Dopo due anni di indagini e un processo complesso, si è chiusa la vicenda giudiziaria che vedeva imputati a Teramo tre giovani nigeriani, accusati di aver adescato, minacciato e derubato uomini gay su Grindr. Secondo le indagini, le vittime venivano attirate con falsi profili sulla nota app per incontri gay e poi costrette, sotto minaccia, a consegnare denaro o a prelevarlo al bancomat. La Corte d’Assise di Teramo ha ora emesso le condanne, ponendo fine a un caso che, oltre ai risvolti penali, solleva anche interrogativi su privacy, vulnerabilità e tutela della comunità LGBTQIA+ nel digitale.
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Teramo, adescavano uomini gay su Grindr per rapinarli
Si è chiuso con tre condanne il caso di Teramo, legato a una serie di episodi di violenza e ricatti ai danni di uomini contattati tramite app per incontri gay Grindr. La Corte d’Assise, presieduta dal giudice Francesco Ferretti, stando a quanto riferisce Il Centro, ha inflitto pene comprese tra un anno e nove mesi e tre anni e cinque mesi a tre giovani cittadini nigeriani, oggi di 24, 26 e 31 anni.
Il procedimento era scaturito da un’indagine avviata due anni fa, dopo la denuncia di cinque uomini teramani, che avevano raccontato di essere stati contattati da profili falsi sulla nota piattaforma di appuntamenti gay. Gli incontri, che dovevano essere di natura consensuale, si sarebbero svolti in un’abitazione alle porte di Teramo, dove però si erano invece trasformati in vere e proprie aggressioni, durante le quali le vittime sarebbero state minacciate, costrette a consegnare denaro o accompagnate al bancomat per prelevare somme comprese tra 100 e 400 euro.
Le condanne pronunciate dal tribunale risultano inferiori a quelle richieste dall’accusa, quasi dimezzate rispetto alla pena inizialmente proposta dalla Procura.
La riqualificazione del reato
Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni, ma già nel dispositivo è emerso un elemento cruciale: la riqualificazione del reato. Questo rappresenta anche uno dei passaggi più significativi del processo. La Corte d’Assise di Teramo, infatti, aveva sollecitato un pronunciamento della Corte costituzionale, che ha portato a un cambio di qualificazione da “sequestro di persona a scopo di estorsione” a semplice “sequestro di persona”.
Questa modifica ha avuto un impatto sostanziale sulle pene, che in caso contrario sarebbero potute arrivare fino a 25 o 30 anni di reclusione. La decisione ha dunque ridimensionato l’impianto accusatorio, pur confermando la gravità dei fatti contestati.
La difesa: “Pagamenti concordati, nessuna estorsione”
Durante il processo, gli imputati hanno respinto tutte le accuse, sostenendo che le somme ricevute non fossero frutto di ricatti, ma di accordi economici per prestazioni sessuali consensualmente pattuite. Secondo la ricostruzione della difesa, dunque, non si sarebbe trattato di estorsione o rapina, ma di rapporti sessuali a pagamento tra adulti consenzienti, successivamente fraintesi o denunciati per motivi diversi.
Le vittime, tuttavia, hanno descritto una realtà ben differente. In alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti, gli uomini hanno raccontato di essere stati intimiditi verbalmente e fisicamente, e di aver ceduto al pagamento per paura di subire violenze. Nessuna delle persone coinvolte si è costituita parte civile nel processo, ma le loro denunce sono state ritenute attendibili e coerenti dagli investigatori, che avevano già raccolto riscontri oggettivi e tabulati telefonici nel corso delle indagini.
Come riporta Il Messaggero, le vittime hanno scelto di mantenere l’anonimato e non si sono mai presentati in aula: “Non si sono fatte vedere neanche per conoscere le sorti dei loro presunti carnefici”, hanno commentato gli avvocati. I legali hanno inoltre sottolineato che, ascoltati soltanto nella fase delle indagini attraverso incidenti probatori, gli uomini “sono sempre rimasti nell’ombra per vergogna e avrebbero mentito”.
Le indagini e il ruolo delle app di incontri

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Teramo, era partita dopo una prima denuncia e si era poi estesa ad altri episodi simili, tutti con lo stesso schema: un contatto su un’app di dating gay, un appuntamento fissato in zona isolata o in un appartamento privato, e infine la richiesta di denaro sotto minaccia.
L’indagine ha portato a individuare e arrestare i tre nigeriani nel 2023, grazie anche alla collaborazione delle piattaforme di messaggistica e ai tabulati telefonici. Le vittime, tutte residenti nel Teramano, avevano raccontato dinamiche molto simili tra loro, descrivendo una trappola organizzata con metodo e ripetuta più volte.
L’uso delle app di incontri, in questo caso, è diventato strumento di adescamento e coercizione, un aspetto che richiama la necessità – più volte ribadita anche dalle associazioni LGBTQIA+ – di maggiore tutela e sensibilizzazione sulla sicurezza online.
Negli ultimi anni, infatti, è stato segnalato un aumento dei casi di truffe o violenze legate alle app di dating, spesso coperte da anonimato e difficile tracciabilità.

