Uno studente gay iraniano di 28 anni iscritto al quarto anno di Medicina all’Università di Torino è rimasto bloccato a Teheran da oltre due mesi a causa del rifiuto del visto di reingresso da parte dell’Ambasciata italiana, e la sua possibilità di completare gli studi accademici ora dipende da una decisione dei giudici amministrativi. Lo riferisce ANSA. L’episodio risulta ulteriormente preoccupante in considerazione delle rivolte che stanno mettendo a ferro e fuoco il Paese, con il regime islamista che sta reprimendo le proteste con il sangue. Ci sarebbero almeno 2.000 morti, altre fonti qualificate parlano di 12.000 esecuzioni e decine di migliaia di prigionieri deportati dalle Guardie della Rivoluzione fedeli all’ayatollah Khamenei in luoghi segreti e che potrebbero essere condannati a morte.
Il giovane, tornato in Iran nell’estate del 2024 per curarsi a seguito di una malattia autoimmune rara diagnosticata nella sua città natale (Babol), ha visto scadere il permesso di soggiorno italiano mentre era in convalescenza. Nel frattempo è stato convocato per il servizio militare obbligatorio, che lo ha costretto a prolungare la sua permanenza in Iran fino al luglio 2025. Al momento della richiesta di rinnovo del visto di rientro presso l’Ambasciata italiana a Teheran lo scorso novembre, la domanda è stata rigettata, sulla base di un documento che i legali del ragazzo definiscono “inesistente” nel ricorso al Tar del Lazio.
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Nel ricorso si evidenzia un elemento cruciale: lo studente è apertamente omosessuale, condizione che in Iran non è semplicemente stigmatizzata, ma considerata reato punibile con pene gravissime.
La situazione dei diritti LGBT+ in Iran
La condizione legale delle persone LGBT+ in Iran è tra le più dure al mondo. Secondo organizzazioni internazionali e report governativi, tutte le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso sono criminalizzate e possono essere punite con pene che vanno dalla flagellazione alla pena di morte.
Il codice penale iraniano prevede infatti che atti sessuali tra uomini, definiti come “lavat” o “tafkhiz”, possano comportare flogging o condanna a morte, mentre relazioni tra donne prevedono pene corporalmente severe e ripetute punizioni che possono portare anch’esse alla pena capitale in casi di recidiva.
Non esistono protezioni legislative contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, né diritti civili riconosciuti per le coppie dello stesso sesso. Le autorità iraniane giustificano queste norme “in nome della legge islamica”, nonostante l’evidente violazione dei diritti umani fondamentali.
Una criminalizzazione che per le persone LGBTQ+ iraniane comporta discriminazioni, violenze, arresti arbitrari e condanne estreme, tanto da spingere molti a tentare l’espatrio clandestino o richiedere protezione internazionale all’estero. Negli ultimi anni la comunità internazionale ha documentato casi estremi di persecuzione e omicidi motivati dall’orientamento sessuale, così come processi sommari e condanne a morte contro dissidenti politici e civili sotto accuse generiche, creando un clima di repressione diffusa nel paese.
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Implicazioni legali e umanitarie
La vicenda dello studente iraniano non è isolata: da mesi centinaia di studenti e studentesse iraniani iscritti alle università italiane restano bloccati in patria per difficoltà nel rilascio dei visti da parte dell’ambasciata, con ricorsi in corso e sentenze favorevoli di tribunali italiani che chiedono allo Stato di garantire l’accesso ai permessi di ingresso.
Nel caso specifico, l’elemento dell’orientamento sessuale aggiunge una dimensione umanitaria urgente: tornare in Iran senza un visto garantito per rientrare in Italia potrebbe esporre il giovane a minacce reali alla sua sicurezza e libertà, dati i rischi legali e sociali insiti nel quadro normativo iraniano. A tutto questo si aggiunge la situazione di caos repressivo che il regime sta attuando davanti alle rivolte del popolo iraniano che invoca libertà e la caduta della dittatura islamista degli ayatollah.
Al momento non è stata resa pubblica una data precisa in cui il Tar del Lazio si pronuncerà sul ricorso presentato dallo studente iraniano contro il diniego del visto di reingresso deciso dall’Ambasciata italiana a Teheran.


