A inizio ottobre la Repubblica Ceca è andata al voto facendo vincere le elezioni al miliardario Andrej Babiš e al suo partito populista, trumpiano e filorusso Azione del cittadino scontento (Ano), senza però alcuna maggioranza per formare un governo. Babiš, che era già stato premier tra il 2017 e il 2021, è ora pronto ad annunciare la nuova maggioranza formata da Ano, dal partito di estrema destra filorusso Libertà e Democrazia Diretta (SPD) e dal movimento ultraconservatore degli Automobilisti.
La Repubblica Ceca sempre più a destra
Secondo l’accordo provvisorio raggiunto dai tre partiti la scorsa settimana, scrive Balkan Insight, Ano sarà al comando con Babis come Primo Ministro e con circa metà dei ministeri del governo, tra cui Finanze, Giustizia, Interni, Istruzione, Sanità e Industria. Un governo a tre teste di estrema destra che preoccupa la comunità LGBTQIA+ ceca, tanto dall’ipotizzare un bis rispetto a quanto già avvenuto nell’Ungheria di Viktor Orban e nella Slovacchia di Robert Fico. È l’influenza putiniana che si espande a macchia d’olio all’interno dell’UE, tra divieto “alla propaganda LGBT”, pride compresi come avvenuto a Budapest, ed emendamenti costituzionali che consentono per legge l’esistenza di solo due sessi, come visto a fine settembre Bratislava.
Gli attivisti LGBTQIA+ cechi avevano chiesto a gran voce la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, dopo che la Camera bassa aveva accettato di concedere maggiori diritti alle coppie gay con le unioni civili, ma temono ora un enorme passo indietro.
Dopo Ungheria e Slovacchia, nell’UE rischia di esplodere anche il caso Repubblica Ceca
Secondo ILGA-Europe, la Repubblica Ceca si colloca al 30° posto su 49 paesi europei per quanto riguarda i diritti LGBTQ+, sebbene nell’ultimo anno siano stati compiuti alcuni progressi. Dal 1° gennaio 2025 le unioni civili tra persone dello stesso sesso sono finalmente riconosciute, a seguito di una modifica al codice civile. Contemporaneamente, una proposta per il matrimonio tra persone dello stesso sesso è stata respinta. Dal 1° luglio scorso, in seguito a una sentenza storica della Corte Europea, le persone trans non sono più obbligate a sottoporsi a intervento chirurgico o a sterilizzazione forzata per cambiare il loro genere legale. Le più recenti ricerche hanno dimostrato che l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti dei diritti LGBTQ+ è aumentato in Repubblica Ceca, con un sondaggio condotto dal Centro di Ricerca sull’Opinione Pubblica (CVVM) che ha rilevato come il 64% sia intervistati fosse a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Alle ultime elezioni, tra le poche note positive spiccano i 60 deputati eletti che hanno pubblicamente dichiarato il proprio sostegno al matrimonio egualitario, ovvero 11 in più rispetto a quelli del 2021.
Ma con un governo formato da Ano, SPD e Automobilisti tutto questo appare irrealizzabile. La SPD si è sempre detta contraria al matrimonio tra persone dello stesso sesso e all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, mentre gli Automobilisti sono addirittura favorevoli alle leggi sulla censura LGBTQ+, seguendo Orban, Fico e in Italia la Lega di Salvini, Vannacci e Sasso ossessionata dalla fantomatica “ideologia gender”.
“Rifiutiamo l’ideologia di genere nelle scuole. Rifiutiamo la propaganda LGBT negli spazi pubblici”, ha scritto nero su bianco il partito degli Automobilisti nel proprio manifesto elettorale. Ano ha invece assunto una posizione più ambigua nei confronti dei diritti LGBTQ+. Babiš ha precedentemente dichiarato di sostenere il matrimonio egualitario, ma solo una minoranza dei parlamentari del suo partito lo ha votato in parlamento, lo scorso anno. Definito il “Donald Trump ceco”, Babiš ha stretto forti legami con il primo ministro slovacco Robert Fico e con il leader ungherese Viktor Orbán. In precedenza si era rifiutato di firmare una lettera sostenuta da 15 Stati membri dell’UE contro la legge ungherese sulla propaganda LGBTQIA+.
In Repubblica Ceca i gruppi anti-LGBTQ+ hanno generato quasi 5,5 milioni di dollari di finanziamenti dal 2019 al 2023. Secondo Filip Milde di Jsme fér, il prossimo passo potrebbe essere quello di vietare il matrimonio egualitario per via costituzionale, modificando la Carta, per poi concentrarsi sulla censura LGBTQIA+ nei media e nelle scuole.
