In Turchia la notte scorsa, nel quartiere Tarlabaşı di Istanbul, la polizia turca ha aggredito e arrestato sette donne trans, colpevoli soltanto di camminare per strada. Secondo quanto riportato dal collettivo Trans Blok Istanbul, rilanciato da KAOS GL la più grande ong LGBTIAQ turca già perseguitata dal regime di Erdoğan, le donne sono state fermate intorno a mezzanotte, portate con la forza in commissariato e rilasciate soltanto tre ore dopo, alle 3 del mattino. Durante la detenzione, sarebbero state picchiate e sottoposte a violenze fisiche: a una di loro è stato rotto il naso.
I video diffusi da Trans Blok sui social mostrano agenti che strattonano e spingono a terra persone trans, mentre alcune gridano chiedendo aiuto. “I nostri amici sono stati presi di mira semplicemente per la loro presenza – scrive il collettivo –. Le forze dell’ordine continuano a presentare l’esistenza delle persone trans negli spazi pubblici come un crimine. Non accettiamo la violenza della polizia, chiediamo giustizia, uguaglianza e libertà”.
Visualizza questo post su Instagram
Secondo testimoni, le sette donne non avrebbero ricevuto alcuna spiegazione per il fermo. Sono state caricate a forza su un mezzo della polizia e portate nella stazione più vicina, dove si sono verificate le percosse. Gli agenti avrebbero poi negato le violenze, ma i segni sul corpo delle vittime e le testimonianze di chi ha assistito alla scena raccontano un’altra verità.
Non si tratta di un episodio isolato. Tarlabaşı, quartiere popolare del centro di Istanbul, è da anni bersaglio delle incursioni della polizia contro le persone LGBTQIA+. Qui vivono molte donne trans, spesso escluse dal lavoro e costrette a sopravvivere in condizioni di precarietà. Proprio per questo, il quartiere è diventato un simbolo di resistenza e di comunità. Ma ogni volta che le forze dell’ordine intervengono, il messaggio è sempre lo stesso: la loro presenza nello spazio pubblico non è tollerata.
Il collettivo Trans Blok ha annunciato nuove mobilitazioni, chiedendo solidarietà nazionale e internazionale:
“Questi attacchi non sono episodi isolati, ma il risultato del patriarcato e delle politiche statali transfobiche. Nessuno di noi è libero finché nessuno di noi è al sicuro”.
La polizia turca non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sull’accaduto. Tuttavia, negli ultimi mesi il governo Erdoğan ha intensificato la repressione contro la comunità LGBTQIA+, anche attraverso retate, censure e arresti arbitrari durante il Pride e il Trans Pride di Istanbul.
“Non accettiamo la violenza della polizia a cui sono stat* sottopost* l* nostré amich* di Tarlabaşı, pres* di mira semplicemente per la loro presenza” dichiara Trans Blok al giornale di KAOS GL “Le forze dell’ordine statali continuano le loro sistematiche politiche di oppressione, presentando la presenza di persone trans negli spazi pubblici come un crimine. Questi attacchi non sono attacchi isolati; sono il risultato del patriarcato e delle politiche statali transfobiche. Siamo al fianco dei nostri amici, contro la violenza e l’odio della polizia. Chiediamo giustizia, uguaglianza e libertà: perché nessuno di noi è libero finché nessuno di noi è al sicuro!”
Visualizza questo post su Instagram
Le norme anti-LGBTIAQ+ in approvazione in Turchia
L’aggressione di Tarlabaşı arriva mentre il governo turco prepara l’undicesimo pacchetto di riforma giudiziaria, che contiene nuove norme apertamente anti-LGBTQIA+. Il disegno prevede il carcere da uno a tre anni per chi “promuove o incoraggia comportamenti contrari al proprio sesso biologico”, l’innalzamento da 18 a 25 anni dell’età legale per la riassegnazione chirurgica di genere e pene fino a sette anni per chi vi si sottopone al di fuori del quadro giuridico.
Le coppie gay rischiano la prigione se celebrano cerimonie di fidanzamento o matrimonio, mentre piattaforme e media che ospitano contenuti LGBTQIA+ potranno essere censurati per “atti osceni” o “propaganda contro la moralità pubblica”.
La Turchia di Erdoğan, che da anni invoca la “difesa della famiglia e dei valori morali”, si avvicina così a un modello repressivo già sperimentato in Russia: quello di uno Stato che trasforma la vita stessa delle persone queer in un reato.
