Il 16 giugno 2026, alle 21:30, la Pride Croisette del Roma Pride ha ospitato alle Terme di Caracalla un Pride Talk dedicato ai diritti LGBTQIA+ in Iran. Sul palco, dentro la cornice della rassegna Jazz & Image, è salita Shadi Amin, rifugiata iraniana e coordinatrice di 6Rang, la rete che da quindici anni documenta le persecuzioni contro lesbiche e persone transgender nel Paese, in conversazione con Simone Alliva.
A intervistarla per Gay.it, dopo la conferenza, è stato Carmelo Arena, attivista, moderatore e autore queer che collabora con il Circolo Mario Mieli.
L’incontro ha attraversato quattro domande, dalla cancellazione delle persone queer nel dibattito pubblico ai rischi quotidiani, dal modo giusto di sostenere chi resiste fino al senso di essere fisicamente in piazza.
Le risposte di Amin compongono un ritratto preciso di cosa significa vivere, amare e nascondersi sotto la Repubblica Islamica.

Chi è Shadi Amin e cosa fa 6Rang
Shadi Amin è attivista, ricercatrice e autrice. Ha fondato 6Rang, l’Iranian Lesbian and Transgender Network, nata nel 2010 e registrata come ong nel Regno Unito da un gruppo di persone in esilio.
L’organizzazione offre supporto psicologico, consulenza legale e sanitaria, e documenta in modo sistematico violenze e discriminazioni. Attraverso report, testimonianze e campagne internazionali, 6Rang denuncia le persecuzioni del regime iraniano e si finanzia con donazioni private e contributi di reti per i diritti umani come ILGA e UNHRC.
Negli ultimi mesi Amin è diventata una delle voci più ascoltate sulla complessità iraniana, capace di tenere insieme la critica alla teocrazia di Teheran e il rifiuto delle scorciatoie militari proposte dall’esterno. Il suo intervento al Roma Pride si è inserito proprio in questa cornice.
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“Costringere qualcuno a essere invisibile è un crimine contro l’umanità”
Carmelo Arena ha aperto chiedendo perché sia importante raccontare oggi le storie delle persone queer iraniane, quasi sempre assenti dal dibattito pubblico.
Shadi Amin ha risposto così:
“Come sapete, costringere qualcuno a essere invisibile, a nascondere la propria identità, a nascondere il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere, è un crimine contro l’umanità. E la comunità LGBTI in Iran subisce questo crimine ogni giorno.
È importante raccontare le loro storie, finché non possono farlo loro stessi. E queste storie contano. Sono storie di vite che non hanno alcuna possibilità, nessuna possibilità di realizzare i propri desideri, i propri sogni, il proprio amore. E credo che sia nostra responsabilità essere la loro voce”.
La parola “invisibilità” torna spesso nei comunicati di 6Rang. In tempo di guerra assume un peso ulteriore, perché la sofferenza dei civili e il rumore delle esplosioni rendono ancora più difficile far emergere chi già vive nascosto.
I rischi quotidiani: nascondere ogni relazione per sopravvivere
La seconda domanda di Arena ha riguardato i pericoli concreti che le persone LGBTQIA+ affrontano nella vita di tutti i giorni. Shadi Amin ha spostato il discorso dal piano astratto a quello dell’esperienza vissuta:
“Il rischio più grande arriva quando le persone scoprono che sei omosessuale e che hai una relazione. Per questo sono costrette a nascondere ogni relazione, a non parlare del proprio orientamento sessuale.
E questa è la vita quotidiana della comunità LGBTI in Iran. Non basta dire che non possono vivere apertamente, che non possono vivere alla luce del sole, che non possono vivere come i vicini di casa e come tutti gli altri. Dobbiamo capire cosa significa non poter uscire con la persona che ami, non poter parlare della persona che ami con la tua famiglia, dover nascondere quella persona ai tuoi familiari, non poter avere una vita sociale insieme a lei. E purtroppo molte persone pensano che, finché non vivi allo scoperto, in Iran sei al sicuro. E non pensano che sia un nostro diritto vivere la nostra vita, avere la nostra vita come persone, come normali esseri umani”.
È il punto che smonta l’idea, diffusa anche fuori dall’Iran, secondo cui restare nascosti basti a mettersi al riparo. La clandestinità non è sicurezza, è una forma quotidiana di privazione.
Come sostenere le persone queer iraniane
Molte persone vogliono aiutare chi lotta contro il regime, ma temono che ogni gesto possa peggiorare le cose. Arena ha messo sul piatto questa preoccupazione. La risposta di Shadi Amin ha indicato strumenti concreti, a partire dalla solidarietà che la sua rete pratica verso altre comunità oppresse:
“Ci sono molti modi per sostenere una comunità, come facciamo noi. Per esempio, quando veniamo a conoscenza della lotta del popolo curdo, vogliamo sostenerlo. Troviamo un modo per sostenere un’organizzazione con una donazione, condividendo i loro comunicati, parlando di loro, portando le loro questioni nelle nostre discussioni, partecipando ai dibattiti sul loro futuro, e facendo qualcosa di concreto, scendendo in strada con loro.
Ed è questo che chiedo a tutti: parlare di questi temi e scriverne. È molto importante avere la sensazione che verremo ascoltati. E per noi questo conta moltissimo”.
La richiesta è semplice e diretta: donare, diffondere i comunicati, scrivere, portare la questione iraniana dentro le proprie discussioni. Sentirsi ascoltati, per chi resiste, è già una forma di protezione.
Perché Shadi Amin ha voluto essere in piazza
L’ultima domanda ha toccato il valore della presenza fisica a una manifestazione come il Roma Pride. Amin lavora quasi sempre a distanza, dall’esilio, e ha spiegato cosa cambia quando si trova davanti a una comunità che festeggia le proprie conquiste:
“Dopo tanto lavoro che svolgiamo sempre da casa, per me questo è un cambiamento, un grande cambiamento. Il motivo per cui accetto l’invito è essere qui, vivere questa esperienza, costruire dentro di me un’idea di come vogliamo il futuro che desideriamo per l’Iran.
E quando veniamo qui e vediamo persone che si godono le proprie conquiste, ci sentiamo più forti e crediamo di più di poter ottenere anche noi le stesse cose. Perché, come tutti sappiamo, in Italia i diritti che esistono oggi non ci sono sempre stati. La gente ha lottato per ottenerli. Ed è questo che stiamo facendo adesso in Iran”.
Il riferimento all’Italia non è di circostanza. I diritti riconosciuti oggi nel nostro Paese sono il risultato di decenni di mobilitazione, e per Amin questo percorso vale come prova che anche in Iran il cambiamento resta possibile.
Il Pride Talk dentro la Pride Croisette di Caracalla
L’incontro con Shadi Amin fa parte dei Pride Talks della decima edizione della Pride Croisette, il programma culturale del Roma Pride ospitato alle Terme di Caracalla dentro la rassegna Jazz & Image.
Il calendario prosegue questa sera 17 giugno con il talk di Giuseppe Conte e il 18 giugno con quello di Riccardo Magi, fino alla Grande Parata del 20 giugno, in partenza da piazza della Repubblica con lo slogan “La Repubblica è di chi la abita”.
Inserire una testimonianza sull’Iran in mezzo a concerti e dibattiti politici è una scelta precisa. Tiene insieme la festa e la denuncia, e ricorda che il Pride nasce come rivendicazione di diritti, prima ancora che come celebrazione.
La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Iran
Per capire il peso delle parole di Amin serve il contesto legale del Paese. In Iran l’omosessualità è criminalizzata: il codice penale islamico punisce le relazioni tra persone dello stesso sesso e l’espressione di genere non conforme, con pene che vanno dalla fustigazione fino all’esecuzione. Gli articoli 234, 236 e 239 regolano le pene per l’intimità tra persone dello stesso sesso, l’articolo 638 criminalizza il travestitismo, mentre l’articolo 279, con l’accusa di “corruzione sulla Terra”, può colpire chi difende i diritti LGBTQIA+.
Le donne lesbiche rischiano fino a cento frustate, con possibilità di pena capitale dopo la quarta infrazione. L’ultimo caso noto di esecuzione per omosessualità risale al 2019.
La repressione non è solo legale. Nel 2021 l’attivista Ali Fazeli Monfared è stato ucciso e decapitato da familiari in un omicidio d’onore documentato proprio da 6Rang.
Retate private, torture e molestie della polizia morale sono state registrate da Nazioni Unite e Amnesty International. Il quadro per le persone transgender è altrettanto ambivalente: dal 1987, in base a una fatwa di Khomeini, è possibile accedere agli interventi di riattribuzione di genere con riconoscimento legale, e lo Stato finanzia la chirurgia, ma la procedura resta lunga e umiliante, e chi non si opera rischia comunque detenzione e violenze. Sulle persone trans in Iran si legga il report sul film “Between Dreams and Hope“ proiettato nello scorso aprile 2026 durante il Lovers Festival di Torino
Nel maggio 2025, in occasione della Giornata contro l’omobitransfobia, 6Rang ha pubblicato un rapporto basato sulle testimonianze di venticinque persone iraniane LGBTI fuggite dal Paese.
Il documento descrive lo sfollamento forzato come un fenomeno che, quando diventa sistematico, può configurarsi come crimine contro l’umanità. Il 96 per cento degli intervistati apparteneva anche a minoranze etniche o religiose, il 77 per cento aveva subito violenze dirette in famiglia, e quasi la metà raccontava di essere stata sorvegliata o molestata dalle autorità anche dopo l’espatrio.
In quel rapporto Shadi Amin scriveva:
“Stiamo assistendo a una campagna orchestrata dallo Stato per cancellare le vite LGBTI, non solo in Iran, ma anche oltre i suoi confini. La società iraniana deve smettere di chiudere un occhio. Ma anche la comunità internazionale ha la sua responsabilità. Queste sono vite a rischio e il silenzio equivale a complicità”.
La guerra, il regime e cosa pensa la comunità queer dell’attacco di Israele
Sopra ogni cosa, in questo momento, c’è la guerra. Il conflitto tra Iran e Israele è esploso il 13 giugno 2025 con l’operazione israeliana “Rising Lion” e una raffica di missili iraniani in risposta, in quella che è stata definita la guerra dei dodici giorni.
Dopo una fase di tregua, l’escalation è ripresa: alla fine di febbraio 2026 Israele ha annunciato un nuovo attacco contro l’Iran coordinato con gli Stati Uniti, e a metà giugno 2026 il fronte resta aperto, tra raid, lanci di missili e trattative tra Washington e Teheran ancora in stallo.
Sul piano interno, dopo l’indebolimento e la morte di Ali Khamenei, il figlio Mojtaba viene ormai indicato come nuova Guida Suprema.
La posizione della comunità queer iraniana, espressa da 6Rang fin dai primi giorni, è netta. La liberazione non arriva dalle bombe straniere.
In un’intervista a Domani, Amin aveva già spiegato di non avere intenzione di ringraziare Donald Trump, che ha ripetuto più volte come questa guerra non abbia nulla a che fare con la democrazia o con i diritti umani.
La Repubblica Islamica, ricorda, non è soltanto vittima: è stata anche uno dei motori dell’escalation. Il timore più concreto riguarda le ritorsioni sui prigionieri politici e sui manifestanti, una minaccia che pesa anche su figure come Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace ancora detenuta.
Resta il movimento Donna, Vita, Libertà, la spinta che ha attraversato l’Iran a partire dalle proteste per Mahsa Amini nel 2022, dentro cui la rivendicazione queer si è intrecciata con la lotta per la libertà civile. Il rischio, oggi, è che i suoi risultati vengano sacrificati in negoziati tra potenze che non hanno mai messo al centro i diritti delle donne, delle persone queer e delle minoranze.
Perché continuare a scriverne
La richiesta finale di Shadi Amin è la più semplice da accogliere e la più facile da dimenticare: parlare di queste storie, scriverne, non lasciare che si perdano nel rumore della guerra.
Raccontare l’Iran queer significa rendere visibile chi il regime vorrebbe cancellare, e dare un seguito concreto a quel “verremo ascoltati” che, dal palco di Caracalla, suona come una promessa e insieme come una domanda rivolta a chi sta fuori.
