Ursula Von der Leyen è troppo impegnata a partecipare alla settimana tecnologica torinese per occuparsi di diritti: nessuna parola sul nuovo divieto che il governo di Viktor Orbán ha esteso sul Pécs Pride previsto oggi 4 ottobre.

La storia si ripete. Dopo Budapest, ora è Pécs – città del sud dell’Ungheria – a finire nel mirino del governo del governo che solo pochi giorni fa, come un burattino di Putin, ha posto il veto sugli aiuti all’Ucraina invasa dalla Russia.

Il Pride di Pécs previsto per oggi è stato vietato dalla polizia municipale, che ha invocato la 15ª modifica della Costituzione per impedire “eventi lesivi della protezione dei minori”. Un linguaggio neutro solo in apparenza, che serve a colpire le persone LGBTQIA+ e a trasformare la partecipazione a un Pride in illecito amministrativo, punibile con multe fino a 500 euro e con strumenti di sorveglianza biometrica.

Il copione è già noto. A Budapest, lo scorso giugno, lo stesso divieto aveva scatenato una reazione imprevista: oltre 200.000 persone in piazza, attivisti, parlamentari europei e cittadini comuni. Una marea che aveva ribaltato la propaganda del regime e trasformato il Pride nella più grande manifestazione anti-Orbán degli ultimi anni.

Ora, a Pécs, il governo ungherese, in crisi di consensi in vista delle elezioni dell’aprile 2026, replica la stessa strategia. Ma gli organizzatori non arretrano: hanno presentato ricorso alla Corte Suprema, pronti – se necessario – ad arrivare fino alla Corte Europea dei Diritti Umani. “Il Pride è un’iniziativa civile, non politica”, hanno dichiarato, ricordando che nessun governo dovrebbe poter decidere chi può esistere nello spazio pubblico. Online sono già stati pubblicati materiali informativi per i partecipanti, con consigli legali e pratici per garantire una manifestazione pacifica.

Ungheria Pesc Pride vietato Orban
Viktor Orbán e il Pécs Pride del 2024

Dopo giorni di silenzio, la Commissione Europea si è espressa, ma non per bocca della Presidente Von der Leyen, che già aveva manifestato una inquietante ambiguità lo scorso giugno davanti all’oceano di democrazia che aveva invaso Budapest. Con due messaggi identici diffusi sui social, Hadja Lahbib – commissaria UE per l’Uguaglianza – e Michael McGrath, commissario per la Coesione e le Riforme, hanno ribadito:

“La nostra è un’Unione dell’Uguaglianza, dove puoi essere chi sei e amare chi vuoi.
Le persone a Pécs devono poter marciare pacificamente per affermare il loro diritto a riunirsi e a vivere senza paura. Siamo al fianco della comunità LGBTIQ – in Ungheria e in tutti gli Stati membri.”

 

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Un richiamo diretto al governo ungherese, ma anche un monito implicito alle istituzioni europee: la Carta dei diritti fondamentali tutela la libertà di espressione (art. 11) e di riunione (art. 12), mentre l’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea sancisce dignità, uguaglianza e diritti umani come pilastri comuni.

In segno di solidarietà, domenica 5 ottobre alle ore 15:00, Milano ospiterà un sit-in in Piazza Missori promosso da Europa Radicale: “Nessuno può cancellare i nostri corpi, le nostre voci, i nostri diritti. L’Europa non è vera Europa se tollera la discriminazione”. Per Alessandro Zan, eurodeputato PD, che ha definito i provvedimenti di Orban bullismo istituzionale “la libertà di manifestare è un diritto fondamentale, non una concessione del regime. Criminalizzare un Pride significa colpire la democrazia”

Da anni Orbán usa la retorica anti-LGBTQIA+ per consolidare il consenso in calo. Ma il divieto del Pécs Pride non è solo una questione ungherese: è una prova per l’Europa intera. Se Bruxelles si limita alla solidarietà verbale, accetta tacitamente che un Paese membro possa violare i principi fondanti dell’Unione. A Pécs, come a Budapest, non si difende solo un Pride, ma ancora una volta è in gioco la credibilità dell’Unione Europea come sistema istituzionale basato su valori di libertà, democrazia, partecipazione e diritti individuali.

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