Longeve come un’ordine religioso cattolico ma in chiave queer, le Sisters of Perpetual Indulgence non sono suore canoniche. Ma attraverso l’estetica church-core da più di 45 anni mostrano l’ipocrisia di strumentalizza la religione. La stampa italiana ne parlò per la prima volta il 13 settembre 1987, in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II a San Francisco. Nel picco dell’epidemia di AIDS, in un articolo de La Stampa dal titolo quanto mai emblematico, «Sodoma aspetta Wojtyla», San Francisco era dipinta come una Babilonia segnata dal peccato. Il capo dei cattolici, che entrava nella nebbia della baia, era lì a riportare la luce nel buio, così buio che tutto sembrava essere caos: «Ci sono sedicenti monache, dai nomi di fantasia quali Sister Chanel 2001, Sister Saddie, Rabbi Lady definitesi della perpetua indulgenza e che non si sa se giudicare semifemmine o pseudomaschi, le quali (o i quali) hanno nulla a che vedere con gli autentici ordini religiosi» scriveva Giancarlo Masini.
Nessuna menzione al fatto che le Sisters of Perpetual Indulgence siano state la prima associazione ad assistere le persone sieropositive, avere cura della loro malattia, organizzare raccolte fondi per dare ciò che la politica e la religione avevano loro tolto: la speranza. Per questo, in un clima di morte, San Francisco era la mecca per la comunità queer di allora: «Le minoranze sociali come i gay-lesbian di ogni parte hanno da tempo trovato qui una specie di patria, con un ambiente ben più vivibile dei loro paesi di origine. Ora, con il passare del tempo, questa gente cresciuta notevolmente di numero per i continui nuovi arrivi, è diventata potente anche sul piano politico» scriveva Masini. Oggi, che la comunità Lgbt+ ha preso parola, la seconda presidenza di Donald Trump rischia di sbrigliare di nuovo le carte. Gay.it ha, quindi, contattato le Sisters per chiedere loro come guardano al futuro. La più longeva di loro – mai chiamarla anziana! – Sister Roma, suora da oltre 40 anni, guarda con speranza all’idea che San Francisco possa diventare di nuovo la città che accoglie le persone queer, altrove discriminate.
Sister Roma, come rispondi alle persone Lgbt+ che ti contattano preoccupate per la nuova presidenza Trump?
È vero, ho ricevuto diverse lettere e messaggi di gente impaurita, specialmente dalla comunità transgender. Lo capisco, e sono qui per ascoltarle. Poi però dico loro: «Dolcezza, questa non è la prima volta. Ci siamo già state dentro e l’abbiamo superata». Oggi mi sentirei, piuttosto, di parlare alle persone giovani della comunità queer, cresciute a loro agio con la propria identità non conforme: «Tranquille! Non perderete il lavoro, la casa, o l’assicurazione sanitaria solo perché siete queer! Un mio grande amico, il leggendario Cleve Jones [amico di Harvey Milk e co-fondatore della San Francisco AIDS Foundation, ndr] dice sempre: «Se lo dai per scontato, te lo porteranno via». Io vorrei che le generazioni più giovani, quindi, siano preparate a difendere i diritti che già hanno, e supportarsi a vicenda. Noi tutti siamo pronte per farlo.
Parli di perdita di lavoro, assicurazione sanitaria e odio. Questo era ciò che viveva una persona omosessuale negli anni Ottanta, vero?
Mi sono unita alle Sisters nel 1987, sono suora da quasi 40 anni! Mi sono spostata a San Francisco dal Michigan nel 1985, sono stata ordinata nel picco dell’epidemia di AIDS, quando lo stigma e la paura intorno alla malattia erano tali che la comunità gay era discriminata. All’epoca la malattia era percepita come la giusta punizione per i peccati e il governo non faceva nulla per salvare le vite. Noi della comunità pensavamo che l’Hiv avrebbe ucciso i diritti delle persone, visto che gli uomini gay, le prostitute e i tossicodipendenti erano oggetto di violenze quotidiane. Le Sisters, fondate nel 1979 – pochi giorni prima che l’Hiv cominciò a picconare l’intera comunità omosessuale – erano il primo gruppo che diffondeva pamphlet informativi conditi di humor per educare la nostra comunità al sesso sicuro, creava raccolte fondi per le cure delle persone malate, ma anche per dar loro una possibilità di vita. Perché la cosa peggiore era che, a una diagnosi di Hiv, seguivano il licenziamento, il disonore della famiglia e anche l’abbandono degli amici, che avevano paura di toccarti.
Facendo un confronto con oggi, pensi che alcune dinamiche di odio e stigma stiano ritornando?
Negli anni Ottanta, quando sono entrata nell’Ordine, era al potere un governo molto conservatore, con Ronald Reagan come presidente, e c’era un’urgenza di far valere i nostri diritti, come il lavoro, o il diritto di sposarci. Abbiamo dato speranza e trasmesso alla nostra comunità speranza, potere e forza, specialmente quando la Corte Suprema ha deciso di approvare il matrimonio egualitario sotto la presidenza Obama, fissando una pietra miliare in una storia che sembrava andare finalmente nella giusta direzione. Ma poi, mentre le cose cominciavano a spostarsi verso sinistra, le persone più conservatrici hanno iniziato a respingere fino al punto in cui ci troviamo ora, con un’amministrazione fascista che si appresta a comandare. La grande differenza fra gli anni Ottanta e dove siamo adesso è che abbiamo misure di sicurezza e protezione, il diritto di esprimere noi stessi: teniamocelo stretto, perché sembra che tutto questo sia di nuovo a rischio. Ci sono persone che hanno scelto di rendere l’America un paese cristiano e nazionalista perché vogliono imporre la loro religione e la loro ideologia sui diritti garantiti dalla Costituzione, e sembra che le nostre garanzie stiano venendo meno.
Al contrario, la candidata democratica Kamala Harris vi ha supportatə, vero?
Kamala Harris è una grande alleata della comunità Lgbt+, lei rispetta noi e il nostro diritto di esistere. Non è affiliata in alcun modo alle Sisters, ma ci siamo incontrate e abbiamo ospitato lei allo scorso Pride di San Francisco. Nell’ultima campagna l’estrema destra ha scovato i video della parata e ha cercato di affiliare Kamala Harris alle Sisters, dipingendoci come un gruppo anti-cattolico, dipingendo lei come anti-religiosa. Tutto questo non è vero, ma la grande bugia è che siamo anti-cattoliche o anti-religiose. Ci sono, invece, tanti cattolici e cristiani che apprezzano l’importante lavoro che facciamo per la comunità e capiscono le intenzioni, sanno chi siamo: abbiamo sorelle (vere) e preti che ci supportano.
Qual è la tua preoccupazione maggiore?
Oggi ho 61 anni e una delle cose che ho imparato nella mia vita è che non bisogna preoccuparsi eccessivamente per il futuro. Io non mi siedo oggi a pensare preoccupata cosa accadrà nel futuro. Penso che abbiamo già visto abbastanza. Non ho votato contro Trump perché ho paura di quello che potrebbe fare, ma per le cose disastrose che ha fatto nell’amministrazione precedente: ha imposto il divieto per le persone trans nell’esercito, per esempio [si fa riferimento al Transgender military ban, annunciato dalla prima presidenza Trump nel 2017, ndr] . Quello che intendo fare, e quello che la comunità queer sempre fa, è unire e proteggere i più vulnerabili. Ma anche lottare, come abbiamo sempre fatto, perché siamo dalla parte giusta della storia. Nel futuro vogliamo protestare, organizzare marce e raduni per combattere per i diritti e le cose buone e giuste.
Quindi immagino che il prossimo Pride di San Francisco sarà grandioso, no?
Direi più grande della stessa vita, perché le persone hanno bisogno di sentire il diritto di esprimere sé stessə, di radunarsi e vedere l’arcobaleno malgrado la tempesta. Sono fortunata a vivere in California e a San Francisco, riconosco di essere in una sorta di doppia bolla: sono in una bolla blu di democrazia e dentro una bolla rosa, dove c’è una vibrante comunità queer. E questa doppia bolla deve crescere e accogliere sempre più persone che vengono da altre parti degli Stati Uniti dove non si sentono accolti. Quello che deve accadere oggi è lo stesso di quanto accadeva negli anni Sessanta e Settanta, quando San Francisco era la mecca della comunità Lgbt+: la gente veniva perché non riusciva a trovare lavoro e accoglienza. Credo che oggi sia il tempo per avere questa rinascita: i cancelli sono aperti, venite e sarete benvenutə!
Sister Shalita si è unita alle Sisters otto anni fa, ma è stata sempre vicina al loro credo. Origini italiane a parte – il suo nome di battesimo è Giuliano Innocenti, e lo rivendica con orgoglio – a Gay.it non nasconde la paura di tempi difficili. Infermiera in una clinica psichiatrica, è consapevole che la seconda amministrazione Trump può mettere a dura prova la salute mentale della comunità Lgbt+
Sister Shalita, cosa ti senti di dire giorni dopo la vittoria di Trump?
Non è facile, anche perché sono ebreo e sto vivendo con preoccupazione tutto quello che accade in Medio Oriente. Il 7 ottobre il mio ex fidanzato è stato ammazzato da Hamas, eppure quel conflitto ha diviso la comunità queer come nessun’altra cosa negli Stati Uniti. Ciò che non comprendo è come la comunità queer possa essere ingannata così facilmente da parole d’odio. Non sono arrabbiato per le persone che hanno votato per Make the America great again, non è colpa loro, ma non possiamo essere così stupidi da non separare la religione delle persone dagli estremismi, perché per me il male assoluto oggi è l’ideologia. Non ho una spiegazione su come i fondamentalisti cristiani che vogliono ripristinare l’insegnamento dei Dieci comandamenti a scuola siano gli stessi che hanno votato un presidente che ne ha infranti quasi nove su dieci. Ricordo una frase di RuPaul, che dice: «Quando sei circondato da così tanta oscurità, come le persone gay, dacci un’occhiata per esserne consapevole. Ma non fissarla, perché si prenderà anche te». Centinaia di persone mi stanno contattando per problemi d’ansia e credo che, per il nostro benessere mentale, dovremmo prima proteggere noi stessi. Amare i nostri nemici, trattarli con gentilezza ed evitare di prendere parte a una nave che sta già affondando.
Quando sei entrata nelle Sisters c’era questa stessa percezione di disfatta?
Sono entrata otto anni fa, ora sono una suora professa – utilizziamo la simbologia cristiana, i cristiani hanno questo bellissimo lessico drag! -, e sono diventata suora sotto la guida di Sister Roma, in sei anni di noviziato. Ho scelto di farne parte perché è come una vocazione, una chiamata. Siamo delle persone spirituali, una tribù. Quando ero giovane, nel picco della crisi di AIDS negli Usa, a San Francisco accaddero molte cose. William – il mio padre adottivo – mi portò in Union Square a manifestare con le Sisters of Perpetual Indulgence, che reggevano la foto di David Kirby [noto attivista, morto di AIDS. Nel 1990 la foto della sua morte fu utilizzata da Benetton sotto la direzione artistica di Oliviero Toscani, cambiando di fatto la percezione sull’epidemia, ndr]. Per me è stato folgorante vedere come avessero profondo rispetto per le persone che avevano un destino direi segnato. È la prima volta che le vedevo, e non sapevo molto altro. Quando ho iniziato a lavorare come infermiere a Baltimora, una delle infermiere era una suora, ho cominciato a pranzare con loro e lei mi disse: «Sai che sei una sister?». Così mi ha portato alle riunioni, e da lì è iniziato il mio viaggio. Ho così realizzato che ero una di loro già da piccolo.
Perché sei diventata Sister?
Questa domanda è molto significativa per me: sono entrato dopo aver visto quella foto, ero entusiasta che le campagne di Benetton facessero in qualche modo pressione sulla nostra agenda politica negli anni Ottanta / Novanta. Grazie a Kirby, attraverso Benetton, si parlò di AIDS in tutto il mondo. Io sono ebreo, ma sono cresciuto nell’educazione cristiana, e non so perché molti che si definiscono cristiani non si chiedono come agì Cristo durante tutta la sua vita, facendosi ultimo con gli ultimi: può un sacerdote spiegare perché Cristo andava ai margini, mentre al centro si sentiva solo e abbandonato? Quando vado in una chiesa, mi sento come in un grande posto spirituale e queer, con gente che si scambia segni di pace e vive la bellezza della liturgia. Oggi abbiamo politici che utilizzano la religione come arma. Noi, con le nostre lotte, siamo qui per mostrare loro una incoerenza. Solo questi capiranno questo, i cristiani vedranno tanti loro errori.






