The Wolf of Wall Street, un baccanale di droga e sesso anche gay

Esce il 23 gennaio il nuovo Scorsese, una commedia scatenata su un broker truffaldino interpretato da un eccellente DiCaprio. Ma la durata di tre ore è sfibrante e la sceneggiatura monotona.

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Droga, sesso e ben 60 canzoni, da Eartha Kitt ai Lemonhead. È piuttosto insolito, nell’autorevole filmografia del grande Martin Scorsese, l’ultimo, non indimenticabile lavoro The Wolf of Wall Street con Leonardo Di Caprio. Si tratta di una commedia light, scatenata, adrenalinica, un baccanale di droga, sesso compulsivo e abominio morale, fuck, fuck, fuck (l’insulto più celebre del mondo si sente, secondo Film.it, ben 506 volte, praticamente ogni venti secondi).

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Tratto da una storia vera raccontata nell’omonimo romanzo autobiografico di Jordan Belfort, è l’assolo capitalista di un “lupo finanziario” che nel 1987 fonda una delle prime società di broker e finisce in carcere per frode e riciclaggio dopo aver rifiutato di collaborare in un’ampia inchiesta sulla corruzione a Wall Street negli anni Novanta. Quasi l’avvelenato germoglio di quella gigantesca e incontrollabile catena speculativa da finanza tossica che ha contribuito all’innesco della crisi economica mondiale e ai gigantismi criminali di Madoff e complici, come se fosse un rampante Gekko di Wall Street in versione esponenzialmente endemica. Ma rappresenta anche l’ultima deriva del sogno americano, in cui il mantra a stelle e
strisce “tutto è in vendita” ha portato alla debosciata rinuncia etica ai valori in nome del “valore”, il Mediatore Universale, il dollaro onnipotente che consente un accumulo sfrenato di beni di lusso, donne mercificate, abitazioni top, privilegi extravip come elicotteri personali e yacht dedicati alla mogliettina-Barbie sposata dopo un pacchianissimo addio al celibato. La festa prenuziale si trasforma in una monumentale orgia bisex “benedetta” dal nudo integrale posteriore del divo, il quale al mattino si fa largo tra i corpi stremati degli ospiti spalmati sul pavimento come in un campo di battaglia post-erotico.

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La regia sopraffina del maestro italoamericano rende sfarfallanti i cento milioni di dollari del budget e DiCaprio si prodiga nell’eccellente interpretazione molto fisica e gridata di una sorta di strafatto Grande Gatsby “bigger than life” (è candidato ai Golden Globes come il film). Eppure la durata è francamente sfibrante – tre ore esatte – e la sceneggiatura ripetitiva, priva di scavo psicologico dei personaggi: monologhi pubblicitari lunghissimi, ultraparty ossessivi, droga fluviale e sesso di gruppo, persino in aereo, rappresentato come qualcosa di triviale e chiassosamente pecoreccio, tra Porky’s e American Pie. Il delirio camp è dietro l’angolo: già quando spunta in ufficio una banda di ragazzotti in mutande che strepita e occhieggia alla sveltina, si capisce che Scorsese vuole osare. E lo spettatore strabuzza gli occhi. Ecco la bellona che infila una candela accesa nel deretano di Leo (come in ‘Canicola’), il quale ha affermato, a questo proposito: “Nessun inganno, niente controfigura, ho fatto tutto io”; ecco l’orgia gay da far impallidire i produttori della Falcon, organizzata dal cameriere nell’appartamento del protagonista ignaro che, schifato, non vuole più sedersi da nessuna parte, timoroso di restare appiccicato a tracce organiche; ecco l’ometto che svela di non
essere omofobo a patto che la valigia stracolma di denaro arrivi in suo possesso; ecco tette plasticate, culi caramellosi e striscette pubiche femminili come nemmeno nei Russ Meyer d’annata; ecco la gondola che, non si capisce perché, solca tranquilla il golfo di Portofino (per gli americani lo stereotipo del Belpaese li porta forse a fare un gran pasticcio geografico?).

Brillano però come gioielli preziosi i ruoli secondari di Matthew McConaughey in apertura – si nota ancora la magrezza che l’ha scavato per il ruolo dell’elettricista omofobo malato di Aids in Dallas Buyers Club -, di Joanna Lumley, indimenticata Patsy della campissima serie tv Ab Fab e di un sornione Jean Dujardin trafficone svizzero.

Nonostante la grandiosità scenografica (vedasi la roboante tempesta “perfetta” che fa tanto Titanic), The Wolf of Wall Street non sembra approfondire l’assunto di base, è un petardo bagnato, uno Scorsese minore. Uscirà in Italia il 23 gennaio.

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