e il silenzio dell’Unione Europea sulla crisi serba diventa così ancora più assordante. Bruxelles ha infatti scelto di non esporsi, probabilmente per non compromettere i già fragili negoziati di adesione della Serbia. Una neutralità che di fatto avvantaggia Vučić, il quale può continuare a presentarsi come un leader indipendente, capace di negoziare con entrambe le sponde del nuovo ordine geopolitico.

La grande incognita è cosa succederà adesso. Se da un lato le proteste hanno dimostrato che esiste una società civile ancora in grado di opporsi al governo, dall’altro la strategia del regime potrebbe evolversi in una repressione ancora più dura una volta che l’attenzione mediatica internazionale inizierà a calare.

Le possibilità sono due: o il movimento studentesco riuscirà a trasformarsi in una forza politica capace di incidere nel lungo periodo, segnando l’inizio della fine dell’apparentemente incrollabile sistema Vučić, oppure verrà progressivamente smantellato, come è successo a molte altre proteste in Europa orientale negli ultimi anni. In entrambi i casi, la Serbia non tornerà a essere la stessa.

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