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USA, nello Utah vogliono vietare la bandiera del Pride ma non quella nazista

I denigratori della cosiddetta cultura woke calano man mano la maschera: via i simboli dell'inclusione, largo alla storia dei totalitarismi che sognano di restaurare.

Pride Bandiera Svastica Utah
Due leggi dello stato dello Utah - USA - fanno discutere: una delle due vieterebbe la bandiera Progress Pride, ma lascerebbe via libera per un uso didattico di quella nazista.
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C’è un irriverente paradosso che aleggia tra i deserti rossi e le cime innevate dello Utah. Immaginate un’austera aula scolastica, banchi allineati come soldatini e un crocefisso in disparte (o forse nemmeno quello, dipende dalla sensibilità religiosa locale). Un disegno di legge – numerato così: H.B. 77 – partorito da certi solerti rappresentanti – decreta che bandiere “politiche” vadano proibite: Pride flag, bandiere a sostegno di diritti civili, qualsiasi vessillo che si discosti da un elenco “benedetto” (Stati Uniti, Stato dello Utah, forze armate, entità universitarie e simili). Tuttavia, in nome di un nobile intento “educativo”, la cara vecchia svastica nazista può comunque trovare spazio all’interno di una lezione di storia: “Si può mostrare un vessillo nazista, se serve a spiegare l’orrore della Seconda Guerra Mondiale”, è il succo. Una contraddizione che in qualche modo stride con l’idea di “neutralità” di cui certi legislatori si fanno paladini.

Come non ravvisare un filo di comicità amara? Il Pride, che per molti giovani LGBTQ+ è simbolo di speranza e inclusione, viene cacciato perché “ideologico”, e non può essere mostrato, perché – secondo il rigurgito neo-imperialista maschio-tossico patriarcale suprematista – la bandiera arcobaleno corromperebbe i giovani studenti e li porterebbe verso chissà quali mete di perdizione (o forse di liberazione?).

Invece il vessillo nazista – a patto di un contesto didattico – può ergersi sulle pareti come epico reperto storico. Cosa direbbero i giovani delle scuole pubbliche dello Utah, quelli che cercano un segnale di accoglienza? Hanno la certezza che il loro insegnante non rischi qualche denuncia o una multa di 500 dollari per avviso di bandiera non gradita? Ma soprattutto: tutto l’astio contro la temibile cultura woke era forse la preparazione a una più congeniale simpatia per i simboli di un regime sanguinario? Come dice Jane Fonda: volevate soltanto uccidere l’empatia (e siete semplicemente dei fascio-Musk-nazisti, aggiungo io).

Le critiche non si sono fatte attendere. In particolare, l’American Civil Liberties Union (ACLU) dello Utah sottolinea come la Pride flag non sia un simbolo politico, ma un segno di inclusione per la comunità LGBTQ+, spesso bersaglio di discriminazione e ancora a rischio emarginazione nelle scuole. Alcuni studenti, infatti, hanno testimoniato che l’esposizione della bandiera arcobaleno può rappresentare un concreto segnale di accoglienza e rispetto della diversità, soprattutto in un’epoca in cui il tasso di suicidi tra i giovani LGBTQ+ rimane preoccupante.

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Neanche a dirlo, il testo di legge sbandiera il nobile proposito di liberare le aule da politicizzazioni fastidiose. Così ogni cartello, ogni ricordo di chi quotidianamente subisce discriminazioni, diventa una “bandiera” da sgomberare. E che dire di H.B. 233, una seconda proposta che punta il dito su Planned Parenthood? Essa vieterebbe ad alcune organizzazioni di fornire istruzione sanitaria e sessuale nelle scuole pubbliche, limitando ulteriormente le possibilità di accedere a informazioni specialistiche.

Insomma, niente più educazione sanitaria tenuta da chi, a quanto pare, “minerebbe i valori” di chi non tollera la parola “aborto”. Le voci critiche sostengono che, in nome di un non ben definito decoro, si stia limitando la conoscenza, riducendo gli spazi di crescita culturale e discriminando chi ha più bisogno di assistenza.

Nel frattempo, dalle file di questi legislatori trapela la solita retorica: “Proteggiamo i bambini dal contagio di idee sbagliate!”. Ma quali sarebbero esattamente queste idee sbagliate? Che ogni essere umano ha diritto a non sentirsi un paria, a non dover camminare in punta di piedi nella speranza di non incappare nella moralità altrui?

Non fraintendiamoci: mostrare bandiere naziste a fini didattici è una pratica comune in molti Paesi democratici, perché il passato va ricordato. Ma allo stesso tempo, c’è chi potrebbe chiedersi se nel sacro dogma della neutralità sia più “innocuo” un simbolo storico carico di morte rispetto a uno di speranza e inclusività. Una domanda:

che siano rimasti scandalizzati dalla cosiddetta cultura woke proprio perché sognavano un giorno di poter sventolare, con meno imbarazzo, i propri emblemi del passato più buio?

Le due proposte di legge, H.B. 77 e H.B. 233, hanno già ottenuto un via libera dalla Commissione Educazione e un primo passaggio positivo alla Camera. Ora il Senato dello Utah dovrà pronunciarsi: se i senatori daranno la loro approvazione, e il Governatore deciderà di firmare, si potrà mettere in pratica questo bizzarro principio per cui una bandiera arcobaleno che offre conforto a tanti studenti è ritenuta troppo “politica”, mentre una svastica nazista può campeggiare (a scopi didattici, per carità).

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