L’aria puzza di cenere e ricorda stagioni che credevamo sepolte. A Roma, all’Istituto “Vincenzo Arangio Ruiz”, studenti durante un’occupazione alzano il braccio e gridano “duce, duce”. Sorridono, applaudono, immortalano il momento sui social network. Quell’istante sembra un episodio marginale, una bravata: in verità è un segno, un sintomo netto di come l’odio e il mito del fascismo riescano ancora a insinuarsi in ambienti giovanili. È un segnale inedito, inutile negarlo. A parte le solite radunate nostalgiche (a Predappio, eccetera), nei decenni passati non era così facile assistere a una così ripetuta sequenza di apologie di fascismo in Italia: ricordiamo che è reato. E ricordiamo, di pochi mesi fa, il caso dei neofascisti che hanno perseguitato un giovane ragazzo gay.
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La dirigente dell’istituto ha sporto denuncia. L’assessora Paola Angelucci – che fino a ieri parlava di protesta legittima riferendosi all’occupazione degli studenti – testimonia il cambio di passo: “nessuno si aspettava questa piega violenta”. Attivisti studenteschi invocano scuole che “non lascino spazio al fascismo, ma che lo sappiano decostruire”. Eppure, quello che abbiamo ascoltato e che si vede nel video non pare una recita scolastica per ricordare l’orrore fascista che fu, ma un’appropriazione performativa del ricordo di regime come spettacolo, come “virale”. Inneggiare al Duce come performance socialnetworkista. Fare notizia ad ogni costo.
“Si sentono autorizzati dalla linea politica attuale” scrive Marco nei commenti instagram al nostro post.” Che generazione pessima grazie all’esempio di in governo ancor peggiore” commenta Alessandro”. Poi c’è Michael che osserva “Il fascismo in Italia è condannato solo sulla carta…”. Già: e cosa dire di quanto accaduto due giorni fa a un’esponente di primo piano del governo Meloni?
La ministra Eugenia Roccella – titolare del dicastero della Famiglia e delle Pari opportunità – ha messo sotto accusa i viaggi scolastici ad Auschwitz, definendoli “gite” e chiedendo “a che cosa sono servite?“. Secondo la ministra, queste visite “servivano a dirci che l’antisemitismo era una questione fascista e basta“. In altri termini, il male dell’odio antisemitico sarebbe confinato al Novecento italiano, una “questione fascista” come se oggi quell’odio non potesse ripresentarsi sotto forme nuove. Eppure proprio in questi mesi di sterminio a Gaza abbiamo dovuto assistere (e denunciare con altrettanta indignazione) l’emergere di antisemitismo anche in alcune frange dell’estrema sinistra. Ecco, secondo le paturnie di Roccella, ci sarebbe un piano grazie al quale le forze della sinistra, grazie alla loro egemonia culturale, hanno per anni organizzato viaggi nei campi di sterminio nazisti al fine di gettare fango sul fascismo e permettere all’antisemitismo di sinistra di scorrazzare libero.
Ma come documenta Simone Alliva sui social, lo stato della ministra Roccella è certamente da tenere sotto osservazione. Il giornalista di Domani parla di “Un caso umano di tormento esistenziale“. Se così fosse, ce ne dispiace e speriamo che Roccella possa presto dimettersi dal suo ruolo e prendersi cura del proprio benessere. Ci risparmieremmo anche le sue deliranti propagande religiose in sede ONU, dove la ministra ha iniziato pochi giorni fa la sua battaglia per estendere il reato universale italiano per la GPA a tutti i paesi del mondo.
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Alla obliqua disinvoltura con cui Roccella ha liquidato i viaggi della memoria ad Auschwitz come propaganda antifascista, Liliana Segre, sopravvissuta, senatrice a vita, ha risposto che “la memoria della verità storica fa male solo a chi conserva scheletri negli armadi“. Non è noto se Roccella sia eventualmente svenuta per la vergogna, ma si dice che subito abbia telefonato alla signora Segre per chiarire. È sicuro che la signora Segre ha avuto una parola di compassione per l’anima tormentata di Roccella.
Ebbene: cosa collega il saluto romano al Ruiz e le parole irresponsabili di una ministra della Repubblica? È che entrambi parlano della risemantizzazione del fascismo, della sua banalizzazione, della sua estetica che torna nelle nostre scuole e nelle nostre istituzioni.
Non stiamo vivendo una coincidenza: stiamo assistendo a un’operazione culturale, politica, sociale. Il governo Meloni, con la sua retorica sovranista, le sue mosse sui diritti civili, i suoi silenzi e a volte i suoi incitamenti, alimenta una miccia che non è più nello spazio marginale, ma nel cuore dello Stato. È lo smantellamento del pluralismo e la forgiatura di un nuovo conio illiberale mascherato da democrazia: stile Trump in purezza.
Come osservano molti commentatori, il radicamento di Fratelli d’Italia in Parlamento e nel governo non è un errore di marketing: è il prodotto di un percorso convertito da nostalgie neofasciste a politiche nazionaliste legittime, capaci di non chiamarsi fasciste – ma di raccoglierne l’energia, la forza vitale che tutto distrugge e tutto ricostruisce. Un retorica dagli echi dannunziani che ritorna nell’enfasi a tratti patetica del ministro Giuli, a ben vedere.
Gli imbecilli sbarbati del Ruiz che inneggiano al Duce non sono un incidente: sono persone, e sono il segnale visibile che il fascismo – o meglio, il suo spettro – è tornato a camminare tra i banchi. E le parole di Roccella non sono gaffe: sono enunciazioni di una visione politica che distorce la storia per legittimare una memoria mutilata, una banalizzazione che erode la memoria per aprire nuove strade al vecchio vizio fascista: noi o la morte.
