Sette artisti con cui celebrare il Gay Pride

Dalla potenza degli scatti al fidanzato morto di Aids di David Wojnarowicz all'analisi della repressione di Simon Fujiwara: ecco come sette artisti contemporanei hanno raccontato l'omosessualità.

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6 min. di lettura

Tutti abbiamo guardato attoniti le immagini e le testimonianze di Orlando questa settimana (> qui per il nostro speciale <) chiedendoci “perché?”. Non so quanto tempo serva ancora alla società per vedere la nostra natura per quello che è, ma penso che l’unica cosa che noi, in quanto uomini e donne gay possiamo fare sia una sola: continuare ad essere noi stessi, con la consapevolezza che non siamo sbagliati e che l’omosessualità esiste da sempre.

Infatti, alcune delle figure storiche più importanti mai esistite lo erano: William Shakespeare (gran parte dei suoi sonetti amorosi sono dedicati a un youth, un giovane ragazzo), l’imperatore Adriano (se siete interessati all’omosessualità nel mondo greco e romano vi consiglio di leggere Secondo Natura di Eva Cantarella e Memorie di Adriano della scrittrice Marguerite Yourcenar, sebbene in quest’ultimo il tema sia trattato solo in parte), Leonardo da Vinci, Michelangelo, Caravaggio e molti altri.

In occasione del mese del pride e per rendere omaggio alle vittime di Orlando uccise solamente per essere loro stessi, ho selezionato alcuni artisti LGBTQI di epoca più recente, la cui arte mette al centro proprio questo: la riflessione sull’omosessualità.

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Crawford-Barton-Beautiful-Men
From “Beautiful Men” (1976), Crawford Barton

Il primo artista di cui vi vorrei parlare è il fotografo americano Crawford Barton, attraverso i cui scatti siamo trasportati nelle strade della San Francisco degli anni ’70, durante il pieno fiorire di una comunità gay aperta e sfacciata e dove Harvey Milk teneva i primi comizi. Come l’artista stesso affermò, “[attraverso le mie foto] cercavo di essere un cronista, un osservatore di persone meravigliose[cercavo] di offrire al contempo piacere e [un senso di] orgoglio.” Il suo libro di fotografie “Beautiful Men” racchiude e racconta tutta la storia visiva di quegli anni.

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Two-Men-Kissing-in-Castro-Street,-From-“Beautiful-Men”-(1976)-Crawford-Barton
Two Men Kissing in Castro Street, From “Beautiful Men” (1976) Crawford Barton

Di ben altra matrice sono invece le foto di altri due artisti attivi sulla scena newyorchese tra gli anni ’60 e gli anni ‘80: Peter Hujar e il fidanzato David Wojnarowicz. Gli scatti di Hujar affrontano tematiche più carnali e animalesche, dove
il corpo, il sesso e l’eros diventano muse del suo obiettivo. Particolarmente iconiche sono le foto in cui l’artista sceglie di immortalare la sublimazione dell’orgasmo vista sul volto di chi lo prova.

Orgasmic Man (I, II & III), 1969, Peter Hujar
Orgasmic Man (I, II & III), 1969, Peter Hujar

Dobbiamo tenere a mente che in questo periodo, quindi nel pieno boom della crisi dell’AIDS in America, sul piano pubblico l’esistenza stessa della malattia veniva costantemente insabbiata. La macchina fotografica di David Wojnarowicz diventa quindi un’arma usata per sovvertire il discorso pubblico, i cui scatti portano questa realtà nascosta sotto gli occhi ciechi della società.

Untitled (Peter Hujar) 1989_a
Untitled (Peter Hujar), 1989 David Wojnarowicz

Fotografando e filmando il corpo inerme del compagno appena morto per complicazioni dovute all’AIDS, Wojnarowicz attacca la cecità sociale mantenuta da gran parte della popolazione. A causa dell’impossibilità dimostrata dalla società di piangere o riconoscere pubblicamente le innumerevoli morti di uomini gay in un momento tanto tragico quanto urgente, l’utilizzo di una semplice ma così potente fotografia diventa il simbolo di un’ipocrisia il cui silenzio ha mietuto innumerevoli vittime: nonostante non se ne parlasse pubblicamente, infatti, erano milioni gli uomini omosessuali e non- affetti da AIDS che continuavano a morire all’ombra del governo.

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La fotografa Catherine Opie, ora insegnante di fotografia alla UCLA di Los Angeles, ci porta a esplorare la poliedrica dimensione dell’identità sessuale, usando come soggetti donne e uomini transgender, drag queen e donne lesbiche con la passione per il BDSM. In particolare, sono due le foto che ho scelto come esempio della sua arte, scattate a distanza di 10 anni l’una dall’altra.

Catherine Opie 1 e 2
(Sinistra) Self Portrait/Pervert, 1994; (Destra) Self Portrait Nursing (2004)

Nel primo ritratto, intitolato Self-Portrait/Pervert del 1994, l’artista si immortala con una maschera nera in latex, aghi su entrambe le braccia e un’incisione ancora sanguinante sul petto che recita “Pervert”, marchiandosi così a vita con uno degli appellativi più usati dalla bigotta società americana per denigrare uomini e donne omosessuali. Nella seconda fotografia, invece, intitolata Self-Portrait/Nursing (2004), Catherine Opie si ritrae a seno scoperto nell’atto di allattare il figlio: la nuova maternità diventa un motivo di gioia e soddisfazione, ma senza dimenticare gli anni più bui trascorsi nell’attesa di quel momento, di cui l’incisione “Pervert”, ancora parzialmente visibile, si fa testimone.

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Cresciuto in Cornovaglia da madre inglese e padre giapponese, l’arte di Simon Fujiwara interseca l’autobiografico al fittizio, dando vita a veri e propri racconti visivi in cui il suo stesso passato diventa la materia prima con cui lavora. Un esempio di tale approccio è la creazione dell’Hotel Munber del 2010 – un hotel realmente esistito e di proprietà dei genitori in Catalogna durante gli anni ’70, in piena dittatura franchista. Ma questa storia famigliare non era abbastanza, o almeno: era solo il punto di partenza.

Simon-Fujiwara-Hotel-Munbar-2008-2010
Welcome to the Hotel Munber, 2010 Simon Fujiwara (Installation view: Art Basel Statements 2010 Basel, Switzerland)
simon-fujiwara-dettaglio
Welcome to the Hotel Munber (dettaglio), 2010 Simon Fujiwara (Courtesy of REPERTORIO)

Questo fatto diventa la scintilla che incendia la sua immaginazione e il suo processo artistico e l’albergo si trasforma nel palcoscenico su cui proietta la (inventata) omosessualità latente e repressa del padre.

L’intento della sua installazione è quello di immedesimarsi (in quanto lui stesso gay) nella vita di un uomo omosessuale sotto una dittatura soffocante. Nello spazio ricreato dall’artista, tutto assume un carattere “feticista” e omosessualeogni oggetto è pensato per rievocare in maniera subliminale un’attrazione repressa per gli uomini che viene quindi proiettata sullo spazio circostante. Nell’immagine del bar (qui sopra) possiamo notare riviste porno omoerotiche ricoprire l’intera mensola, o soffermarci sui decori della sala, che raffigurano uomini in pose palesemente sessuali (qui a destra).

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L’artista statunitense Christian Holstad, invece, utilizza la tecnica del collage per giustapporre a contesti domestici dal gusto tipicamente anni ’70-’80, uomini che fanno sesso, le cui silhouette sono ritagliate da riviste di arredamento e décor.

2 Rolls at Eye Level in a Country Style Bathroom, 2003 Christian Holstad
2 Rolls at Eye Level in a Country Style Bathroom, 2003 Christian Holstad
Tipping Teal Couple with a Small Dying Plant in a Japanese Water Tub (Summer), 2003 Christian Holstad
Tipping Teal Couple with a Small Dying Plant in a Japanese Water Tub (Summer), 2003 Christian Holstad

Ciò che colpisce non è tanto il sesso che viene consumato da due uomini, quanto più il
luogo
: un atto che al tempo delle ambientazioni scelte veniva considerato dalla società tanto osceno e lontano (al tempo era perlopiù collegato a bagni pubblici o saune), viene avvicinato e inserito dentro le mura domestiche di quella che potrebbe essere la casa della perfetta casalinga o di una famiglia di ceto medio americano.

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Di origini tedesche, il fotografo Wolfgang Tillmans ebbe modo di conoscere, fare parte e registrare la gay scene londinese durante i primi anni ’90. Molto attivo politicamente, una delle cause di cui si fece spesso paladino fu la lotta alla discriminazione nei confronti della comunità gay, facendone lui stesso parte. Molte delle sue opere fotografiche sono un elogio alla cruda bellezza del corpo maschile che diventa una sorta di fetish espresso tramite l’attenzione data a dettagli fisici come avambracci, torsi nudi, peni o piedi in calze da ginnastica.

Arms and Legs, 2014, Courtesy of REPERTORIO; Lap B, 2012
(Sinistra) Arms and Legs, 2014, Courtesy of REPERTORIO; (Destra) Lap B, 2012

 

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