Nell’attesissima esortazione apostolica post Sinodo pubblicata oggi, intitolata da Papa FrancescoAmoris Laetitia”, il pontefice tira le somme di un dibattito sulla famiglia e sui cambiamenti in atto nel suo istituto durato più di due anni, che ha infervorato le personalità religiose di tutto il mondo.
La novità importante riguarda la possibilità auspicata da Bergoglio per i divorziati di ricevere la comunione: la soluzione da adottare è il “discernimento” di caso per caso, affidato alla valutazione dei singoli parroci, a patto che nella persona in questione si manifestino “umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento”.

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La questione dell’omosessualità è, invece, affrontata in modo prudente: nessuna vera apertura, ma nemmeno un trinceramento in ideali discriminatori vetusti e anacronistici. È ribadita la prerogativa morale del rispetto: “ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto […] bisogna combattere contro ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. È un passo in avanti non così progressista ma nemmeno scontato: non sempre dalla chiesa sono arrivate considerazioni di questo tipo.

Chiusura totale invece al fantomatico mostro del gender, quello che i cattolici più conservatori definiscono una “teoria”: “è inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini”.

Sulle unioni civili si legge: altre forme di unione [oltre a quella del matrimonio] contraddicono radicalmente questo ideale mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo”. Si riconosce quantomeno che all’interno delle unioni omosessuali esiste l’amore, non meno intenso e non meno profondo di un amore sancito da un vincolo matrimoniale. D’altro canto, però, nei passaggi successivi il papa si limita a riportare una relazione copiata dalla relazione finale del Sinodo del 2015, dove si legge che “circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie con il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”.

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Che conclusioni possiamo trarre da questi paragrafi? La prima è che quantomeno veniamo riconosciuti fermamente come degni di essere accettati, rispettati e amati. Non che ci serva una dichiarazione, ma solo una presa di posizione: il rispetto è un diritto fondamentale che per nessun motivo, tantomeno per l’orientamento sessuale, deve mancare. L’amore, vero, tra le persone dello stesso sesso esiste, e adesso sappiamo che lo sa anche la Chiesa. Non è l’equiparazione ecclesiastica al matrimonio cristiano che vogliamo, ma l’accettazione del fatto che l’amore può essere riconosciuto anche in altro modo. Se paragonata alle precedenti esortazioni (tra cui, per esempio, quella del 1981 di Giovanni Paolo II dove si riscontra una condanna intransigente addirittura per le unioni civili eterosessuali) questa è perlomeno inclusiva.

Non è un passo brusco in avanti, ma nemmeno un salto indietro.

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