Musk fa flop, voleva supportare l’estrema destra di AfD, ma ha solo svegliato la Germania (e affossato i piani)

Di fronte alla minaccia di una deriva populista e antieuropeista, la Germania ha risposto con un’affluenza record: l’84% degli elettori si è recato alle urne, il dato più alto dalla riunificazione del 1990.

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Il sostegno di Elon Musk ad Alice Weidel ha infiammato soprattutto i conservatori oltre i confini tedeschi.
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L’ultradestra tedesca avanza, ma non sfonda. L’AfD chiude le elezioni federali del 2025 con un risultato storico, il 20,8%, ma al di sotto delle aspettative che, sulla scia dei sondaggi e di un endorsement senza precedenti da parte di Elon Musk, puntavano a qualcosa di più.

Se il miliardario a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa statunitense si aspettava infatti di spingere il partito di Alice Weidel oltre la soglia critica per influenzare il futuro governo, il suo intervento ha invece prodotto un effetto collaterale: ha trasformato la contesa elettorale in un referendum sulla democrazia tedesca, spingendo milioni di elettori a recarsi alle urne per fermare l’avanzata dell’estrema destra. Di fronte alla minaccia di una deriva populista e antieuropeista, la Germania ha risposto con un’affluenza record: l’84% degli elettori si è recato alle urne, il dato più alto dalla riunificazione del 1990.

La CDU di Friedrich Merz è così tornata in testa con il 28,6%, ma intanto i socialdemocratici di Olaf Scholz hanno subito una disfatta senza precedenti, fermandosi al 16,4%. Un risultato che porta a un’unica opzione di governo: una grande coalizione CDU-SPD-Verdi, che garantirà stabilità ma, con ogni probabilità, produrrà un immobilismo istituzionale. 

Ma l’aspetto più interessante delle elezioni tedesche del 2025 non è tanto chi ha vinto, ma come si è sviluppata la battaglia politica. L’endorsement di Musk ha lasciato un’impronta sul voto? E fino a che punto ha realmente favorito l’AfD?

L’effetto Elon Musk: un’arma a doppio taglio

Elon Musk non è nuovo alle incursioni nella politica internazionale, ma la sua campagna in favore dell’AfD è stata diversa. Per mesi, il patron di Tesla e SpaceX ha utilizzato la sua piattaforma, X (ex Twitter), per sostenere esplicitamente Alice Weidel e il suo partito, trasformando l’estrema destra tedesca in un tema di conversazione globale. A dicembre 2024, il primo post: “Solo l’AfD può salvare la Germania”. Poi un’escalation di oltre 70 tweet nei due mesi successivi, interviste, editoriali sulla stampa tedesca: Musk arriva ad ospitare sul proprio account un’intervista a Weidel in quella che sarebbe diventata la sua prima, vera incursione diretta nella politica europea.

L’intento era chiaro: portare l’AfD fuori dalla sua nicchia tradizionale e accreditarlo come un partito libertario, pronto a sfidare il “sistema” rappresentato dai partiti tradizionali e dall’Unione Europea. In questo, Musk ha agito da megafono globale, attirando l’attenzione su Weidel e sulla retorica populista della sua formazione.

Ma se l’endorsement di Musk ha effettivamente rafforzato la legittimazione pubblica dell’AfD, normalizzando la sua presenza nel discorso politico mainstream, ha anche avuto un effetto indesiderato: ha reso l’elezione un test di resistenza per la democrazia tedesca.

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A ben vedere, qualcosa del genere è già accaduto a Musk sul fronte commerciale: da quando ha deciso di utilizzare il proprio potere economico per influenzare la geopolitica, le vendite di Tesla sono crollate e le auto del magnate alla ketamina vengono in tutto il mondo vandalizzate.

In Germania, l’idea che un miliardario americano, con forti legami con Trump e la destra populista internazionale, potesse interferire apertamente nel voto ha generato una mobilitazione senza precedenti. I partiti democratici hanno sfruttato l’argomento per galvanizzare il proprio elettorato, trasformando le urne in un argine all’ingerenza esterna e all’ascesa dell’ultradestra. Musk ha dunque contribuito a rendere Weidel e il suo partito più visibili, ma ha anche scatenato una controffensiva che ha fatto registrare il record di affluenza e, di fatto, ha impedito che l’AfD sfondasse.

Germania, come sono andate le elezioni?

I numeri parlano chiaro. L’AfD ha ottenuto il miglior risultato della sua storia, ma resta ben al di sotto delle soglie necessarie per incidere sulla formazione del governo. Il 20,8% è una percentuale altissima per un partito populista di estrema destra, ma non sufficiente per entrare in una coalizione.

La CDU di Merz, pur vincendo con il 28,6% – sotto la soglia psicologica di sicurezza del 30% – non può governare da sola e si vede costretta a riproporre la grande coalizione con i socialdemocratici di Scholz (16,4%) e, probabilmente, i Verdi (11,6%). Una configurazione destinata a garantire stabilità istituzionale, ma al costo di una paralisi politica. L’alleanza CDU-SPD-Verdi ha del resto già dimostrato di essere fragile e spesso inconcludente nelle precedenti legislature.

I tre partiti, pur condividendo la necessità di arginare l’AfD, hanno visioni profondamente diverse su economia, immigrazione, transizione ecologica, politica estera e diritti civili. Le pressioni per trovare compromessi porteranno con ogni probabilità a un governo che eviterà le decisioni più divisive, limitandosi a una gestione ordinaria del paese.

Ed intanto, l’assenza di alternative forti è destinata a rafforzare indirettamente proprio l’AfD, che si conferma la principale forza d’opposizione. Il partito di Weidel, pur escluso dal governo, si troverà in una posizione strategica: potrà attaccare la grande coalizione su ogni fronte, guadagnando ulteriore terreno tra gli elettori insoddisfatti.

Il vero pericolo, dunque, non è tanto il risultato dell’AfD nel 2025, quanto ciò che accadrà nei prossimi anni. Se il nuovo governo si dimostrerà debole e incapace di rispondere alle sfide economiche e sociali, l’AfD avrà gioco facile nel presentarsi come unica alternativa credibile. E se oggi il 20% non è bastato per portarla al governo, domani potrebbe essere tutta un’altra storia.

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