UE, diritti LGBTQIA+ ostaggio della politica: affossata la direttiva antidiscriminazione, “non ci sono le condizioni”

ILGA: "Chi vive nell’Unione Europea non sarà al riparo dall’ondata reazionaria".

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Con l'affossamento dell'Equal Treatment Directive, le tutele antidiscriminazione in UE rimangono frammentate. Nessun passo indietro, nessun progresso.
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Un traguardo che sembra sempre a portata di mano, ma che puntualmente si allontana. È questa la condizione dei diritti LGBTQIA+ in Europa. Da un lato, non mancano i segnali di apertura – solo la scorsa settimana la Commissione ha rinnovato l’invito agli Stati membri a garantire il riconoscimento dei figli delle famiglie arcobaleno concepiti all’estero.

Dall’altro, però, l’avanzata delle destre reazionarie nei palazzi europei – corroborata dall’influenza della nuova amministrazione repubblicana negli USA – comincia a pesare, e dietro le dichiarazioni di principio, l’UE ha deciso di sotterrare la proposta di direttiva sulla parità di trattamento: quel testo che avrebbe esteso orizzontalmente le tutele antidiscriminatorie per orientamento sessuale (non pervenuta l’identità di genere) anche oltre il perimetro del lavoro. Con un lapidario: “Non ci sono le condizioni. La proposta è bloccata e progressi futuri sono molto improbabili”.

Addio dunque a un progetto che avrebbe finalmente garantito, in modo più o meno uniforme, protezione nell’accesso ai servizi, alla sanità, all’istruzione. E che invece, dopo sedici anni di stallo, è stato accantonato.

Unione Europea, affossato l’Equal Treatment Directive

Era il 2008 quando la Commissione Europea presentava l’Equal Treatment Directive, proposta volta a rafforzare e ampliare le tutele previste dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE e dalle normative europee in materia di parità e non discriminazione. L’obiettivo era semplice eppure radicale: eliminare la “gerarchia delle discriminazioni” che ancora oggi caratterizza il diritto europeo.

In parole povere, mettere sullo stesso piano tutte le persone davanti alle discriminazioni, che siano basate su razza, etnia, religione, età, disabilità, orientamento sessuale esclusa l’identità di genere. Attualmente, infatti, le tutele sono più forti per alcune categorie (soprattutto rispetto al lavoro), mentre restano lacunose in altri ambiti fondamentali come l’accesso a beni, servizi, alloggi, cure mediche, educazione.

La direttiva avrebbe colmato queste lacune, estendendo il principio di uguaglianza oltre i confini dell’ufficio e della fabbrica. Avrebbe significato, ad esempio, impedire che una coppia lesbica venisse rifiutata da un ospedale o da un’assicurazione sanitaria; avrebbe tutelato un anziano gay rifiutato da una struttura assistenziale. Insomma, avrebbe protetto la quotidianità delle persone queer e di  altre soggettività marginalizzate.

Eppure, da quel 2008, il testo è rimasto incagliato. Motivo? Il veto di alcuni Stati membri. La Germania della Merkel, per anni, ha guidato il fronte dei “freddi”, affiancata da paesi come Polonia e Ungheria. C’è sempre stato il timore, esplicitato in particolare dai governi conservatori, che la direttiva potesse interferire con le legislazioni nazionali o creare “burocrazia inutile” per le imprese.

Il risultato è che il testo è rimasto sospeso in un limbo. Negli ultimi anni, però, le prospettive si erano fatte nuovamente rosee: la Commissione di Ursula von der Leyen aveva rilanciato il concetto di “Unione dell’uguaglianza, moltiplicando piani e strategie sui diritti delle persone LGBTQIA+, delle donne e delle persone con disabilità. Ma nei fatti, la direttiva del 2008 restava lì, un fantasma che nessuno osava toccare. Fino al 13 febbraio, quando la Commissione ha annunciato l’intenzione di ritirarla definitivamente. Una resa.

La motivazione ufficiale è che dopo sedici anni non c’erano più le condizioni politiche per andare avanti. Ed effettivamente, la scelta arriva in un periodo di ascesa delle destre reazionarie in tutta Europa, dove le maggioranze liberali si fanno sempre più fragili.

Le elezioni europee del giugno 2024 hanno ridisegnato gli equilibri politici di Bruxelles, consegnando una consistente fetta di seggi alle forze sovraniste e ultraconservatrici. I Popolari (PPE) hanno mantenuto la maggioranza relativa, ma solo aggrappandosi a un’alleanza sempre più complicata con i liberali di Renew Europe e i Socialisti (S&D), mentre gruppi come Identità e Democrazia (ID) e Conservatori e Riformisti Europei (ECR) – dove siedono anche i meloniani di Fratelli d’Italia – hanno guadagnato terreno, condizionando di fatto l’agenda comunitaria.

Un vento che, negli ultimi mesi, ha trovato il suo simbolo più plastico nel ruolo di Viktor Orbán. Perché, se oggi la presidenza semestrale del Consiglio è passata alla Polonia in lenta rinascita dopo la fine dell’egemonia ultraconservatrice di Diritto e Giustizia, fino a poco tempo fa proprio il leader ungherese, emblema dell’Europa illiberale, deteneva quella carica, guidando l’agenda dei governi nazionali. Una presenza ingombrante che ha pesato come un macigno su qualsiasi passo in avanti sui diritti civili e sulle politiche di uguaglianza.

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Il rischio, forse, era quello di un voto che sancisse una bocciatura definitiva, trasformando la direttiva sulla parità di trattamento nell’ennesima bandiera da sventolare per le destre anti-LGBTQIA+ e anti-diritti. Così la Commissione ha preferito sfilarsi. Senza alternative, senza nuove proposte, senza nemmeno consultare le organizzazioni che da anni lottano per quella direttiva.

La rabbia di ILGA: “Un messaggio devastante”

Il ritiro della direttiva è stato un colpo durissimo per tutte le realtà impegnate nella tutela dei diritti fondamentali. Tra le voci più indignate, quella di ILGA Europe:

“La decisione presa questa settimana compromette gravemente l’impegno dell’UE nella costruzione di un’Unione dell’Uguaglianza, proprio in un momento in cui le comunità emarginate necessitano di una protezione più forte che mai. Il ritiro della proposta di direttiva lascia una lacuna evidente nella legislazione europea, non riuscendo a garantire tutele adeguate a giovani, anziani, persone LGBTIQ+, persone con disabilità o a chi subisce discriminazioni fondate su religione o convinzioni personali nell’accesso a beni e servizi, alloggi, assistenza sanitaria, protezione sociale o istruzione.

Inoltre, non offre una protezione sufficiente a coloro che subiscono discriminazioni per motivi di razza, origine etnica e sesso/genere, quando questi fattori si intersecano tra loro.

L’intenzione della Commissione di ritirare questa misura, senza consultare la società civile e senza presentare un piano alternativo per garantire una protezione completa contro le discriminazioni al di fuori dell’ambito lavorativo nell’UE, trasmette un messaggio politico profondamente sbagliato”.

Sotto accusa è anche il metodo: la decisione della Commissione è stata presa senza alcuna consultazione pubblica, senza coinvolgere il Parlamento europeo, né i cosiddetti Equality Bodies, gli organismi nazionali che vigilano sull’applicazione delle norme antidiscriminatorie. Un colpo di mano, che sa tanto di calcolo politico.

 

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Il rischio è che questa vicenda segni un punto di non ritorno. Senza quella direttiva, l’Unione Europea continuerà ad avere un sistema di protezione frammentato, con diritti a geometria variabile a seconda dello Stato di residenza e dell’ambito in cui si subisce discriminazione. Per le persone LGBTQIA+ – ma anche per anziani, disabili, persone razzializzate – questo significa rimanere esposti a ingiustizie e abusi proprio nei momenti più vulnerabili della loro vita.

Sbarazzarsi di questa direttiva senza introdurre un’alternativa più forte e completa, proprio in un momento così delicato, in cui discriminazioni e violazioni dei diritti sono in aumento, mina la credibilità dell’UE come punto di riferimento globale in materia di diritti umani – continua ILGA – Lancia un messaggio chiaro: chi vive nell’Unione Europea non sarà al riparo dall’ondata reazionaria che, in tutto il mondo, sta attaccando uguaglianza, democrazia e libertà fondamentali. Non basta che la Commissione faccia marcia indietro. Anche gli Stati membri devono assumersi le proprie responsabilità e trovare finalmente l’accordo su una legge ambiziosa che contrasti ogni forma di discriminazione”.

La palla passa dunque ai governi nazionali e al Parlamento Europeo, ma il clima non è dei migliori. I risultati delle europee di giugno hanno rafforzato ulteriormente le destre, e la strada per una nuova proposta di legge – magari ancora più inclusiva – sembra più in salita che mai. Eppure, le associazioni non hanno intenzione di arrendersi: chiedono che la Commissione torni sui suoi passi e che il Consiglio UE affronti pubblicamente la questione. Anche perché, come sottolinea ILGA-Europe, la posta in gioco è l’idea stessa di un’Europa capace di difendere la dignità e l’uguaglianza di tutte le persone: “In tempi di odio e allarmismo, abbiamo bisogno di più tutele per i diritti umani, non di meno”.

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