Nei giorni scorsi, la pagina ufficiale del Comune di Trapani ha condiviso l’appuntamento del prossimo sabato 26 luglio, in occasione del primo Trapani Pride. Si tratterà di un evento storico, dal momento che rappresenterà il primo corteo dell’orgoglio LGBTQIA+ in una delle città simbolo della Sicilia occidentale. Ma l’aria che si respira in città, a pochi giorni dalla manifestazione, ha il sapore amaro del pregiudizio. Non si registrano (fortunatamente) aggressioni fisiche, ma il clima della comunità locale è denso di odio latente, codardia e – soprattutto – silenzio. A denunciarlo senza mezzi termini, è stata Daniela Petracca, tra le fondatrici di Shorùq Arcigay Trapani: “Il vero nemico è il silenzio. È la nostra famosa omertà”.

Trapani Pride
Trapani Pride

Trapani Pride e i commenti omotransfobici sui social

Insulti omotransfobici sotto al post del Trapani Pride
Insulti omotransfobici sotto al post del Trapani Pride

È bastato un post su Facebook, in cui veniva annunciato il Trapani Pride, con i dettagli e le informazioni su accessibilità e percorso, per scatenare l’ondata di odio da parte di un numero incredibile di cittadini. “È solo un carnevale estivo”, “Manca di rispetto alla famiglia”, “Ci sono problemi più seri, come l’acqua”. Sono alcune delle obiezioni ricorrenti sollevate da chi si oppone alla celebrazione del Trapani Pride, con critiche feroci all’amministrazione comunale e polemiche sul fatto che si dia spazio ad un evento simile, ignorando problematiche, a loro dire prioritarie.

“Non condivido questa manifestazione. A cosa serve. Rispetto per la parola Famiglia”, si legge sotto al post social. “Perché i carri? Mica è carnevale. O si?”, commenta una giovane donna, “Avete presente David Bowie? Anni ’70, per intenderci. Speravo che dopo mezzo secolo il quoziente d’intelligenza di questi elementi fosse aumentato, ma è una partita persa”, ed ancora, “E questo lo chiamate rinnovamento? Mandate l’acqua nelle case. Ridicoli”.

Omertà e silenzio, la denuncia di Shorùq Arcigay Trapani

Daniela Petracca, Arcigay Trapani
Daniela Petracca, Arcigay Trapani

I social traboccano di insulti omotransfobici, frasi sempre uguali, ripetute a schema fisso, anonime come i profili che le pubblicano. Eppure, nella vita reale, per strada, negli spazi pubblici, tutto tace. Nessuno ha il coraggio di pronunciare le stesse parole guardandoti negli occhi. Il vero veleno, qui, si chiama omertà.

Daniela Petracca, tra le fondatrici di Shorùq Arcigay Trapani, lo denuncia chiaramente in un intervento a Tp24: “In questi giorni stiamo assistendo ad una valanga infinita di commenti omofobi e transfobici sui social, da parte dei cosiddetti leoni e leonesse da tastiera. Che sono veramente in tanti. Purtroppo c’è la concezione che dire qualcosa di negativo – come i commenti social di questi giorni del calibro di ‘è una carnevalata’, ‘è una pagliacciata’, ‘siete volgari’, ‘fate schifo’, ‘chissà che succede ai bambini se vi vedono’ -, è tanta roba”

Petracca ha rivolto il pensiero ai tanti e alle tante giovani che sono in procinto di fare coming out e che leggendo commenti simili possano rendersi conto di quanto la società sia arretrata e di quanto il Pride possa scuotere il tessuto sociale in cui viviamo. Al tempo stesso ha ribadito “quanta codardia ci sia dietro queste parole, perché poi la gente non ha il coraggio di dirlo dal vivo”

Non si tratta di un problema culturale che coinvolge solo una fascia di età. Petracca, in merito, ha sottolineato: “Credo che sia un problema culturale a priori. La maggior parte dei commenti sui social – 9 su 10 – dicono tutti la stessa cosa. Per lo meno sviluppate una creatività. È ovvio che siano tutti indottrinati a pensarla nella stessa maniera”.

Tornando alla fascia di età, “credo che la peggiore sia quella tra i 40 e i 50, quindi i genitori di questi ragazzi, che è un paradosso e che spesso non li accettano”, aggiunge. 

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Trapani, omertà più che omofobia

A Trapani, la transfobia e l’omofobia non hanno sempre il volto della violenza fisica. Hanno quello, ben più subdolo, della “normalità” ignorante. C’è ancora chi dice a una donna lesbica che “non ha trovato quello giusto”. C’è chi, davanti a un coming out, resta interdetto e poi cambia discorso. C’è chi preferisce che i propri figli non sappiano, non vedano, non conoscano.

“Io penso che il mostro più difficile da combattere, in Sicilia in generale, non solo a Trapani, è proprio il silenzio, è la nostra famosa omertà. Sui social sono tutti bravi, ma nessuno ti esprime veramente il proprio disagio nei confronti di determinate tematiche”, ha spiegato Daniela Petracca.

La rappresentante dell’Arcigay locale ha sottolineato anche come a Trapani non abbia fortunatamente mai subito episodi di omofobia, “mi è capitato di dover affrontare ignoranza atavica di svariate sfumature”, ha aggiunto, “però attacchi omofobi no”. “La cosa più ordinaria che succede ad una donna lesbica in Sicilia, è che arriva il maschio di turno, che a un certo punto ti dice, spiegandoti, che sei lesbica perché non hai trovato l’uomo giusto. Non è molto divertente, è piuttosto molto denigrante. E ci vuole molta forza e coraggio per far capire a questi maschietti che la verità è ben lontana da tutto ciò”

Un messaggio per il Pride

Il Trapani Pride arriva in una terra dove il pregiudizio non è sempre urlato. A volte è sussurrato. A volte, semplicemente, non viene detto, e forse questo pesa ancora di più. “A noi piace tantissimo lo spot del nostro Pride e che rappresenta il sentire di ognuno di noi”, ha aggiunto Petracca nel suo intervento. 

“Il motto è ‘Soffia forte il vento del rinnovamento’, e questo vento lo dedico ai nostri detrattori, perché che piaccia o meno, questo vento soffia comunque e spazzerà ignoranza e pregiudizi. La trasformazione è inevitabile, e Trapani credo sia più pronta di quanto si pensi, e il Pride sarà un momento speciale non solo per la comunità, ma per la città intera. Perché il messaggio che vogliamo far passare è che il Pride è di tutti, è uno strumento per scendere in piazza – ormai ce ne sono pochi -, per dissentire e lottare per i diritti di tutti e di tutte, non solo della comunità”.

 

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Una comunità che resiste

La sede di Shorùq, ospitata dalla Chiesa Valdese, è un presidio di resistenza quotidiana. Anche quella è finita nel mirino: qualcuno ha chiesto alla chiesa di sfrattare l’associazione LGBTQIA+. La risposta è stata netta: restano.

Qui si lavora ogni giorno per i diritti e per il benessere. Si parla di salute mentale, identità di genere, educazione affettiva, ma anche di linguaggio. Perché, come ricorda Petracca, “ogni parola è un gesto politico”. Anche il linguaggio può ferire. O liberare.

“Noi riteniamo che le parole siano alla base di ogni lotta, cambiamento, trasformazione della società in cui viviamo. Le parole danno visibilità, identità alle persone. E siamo abituati a usarlo in un modo che non è del tutto corretto”

Si tratta indubbiamente di un problema culturale, come evidenzia Patracca. “Noi il cambiamento lo iniziamo proprio dalle parole. Parole come ‘inclusivo’, è del tutto giusta, ma sta cambiando anche quella. Noi crediamo non tanto nell’inclusione, quanto nella convivenza nelle differenze. Perché per includere vuol dire che ci vuole qualcuno che ha un privilegio che ti consenta di includere un altro”

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