Ungheria, divieto di Pride, la condanna di 20 paesi UE, l’Italia non firma

L'ambiguità politica di Meloni si unisce a quella di von der Leyen: Unione Europea al bivio. Cosa sta succedendo.

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Giorgia Meloni e Ursula Von der Leyen
Giorgia Meloni e Ursula Von der Leyen: complicità tra le due leader davanti alla deriva illiberale dell'Ungheria di Orbàn.
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Sono 20 gli Stati dell’Unione Europea che hanno firmato una dichiarazione congiunta per condannare il divieto del Pride imposto dal governo ungherese e per chiedere a Budapest di rivedere le nuove leggi che colpiscono direttamente la comunità LGBTQIA+. L’Italia, ancora una volta, ha scelto di non firmare.

Il testo, promosso dai Paesi Bassi, è stato sottoscritto da Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Svezia, Spagna, Cipro, Malta e Grecia. Insieme all’Italia, non hanno firmato Bulgaria, Croazia, Italia, Polonia, Romania e Slovacchia.

I firmatari si dicono “profondamente preoccupati” per la riforma costituzionale e le nuove misure legislative introdotte tra marzo e aprile 2025, che, “con il pretesto della protezione dell’infanzia”, prevedono il divieto di eventi come le marce del Pride, l’uso del riconoscimento facciale per identificare chi vi partecipa e sanzioni per organizzatori e manifestanti.

La protezione dei diritti delle persone LGBTQIA+ è parte integrante dell’appartenenza alla famiglia europea”, recita il documento. E ancora: “Chiediamo alla Commissione di fare pieno uso degli strumenti dello Stato di diritto se l’Ungheria non dovesse fare marcia indietro”.

L’assenza dell’Italia tra i firmatari non è sorprendente. Roma ha scelto una linea di silenzioso collaborazionismo con l’Ungheria di Viktor Orbán, fin dalla scelta di Giorgia Meloni di sostenere, dietro le quinte, la rielezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea.

Una convergenza che si è rafforzata negli anni su temi come la “difesa della famiglia tradizionale”, la “lotta all’ideologia gender” e la retorica sovranista sui valori dell’Occidente.

 

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Ma ora Bruxelles si trova davanti a un bivio. La dichiarazione è arrivata alla vigilia del Consiglio Affari Generali dell’Ue, dove i ministri europei hanno discusso della possibilità di procedere con l’articolo 7 del Trattato, lo strumento più potente (e mai pienamente applicato) che l’Unione ha per sanzionare gli Stati membri che violano sistematicamente i valori fondamentali dell’Ue. Tra questi, il rispetto dei diritti umani, della dignità e della libertà di espressione.

Il commissario europeo per la Giustizia, Michael McGrath, ha ribadito che l’adesione allo Stato di diritto “non è un optional” e ha confermato che la Commissione ha inviato una lettera al governo ungherese, insieme alla vicepresidente Henna Virkkunen, per esprimere “gravi preoccupazioni” non solo per il divieto del Pride, ma anche per la proposta di legge sulla trasparenza della vita pubblica, considerata una minaccia per la società civile e le libertà fondamentali.

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Il ministro ungherese per gli Affari europei, Janos Boka, ha tentato di difendere la posizione di Budapest dichiarando che “in Ungheria non esiste alcun divieto del Pride”, e che la nuova cornice costituzionale serve solo a garantire “il corretto sviluppo morale dei minori”. Parole che, secondo i 20 Paesi firmatari, non cancellano l’intento repressivo delle misure adottate. A Gay.it Máté Hegedűs, uno dei promotori ungheresi del Pride di Budapest previsto per il 28 giugno ha fatto sapere che la marcia ci sarà e che gli attivisti sono pronti ad affrontare le conseguenze.

L’Italia, ancora una volta, resta fuori dal blocco delle democrazie liberali europee che prendono le distanze dalle derive autarchiche di matrice russo-ungherese. Nonostante le pressioni della società civile e le richieste di molti europarlamentari — tra cui Alessandro Zan e la senatrice Alessandra Maiorino — il governo Meloni continua a non prendere posizione, mantenendo una linea di ambiguità che somiglia sempre più a una complicità tacita. E che, per molti osservatori, rischia di indebolire ulteriormente la voce dell’Italia in Europa proprio nel momento in cui l’Unione è chiamata a difendere i suoi valori fondanti.

È inaccettabile che un governo dell’Unione usi pretesti costituzionali per reprimere la libertà di espressione e schedare i cittadini con il riconoscimento facciale” afferma l’eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito democratico europeo, Sandro Gozi “Grave e incomprensibile è invece l’assenza dell’Italia tra i firmatari: difendere diritti e libertà non è un optional, è il cuore del progetto europeo. Un Paese fondatore come l’Italia dovrebbe stare in prima fila, non tra quelli che voltano le spalle alla difesa dei diritti e delle libertà” conclude Gozi nella sua nota.

Il 28 giugno il Pride sfilerà comunque a Budapest, sfidando divieti e intimidazioni. E sarà, ancora una volta, un test per capire da che parte stanno davvero le democrazie europee.

Giovedì 29 maggio, in Piazza Missori a Milano, Europa Radicale e l’associazione Certi Diritti organizzeranno una manifestazione in solidarietà con il Budapest Pride e contro le politiche repressive del governo ungherese. L’iniziativa mira a lanciare un chiaro segnale politico: sollecitare un intervento concreto da parte della Commissione Europea e chiedere al governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, di sospendere ogni forma di cooperazione bilaterale con l’Ungheria finché quest’ultima continuerà a violare apertamente i diritti civili e a disattendere i principi sanciti dai trattati europei.

 

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