Iran, appello a Meloni dello studente gay bloccato dal regime: “Più di 30.000 morti”

Bloccato in Iran, intervistato da Domani: "Ho visto giovani, anziani, bambini, persino persone con disabilità. Ho visto tanti morti, adesso vietano la restituzione dei corpi alle famiglie"

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Lo studente iraniano apertamente gay che frequenta il corso di Medicina all’Università di Torino, oggi bloccato nel suo Paese d’origine, lancia da Teheran un appello diretto al governo italiano affinché gli consenta di rientrare e completare gli studi. In un’intervista a Simone Alliva pubblicata su Domani, il ragazzo ha raccontato la sua situazione.

Iscritto al quarto anno di Medicina all’Università di Torino, lo studente poco più che ventenne è bloccato a Teheran da oltre due mesi dopo il diniego del visto di reingresso da parte dell’Ambasciata italiana. Il suo futuro accademico è ora appeso a una decisione del Tar del Lazio, dopo il ricordo del suo avvocato Wisam Zreg.

La vicenda si inserisce in quella che emerge ormai come la più grave crisi umanitaria e di diritti civili nella storia dell’Iran da quanto, nel 1979, lo stato laico fu rovesciato dal fondamentalismo islamista degli ayatollah supportati dall’allora Unione Sovietica. Il ragazzo ha confessato a Domani che la già tragica cifra di 30.000 morti in appena un mese di repressione di cui si parla sui media è, a suo dire, un numero al ribasso rispetto alla realtà.

Tornato in patria nell’estate 2024 per curarsi da una rara malattia autoimmune, il giovane è rimasto bloccato tra convalescenza e servizio militare obbligatorio. La richiesta di visto, presentata lo scorso novembre, è stata respinta dall’Italia sulla base di un presunto parere negativo della questura, che i suoi legali contestano come privo di fondamento.

Il tentativo di regolarizzare la posizione si è arenato in un parere negativo della questura di Torino, mai chiarito nei contenuti, che ha portato al rifiuto del visto di reingresso da parte dell’ambasciata italiana. Oggi il caso è all’esame del Tar del Lazio.

Dall’Iran, lo studente descrive un Paese “al punto più basso della sua storia, dove la popolazione protesta ovunque e il regime risponde con violenza estrema.

Racconta di aver visto molti morti, di corpi non restituiti alle famiglie, di funerali senza salme trasformati in atti di resistenza. Le cifre ufficiali, afferma, sottostimano enormemente la realtà: le vittime sarebbero molte di più di quelle riportate all’estero. Anche parlare con un giornalista, spiega, comporta rischi personali.

“Non c’è un angolo dell’Iran che sia rimasto in silenzio. Tutti siamo scesi in piazza a protestare. Ho visto giovani, anziani, bambini, persino persone con disabilità. Ho visto tanti morti, adesso vietano la restituzione dei corpi alle famiglie”

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Alla dimensione politica si aggiunge quella personale. Lo studente è gay e sottolinea che in Iran la sua identità rappresenta un pericolo concreto per la vita (in Iran le persone LGBTIAQ+ vengono condannate a morte in quanto tali). Vivere significa nascondersi, spiega, indossare una maschera, rinunciare a esistere. L’Italia, dice, è l’unico luogo in cui può studiare e vivere liberamente, ed è lì che si trovano i suoi affetti. Questo un passaggio integrale dell’intervista a Domani:

Simone Alliva > “Lei rischia anche la vita in quanto persona gay”

Studente iraniano > “Oltre alla dimensione educativa della mia vita, esiste anche una dimensione personale. Sotto questo aspetto, nonostante tutte le difficoltà nel lasciare il mio amato Paese, la mia famiglia e i miei amici, sono dovuto andare via. Qui in Iran non c’è alcun futuro per la mia vita personale ed emotiva, mi è negato persino il diritto di esistere. Per restare vivo sei costretto a indossare una maschera. Non hai scelta. In Italia posso essere me stesso liberamente rispetto all’Iran. E parlo della Repubblica Islamica dell’Iran, differenziamo l’Iran dall’Iri”

Non chiede privilegi né scorciatoie, ma il riconoscimento di un diritto fondamentale: tornare alla propria università. Si rivolge alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro degli Esteri Antonio Tajani e alla ministra dell’Università Anna Maria Bernini per chiedere un intervento politico e umanitario. Restare bloccato in Iran, conclude, significa vedere il proprio futuro accademico spezzato e continuare a vivere in un contesto che mette a rischio la sua stessa sopravvivenza.

“Se fossi nato in un altro Paese, non ci sarebbero stati tutti questi problemi: avrei potuto viaggiare senza ostacoli. Non sto chiedendo nulla di irrealistico: lasciatemi solo tornare alle mie lezioni”

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