A pochi mesi dall’inizio del nuovo ciclo legislativo europeo, la Commissione ha infatti, nel contempo, scelto di affossare la Direttiva orizzontale sull’uguaglianza, provvedimento che, se approvato, avrebbe finalmente garantito una protezione uniforme contro la discriminazione fondata su orientamento sessuale, età, disabilità e religione in tutti gli Stati membri.
La direttiva era bloccata in Consiglio da quindici anni, ostaggio del diritto di veto degli Stati più conservatori. Ma nel momento in cui la presidenza polacca – appena insediata – annunciava l’intenzione di lavorare per sbloccare l’impasse, la Commissione ha deciso di gettare la spugna. Un passo avanti simbolico, dunque, due indietro sul piano legislativo.
Nel frattempo, il Parlamento Europeo eletto a giugno 2024 ha virato in maniera evidente verso destra, scenario in cui la nuova strategia per l’uguaglianza LGBTQIA+ rischia di diventare ben presto poco più che una dichiarazione d’intenti. Che significato ha varare una strategia di lungo termine, quando mancano le basi giuridiche della tutela contro la discriminazione?
UE, annunciata la nuova strategia LGBTQIA+ 2025-2030
La notizia è trapelata nelle scorse settimane da Euractive, dopo diversi annunci ufficiosi: la Commissione ha incluso nel suo programma di lavoro una nuova strategia LGBTQIA+ per il periodo 2025-2030. Non ci sono ancora dettagli ufficiali, ma dai documenti preliminari emerge la volontà di proseguire sulla linea della strategia 2020-2025, la prima mai adottata dalla Commissione su questo tema.
Quel piano, annunciato con toni ambiziosi, si proponeva di rafforzare la lotta contro la discriminazione e i crimini d’odio, promuovere il riconoscimento transfrontaliero delle famiglie arcobaleno, e sostenere l’inclusione delle tematiche LGBTQIA+ nelle politiche educative e sanitarie. Ma il vero problema della strategia non era il contenuto, bensì la sua natura: un documento di indirizzo privo di strumenti vincolanti per gli Stati membri.
Un meccanismo che rischia di ripetersi anche questa volta. La nuova strategia, senza un impianto legislativo a supporto, difficilmente potrà superare i limiti della precedente. Senza una direttiva che obblighi gli Stati a rispettare standard minimi di tutela, la strategia LGBTQIA+ 2025-2030 rischia di essere irrilevante per quei Paesi dell’UE che già oggi ignorano le raccomandazioni europee sulla parità di diritti.
La Direttiva affossata: quindici anni di inerzia
A completare il quadro, l’affossamento – poche settimane fa – della Direttiva orizzontale sull’uguaglianza, prevista per la cancellaione dopo 15 anni di stallo perché, presumibilmente, “impossibile da attuare“.
Proposta nel 2008, mirava a estendere la protezione contro le discriminazioni in tutta l’Unione Europea, includendo orientamento sessuale, età, disabilità e religione in settori chiave come il lavoro, l’istruzione e l’accesso a beni e servizi. L’obiettivo era colmare una lacuna evidente: oggi, nell’UE, le persone LGBTQIA+ sono protette solo in ambito lavorativo grazie alla Direttiva 2000/78, mentre al di fuori di questo perimetro le tutele variano da Stato a Stato.
L’iter legislativo si era però inceppato subito in Consiglio, dove alcuni governi – Germania (sotto Merkel), Ungheria, Polonia e Paesi Bassi – hanno bloccato il provvedimento richiedendo l’unanimità.
E dopo anni di tira e molla, la Commissione ha scelto oggi – quando le condizioni sono più che mai sfavorevoli – di bloccarla, perché priva di prospettive. Un messaggio inequivocabile: nonostante le buone intenzioni della presidenza polacca, non c’è volontà politica di forzare la mano su una legge che avrebbe garantito un livello minimo di tutela per le persone LGBTQIA+ in tutta Europa.
Nel gioco di equilibri della nuova legislatura, la Commissione ha preferito non impelagarsi in una battaglia politica con gli Stati più recalcitranti. Il risultato? Una vittoria per i governi nazionali più conservatori e un’ulteriore dimostrazione che i diritti LGBTQIA+ in Europa sono ancora considerati opzionali.
Un Parlamento più a destra: quali prospettive per i diritti LGBTQIA+?
A rendere ancora più incerto il futuro della nuova strategia LGBTQIA+ è il nuovo assetto del Parlamento Europeo, eletto a giugno 2024, che ha visto un rafforzamento sostanziale dei partiti conservatori e di estrema destra.
Se il PPE mantiene saldamente il primato, il dato davvero significativo è l’irruzione dell’ultradestra nel nuovo Parlamento europeo: Patriots for Europe (PfE) e i Conservatori e Riformisti Europei (ECR) hanno guadagnato terreno in modo vertiginoso, trascinando a Bruxelles un’agenda apertamente ostile ai diritti LGBTQIA+.
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È difficile dunque immaginare che questo Parlamento possa facilitare progressi legislativi per la comunità LGBTQIA+. Già in passato, l’ostruzionismo delle destre ha impedito l’approvazione di norme fondamentali, e oggi questo blocco appare più forte che mai. Anche la Commissione, con il nuovo assetto guidato da una Von der Leyen decisamente più moderata sulla tematica, sembra aver scelto la strada del compromesso con i conservatori piuttosto che dello scontro.
