Sono una ragazza lesbica incasinata, ma chi non ha casini?

Può esistere la vita perfetta? La serie Vida Perfecta, in streaming dall’8 dicembre su Disney+, risponde a questa domanda: certo che no. Nulla di perfetto, infatti, anche per una ragazza lesbica come me. Un sabato mattina corro dal farmacista, corro perché nei paesi di montagna gli orari sono sempre incerti e quel farmaco devo assolutamente comprarlo.

Vida Perfercta
Vida Perfercta
7 min. di lettura

Può esistere la vita perfetta? La risposta è scontata: no. Nulla di perfetto, infatti, anche per una ragazza lesbica come me. E nulla di perfetto per le tre protagoniste trentenni di Vida perfecta, MariaEsther e Cristina, tutte alle prese con un qualche gran casino che si impianta nel mezzo di un’esistenza altrimenti perfetta. Infatti, di perfetto non c’è proprio nulla. Dall’8 dicembre debutterà in Italia su Disney+ questa dramedy spagnola, e io mi sono ritrovata a pensare: quanto sono incasinata e quanto non è perfetta la mia vita?

“Sei omosessuale perché hai avuto un trauma infantile”

“Sei lesbica perché non hai mai provato un uomo”

“Ma il tuo amico transessuale lo chiami con il femminile o il maschile?”

“Ma a te piace essere lesbica?”

Queste le prime frasi che mi sono venute in mente, apparse nella mia vita quando ho smesso di deglutire l’amara saliva del silenzio, quando cioè ho deciso di rivelare il mio orientamento sessuale a genitori, fratello, amici – e per nessuno di loro è stata una novità. Avevo 15 anni. Fronteggiavo una lotta continua tra me, le mie insicurezze e quelle  insoddisfazioni di cui sono stata così succube, che il mio pensiero quotidiano era: sono lesbica, non ho alcun potenziale, sono un neurone vagante tra cervelli dotti. Avevo 15 anni e mi credevo – ahimè – adulta e, come tutti gli adulti, mi sentivo in dovere di avere una vita lavorativa e sentimentale avviata. Non mi rendevo conto, non ci si rende conto dei pochi anni sulle spalle. Hai 15 anni e devi essere già tutto. Devi avere già una vita perfetta.

 

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È il momento in cui, se vuoi sopravvivere al meglio tra queste escalation verso i dolori dell’esistenza, indossi maschere colorate di spensieratezza e ornate di felicità gratuita, e così a tutti parrai la personificazione della gioia. È esattamente quello che vive Esther in Vida Perfecta, sebbene non da adolescente. Esther è forte e sicura di sé ma, si sa, fa parte del gioco, fa parte di quell’esposizione miracolosa di maschere che ogni mattina indossiamo per affrontare al meglio la giornata. Le maschere da me indossate in questo mondo talvolta poco ospitante, sono tante. Quella che ho saputo indossare al meglio? Il tu per tu con la nonna che ingenuamente mi ripeteva in modo ridondante il suo augurio più grande nella vita: vedermi sposata con un ragazzo. 

E io, a 15 anni, sovrastata dalle insicurezze e considerata la diversa del gruppo (perché si, è questo il termine più comune), avrei voluto varcare la porta di casa e sentirmi chiedere  “vuoi un panino con la mortadella, vero?”. E invece il mantra della nonna era: “cercherò di vivere il più a lungo possibile per vederti sposata con un uomo e con dei figli”.

E se in Vida Perfecta Maria quel giorno non fosse uscita di casa? Non avrebbe probabilmente fatto danni: ma si sa, siamo tutti imprevedibili. Anche a me è capitato di uscire di casa e di trovarmi catapultata in una situazione così frastornante, che rincasare è diventato il mio solo auspicio.

Un sabato mattina apparentemente tranquillo corro dal farmacista, corro perché nei paesi di montagna gli orari sono sempre incerti e quel farmaco devo assolutamente comprarlo. Ripeto: siamo in un paese di montagna. Dettaglio importante? Certo che si, appena metti il nasino fuori dalla porta, il vicino ha già segnalato la tua uscita su dieci gruppi whatsapp, dando così luogo a investigazioni accurate su quello che farai, quale sarà la tua direzione, quale il tuo stato d’animo. Indizi particolareggiati, subito da condividere nelle chat. Come una serie tv, dal brillante titolo “Pettegolezzi e Puzze del paese”: così sanno tutte le storie d’amore finite, iniziate, ricominciate. Sanno che non sei originaria del posto, che vieni da un’altra provincia, non parli il loro dialetto, patisci molto più freddo in inverno e in estate non ti capaciti di dover indossare una felpa. E fin qui, quasi una vita perfetta. Perché il punto è un altro.

Sei andata in farmacia a prendere un farmaco per la tua fidanzata – e tu sei donna. Ma tu non puoi dirlo, lei sarà sempre e soltanto un’amica. Già, l’amichetta del cuore.

Quelle insicurezze germogliate da bambina e trascinate nella vita adulta, in un attimo mi catapultano indietro negli anni,  in quello stato d’animo adolescente dove essere sé stessi era difficile, se non proibito. Proibito da chi? Da me; e dall’aria che nelle piazze si respira, nei bar si condivide, nelle discoteche si vomita. Il farmacista diventa così quella figura mitologica dalle sembianze di un Minotauro, non posso assolutamente dire nulla della mia vita privata, o questo mi recinterà nel labirinto dei pregiudizi del paesello. Perché nella sua testa l’immaginazione, per ora, è quella fornita dall’episodio del tampone. Quella situazione delicata in cui, bisognosa del medesimo farmacista-Minotauro, perché ‘la mia amica è entrata in contatto con un positivo e vorrei fare un tampone’ mi ritrovo a scontrarmi con un suo: “guarda che se hai un fidanzato me lo puoi dire”. Capito?

No, caro farmacista-Minotauro, non ho un fidanzato.

Così quel sabato mattina, che doveva essere tranquillo, decido di rovesciare tutto. Uscita dalla farmacia, mi impongo di dichiarare il mio orientamento sessuale al mondo, megafono tra le mani, sono pronta. Decido di festeggiare. Che cosa c’è da festeggiare? Beh, la semplice idea di sentirmi libera va festeggiata, è questo che mi dico. Il mio ingresso senza paura nella realtà meschina delle cose. Festeggio con un banalissimo calice di prosecco al bar. Sono con la mia fidanzata, effusioni d’amore? Zero. Nemmeno ci guardiamo in faccia. Ma quando passeggiamo, qualcuno ci urla “bisogna estinguere la specie”. E tutta la mia forza di volontà svanisce. Una vita perfetta, sì, certo. Il prosecco era buono, l’atmosfera un po’ meno, e non c’era ormai più niente da festeggiare.

 

Vida_Perfecta_gay.it

Forse avrei dovuto fare come Maria, non uscire proprio da quella porta di casa. Il pranzo è tranquillo; e tante grazie, sono segregata tra le intime mura di casa. Sono stanca, me ne sbatto, sono sempre stata me stessa ovunque, non sarà l’altitudine e la temperatura a fermarmi – mi dico.

Così eccomi qui, Francesca, bionda ma non per forza stupida, tatuata, lesbica. Prima lo dico al bar, poi lo dico al farmacista, poi confermo la tesi alle mie amiche e ai miei amici dei monti. Qui mi nascondevo, perché questo non è il mio paese e ho rispetto per la mia fidanzata che non vuole denudarsi delle sue paure. Ma l’ho convinta, in due le spalle sono più grosse.

Eccoci qui, siamo una coppia.

Nel giro di 48ore mi arrivano 32 richieste su Instagram (chissà come si immaginano la vita delle lesbiche), mi fermano al bar con domande che non voglio qualificare, del tipo ah ma quindi fate le cose a tre con gli uomini per soddisfarvi? Fan*ulo! Oppure c’è il pietismo. Forse peggio? Non devi darmi della poverina perché sono lesbica, perché non ti dirò mai poverina perché sei etero. Affari tuoi, no? Il poverina aumenta la diversità, la distanza, piuttosto aiutami a spiegare al mondo che sono un essere umano come tutti gli altri, senza nessuna vena molesta, il libro sul mio comodino non è il Kamasutra, e non siamo tutti schiavi del sesso in cerca di spunti, solamente perché non c’è un uomo di mezzo.

La sera mio fratello decide di venirmi a trovare, così, io e lui. Per smaltire i silenzi tra noi. Andiamo al Lago per fumare una sigaretta e fare quattro chiacchiere. Arriva un messaggio alla mia compagna: abbiamo visto Francesca con un ragazzo, sei sicura sia lesbica? Ah!

No ragazzi, mi spiace, ho un fratello, ho degli amici, e comunque sono fatti miei. Ah, la più patetica. Questa: ti faccio tornare etero io. Ma non sono una macchina da riparare!

 

Vida Perfecta
Vida Perfecta – Dall’8 Dicembre su Prime Video

È arrivata la notte a portare via questa giornata eterna, mi butto a letto e sospiro, augurandomi un giorno di ripensare a queste ore infinite e di rendermi conto che le cose sono effettivamente cambiate e dirmi “prima si viveva proprio male, ora quanto bello è?”. Staremo a vedere, se anche Maria si renderà conto che essere inaspettatamente madre è una sorpresa positiva o se invece maledirà quel giorno fino a dimenticarsene.

Del resto, tutto quello che Esther, Maria e Cristina si erano immaginate non è esattamente come previsto. Rimane la montagna il mio tallone d’Achille; in tutto il resto dello spazio da me vissuto non mi sono mai celata dietro nessun manichino che mi potesse vagamente somigliare, dietro nessun cartonato, dietro nessuna rappresentazione. Non nego che ricevere ancora messaggi del tipo “ti sei trovata il fidanzato!” solamente perché vengo scovata tra le vie di qualche città con mio fratello, mi fa arrabbiare e ridere al contempo, ma non importa, un giorno spero capirete.

Ah, e comunque alla nonna gliel’ho detto, Maria mi avrebbe consigliato questo se fossi entrata nella serie e ci fossimo incontrate. Quindi, col peso della responsabilità d’animo – tra i miei sogni più grandi c’è quello di vederti sposata con un uomo che ami – ho vissuto fino al tempo in cui ho compreso l’importanza di rivelarle il mio orientamento sessuale con la paura delicata di una delusione. E ricordo ancora, ti ho guardata con le lacrime agli occhi, nonna. Conseguenza di un senso di colpa che non aveva senso d’esistere, e tu tacitamente mi hai abbracciata. Qualche giorno dopo hai voluto conoscere la mia compagna e a distanza di anni le telefoni per chiederle se è arrivata a casa, passi ore a raccontarle i tuoi 83 anni di solchi sul viso, di ilarità e d’amore. Poi la abbracci e io ringrazio.

 

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Alla fine, poco importa se in montagna il mio cuore continuerà ad avere freddo; la nonna è quella nota nello spartito incasinato della mia vita che non può mancare; è amore elementare, ed è tutto quello che serve per fronteggiare la moltitudine di volti tristi, giudicanti e scomodi.

E comunque no, i traumi infantili non fanno di me un’omosessuale;

E comunque si, mi piace tantissimo essere lesbica (sono me stessa, come potrebbe non piacermi?).

Invidiate pure la nostra libertà d’amare.

Invidiate Achille, la cui unica debolezza risiedeva nel tallone.

Si, sono una ragazza lesbica incasinata, deludo una nonna – però i panini con la mortadella me li prepara ancora; faccio scoprire mondi nuovi alle persone di montagna; non mi piace il farmacista – me ne farò una ragione (o se la farà lui?); vi illudo su una metamorfosi omosessuale-eterosessuale impossibile; e sorrido quando mi scrivete con le dita intinte nell’ignoranza.

Ecco, questa è la mia vita piena di casini. Ma del resto, chi non li ha? Forse è proprio questa, una vita perfetta.

Francesca Pregnolato

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