Slovenia al voto: Janša, l’alleato di Orbán, è in testa. A rischio i diritti LGBTIQ+ e l’Unione Europea

Il paese confinante con l'Italia è stato il primo paese dell'est ad approvare il matrimonio egualitario nel 2022: ora tutto è a rischio.

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Il 22 marzo 2026 la Slovenia va alle urne e i diritti della comunità LGBTIQ+ sono direttamente in palio. Nel 2022 il Parlamento ha approvato il matrimonio egualitario e l’adozione per le coppie dello stesso sesso, diventando il primo Paese ex comunista a farlo. Una conquista che oggi rischia di essere rimessa in discussione.

Il principale sfidante del premier uscente Robert Golob è Janez Janša, populista conservatore, tre volte primo ministro e leader del Partito Democratico Sloveno (SDS). La sua storia sui diritti LGBTIQ+ è coerente: il suo partito ha sempre votato contro il matrimonio egualitario, sostenendo che un bambino ha diritto a una madre e un padre. Nel 2023, al Pride di Lubiana, la sezione giovanile dell’SDS ha cercato di provocare i partecipanti alla parata usando argomenti biblici, sostenendo che “esistono solo due generi“, mentre sui social media esponenti del partito hanno diffuso contenuti apertamente omofobi e antisemiti.

Le organizzazioni LGBTIQ+ slovene guardano alle elezioni con preoccupazione. Legebitra, la principale ONG del Paese per i diritti LGBTIQ+, ha da tempo documentato come il 60% delle persone LGBTIQ+ in Slovenia abbia subito molestie negli ultimi cinque anni, e come la Slovenia non disponga ancora di una legislazione specifica sui crimini d’odio basati su orientamento sessuale e identità di genere.

Dopo l’approvazione del matrimonio egualitario nel 2022, l’ong Legebitra aveva dichiarato:

“Dopo più di 30 anni di richieste di riconoscimento legale, siamo finalmente più vicini alla vera uguaglianza.”

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Ma tre anni dopo, quella uguaglianza è di nuovo a rischio. Il premier Golob è esplicito: “Dobbiamo capire che Janša è il più stretto alleato che Orbán avrà mai.” Un’alleanza che avrebbe conseguenze concrete per tutta l’Unione Europea. Con Janša a Lubiana, Orbán non sarebbe più solo nel Consiglio Europeo: i due potrebbero bloccare insieme l’articolo 7, la procedura che consente di sospendere i diritti di voto agli Stati membri che violano lo stato di diritto. Una differenza cruciale rispetto ad altri leader sovranisti come il ceco Babiš e lo slovacco Fico: come Golob spiega a Politico, questi ultimi condividono alcune posizioni nazionaliste, ma non puntano a smantellare l’Unione Europea.

Janša non si è mai dichiarato apertamente anti-UE (sarebbe politicamente suicida in Slovenia, Paese profondamente europeista), ma il suo euroscetticismo è più sottile e denota una matrice strategicamente russa, se possiamo definirla così: è contro l’integrazione europea su temi come stato di diritto, immigrazione e diritti civili, ma non chiede la Sloexit. È lo stesso modello di Orbán, per mano di Putin: restare nell’UE per bloccarla dall’interno, non per uscirne.

I sondaggi danno il suo partito SDS in testa. Il 22 marzo non è una data qualunque.

© Riproduzione riservata.

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