Uomo, gay, italiano e sieropositivo. La storia di Michele

Intervista ad un ragazzo sieropositivo: il sesso, la coppia, la famiglia, il lavoro

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6 min. di lettura

Conosco Michele da diversi anni. Le domande contenute in questo articolo non me la sono mai sentita di fargliele apertamente prima. Forse c’era bisogno dell’intervista per andare oltre la solita paura di essere indiscreto o inopportuno nei rapporti personali. Michele: uomo, gay, italiano, trentadue anni. Una storia che, penso io, deve in qualche modo assomigliare a molte altre. Nascere in una città, crescere e andare a studiare altrove, poi farsi una vita, diventare adulti. E un giorno fare i conti con una novità piuttosto ingombrante. Paolo Gorgoni lo ha intervistato per Gay.it.

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Qual è stato il cambiamento più importante che hai affrontato da quando sai di avere l’HIV?  Da quanti anni ci convivi?
Ho scoperto di essere sieropositivo nel 2010, esattamente una settimana prima del mio ventisettesimo compleanno: si può immaginare come l’ho passato. Penso di aver preso l’HIV qualche mese prima, ma non avevo avuto mai il coraggio di fare il test. Credo che il cambiamento più importante ci sia stato proprio quando ho deciso di affrontare il demone e chiamare l’Ospedale S. Orsola per prenotare il test: quando mi sono reso conto che in gioco c’era la mia vita, e quella degli altri.

E’ mai stato un grosso problema all’interno delle tue relazioni?
Inizialmente si, è stato un grosso problema, mi ricordo che sono stato diversi mesi senza fare sesso. Pur avendo all’epoca tantissime opportunità per fare sesso, non riuscivo a concretizzare (almeno nei primi 2-3 mesi). Poi qualcosa è cambiato, quando mi sono reso conto che il preservativo è uno strumento sicuro e che basta usarlo per stare tranquilli.

Ne parli apertamente nei rapporti occasionali? Se sì, perché?  Se no, perché?
Nei rapporti occasionali non ne ho mai parlato spontaneamente: pensavo di essere l’unico sieropositivo sulla terra, o comunque uno dei pochissimi. Avere l’HIV limitava molto il mio rapportarmi con i ragazzi, tant’è che non accettavo quasi mai di rivedere qualcuno più di una volta: per almeno 6-7 mesi ho avuto solo ed esclusivamente rapporti occasionali.

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Hai mai subito reazioni negative e/o particolarmente sgradevoli?
Si, l’unica volta che mi ero deciso a voler conoscere meglio un ragazzo, con il quale avevo fatto sesso solo dopo esserci già uscito diverse volte insieme. Quando gliel’ho detto ha avuto una crisi pesantissima, urlava e piangeva, terrorizzato al pensiero che io avessi potuto passare il virus anche a lui. E’ stato veramente terribile. Mi disse che non voleva più rivedermi e che se fosse risultato positivo al test mi avrebbe denunciato (cosa impossibile perché eravamo stati attentissimi). Il giorno dopo volle rivedermi per scusarsi e da lì nacque una bella amicizia.

In rapporto alla comunità LGBT italiana, in particolare agli altri uomini gay, come ti senti?  Capito? Rappresentato? Accettato? La sieropositività ti sembra una condizione negata, sconosciuta o vissuta male dagli altri?
Non ho mai parlato con nessuno specificamente del mio essere sieropositivo (se non con te che mi fai queste domande, con il mio ex, con il mio attuale compagno e veramente pochissime altre persone: se altri lo sanno è per questioni contingenti, tipo essersi trovati in ospedale per le visite di controllo o il ritiro dei farmaci), quindi diciamo che non mi sono mai posto il problema. Quello che mi dà fastidio però è l’atteggiamento finto e di facciata che c’è nella comunità LGBT rispetto al problema HIV e AIDS: tutti sono così bravi, casti e puri

Moralmente inattaccabili…
Esatto: poi i dati e le statistiche ci dicono esattamente il contrario, che nessuno è infallibile. E il processo lo faccio anche a me stesso, si badi bene, perché anch’io sono stato così, finché non ci son cascato dentro. Brutto a dirsi, ma è così, ci capita facilmente di essere un po’ ipocriti da questo punto di vista.

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E nel mondo del lavoro e degli affetti familiari? 
Nel mondo del lavoro ne ho parlato solamente durante la visita medica che si fa di solito quando ti assumono. Certo, non era necessario dichiararlo, direbbero molti, ma in quel momento ho sentito che dovevo farlo. In famiglia lo sa solo mio padre, che l’ha scoperto per puro caso, perché mi ero assolutamente ripromesso che non l’avrei mai detto in famiglia. Inizialmente, portavo sempre con me la cartellina dove tenevo tutte le mie analisi e il foglio con l’esenzione: una sorta di “prudenza”, perché mi dicevo: “se succede qualcosa, almeno sanno cosa mi è capitato”. Un giorno mio padre vede questa cartella nel mio zaino e la riconosce, dal momento che era la cartella dove lui aveva raccolto tutte le mie analisi fin da quando ero piccolo. Gli avevo chiesto di darmela un annetto prima con la scusa “almeno, stando a Bologna (sono toscano di origine) se ho bisogno ho tutta la mia situazione clinica da far vedere…”. Mio padre, che non è scemo, deve aver avuto un sentore e così la guarda. Aspettò almeno un mese per prendermi un giorno da parte e parlarmi. Per me fu una catastrofe, e alla sua domanda “Ma perché non me ne hai mai parlato?” io ho saputo solo dirgli: “Perché non volevo deluderti”. Da quel momento il mio rapporto con mio padre si è rinsaldato: lui volle venire a parlare con i medici, per capire la situazione, era con me quando ho iniziato a prendere la terapia. “Hai resistito anche troppo da solo, non è un peso che un ragazzo giovane deve sopportare sulle sue spalle”: le sue parole sono scolpite nella mia testa e mi ricordano sempre quanto mi vuol bene quell’uomo.</em

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Credi che vivresti meglio se ne potessi parlare liberamente?  Il “segreto” o la riservatezza circa un aspetto così importante, quanto possono pesare sulla tua qualità della vita e sul tuo benessere psicofisico?
Purtroppo credo che sull’argomento HIV e AIDS ci sia ancora tantissima ignoranza: questo mi porta a pensare che sia meglio tenere il segreto e non parlarne, se non con persone delle quali ho stima o con le quali ho un rapporto reciproco e scambievole di affetto. La cosa al momento non mi pesa, perché penso che alla fine la mia vita è esattamente come quella di una persona che non ha il mio problema. L’unica differenza è che io prendo una pillola tutte le sere, ma anche chi ha la pressione alta lo fa, per cui…

Ti sei mai sentito triste o depresso perché spaventato o emarginato? Come hai reagito?
Inizialmente sì, avevo una paura tremenda di rimanere solo (ce l’ho anche oggi, ma non per colpa dell’HIV, ecco). Più che altro era la sensazione che comunque mi si potesse leggere addosso, che guardandomi qualcuno mi potesse additare e denunciarmi al mondo come sieropositivo. Quando poi ho razionalizzato la cosa, tante paura si sono volatilizzate.

Cosa diresti, oggi, ad un ragazzo come te che scopre di avere l’HIV?
Prima di tutto che non è la disgrazia più grande che gli potesse capitare, perché è peggio se ti becca una meningite fulminante: per quella ci rimani secco, per l’HIV no. Inizialmente è difficile, ma poi realizzi che sei seguito, che non sei lasciato solo, che puoi essere aiutato anche psicologicamente, allora ti rendi conto che è una battaglia che si vince tutti i giorni, anche se si tratterà di una guerra lunga tutta la vita. Però questo porta inevitabilmente un arricchimento, almeno per me lo è stato: ho iniziato a dare il giusto peso alle cose e soprattutto ho capito di avere una forza dentro che non pensavo proprio di avere.

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Le parole di Michele pesano tanto. Soprattutto perché, quando sentiamo parlare di HIV, continuiamo a immaginare persone sieropositive che hanno paura di ammalarsi e morire. E invece chi ha l’HIV oggi teme soprattutto che si veda, che si sappia. Si teme di restare da soli, si teme di essere pericolosi per gli altri, si teme di “deludere” chi ci sta vicino, perché in fondo viviamo un’infezione come fosse una colpa, un peccato. Parlarne apertamente, spesso, non è neppure una possibilità contemplata. Michele è un ragazzo solare, felice, energico ed ha il supporto di suo padre. Eppure lo sa bene che il prezzo da pagare per stare nella nostra comunità è quello del silenzio. Un silenzio che, però, spesso isola e nasconde, un silenzio che farà credere sempre al nuovo diagnosticato di “essere l’unico sieropositivo sulla terra, o comunque uno dei pochissimi”. I ragazzi come Michele, in Italia, sono davvero tanti.

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