Nelle ultime ore l’amministrazione USA di Donald Trump ha rivendicato un’operazione militare “su larga scala” in Venezuela, culminata nella cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores e nel loro trasferimento negli Stati Uniti. Secondo il Guardian giuristi ed esperti di diritto internazionale non vedono una base legale credibile: l’uso della forza contro uno Stato sovrano è vietato dall’articolo 2(4) della Carta ONU, salvo autodifesa o mandato del Consiglio di Sicurezza. Anche Le Monde sottolinea la frizione tra retorica americana (“arrestare un narcotrafficante” come sbandierato dalla premier italiana Meloni) e conseguenze politiche reali di un’azione che somiglia a un cambio di regime imposto dall’esterno. Repubblica sottolinea la grave frattura diplomatica che ne deriva.
L’aggressione USA è da condannare senza sconti e le modalità imperialiste utilizzate verso Caracas lasciano presagire un futuro a dir poco inquietante e un presente che scivola rapidamente verso la Terza Guerra Mondiale. Questo però, non significa assolvere il regime di Maduro. È proprio qui che una certa sinistra, innamorata della mitologia bolivariana, inciampa:
che cosa resta di “rivoluzionario” se, nel concreto, libertà civili e diritti delle minoranze, vengono lasciati ai margini o trattati come un lusso occidentale?
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Diritti LGBT in Venezuela: timeline di Ilga
La timeline ricostruita da ILGA mostra un percorso frammentato e incompleto. Già nel 1836 in Venezuela gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso vengono depenalizzati, un dato precoce sul piano storico ma privo di reali ricadute in termini di diritti. Solo molto più tardi arrivano tutele parziali: nel 2011 protezioni in ambito abitativo basate su orientamento sessuale e identità di genere, nel 2012 garanzie contro la discriminazione sul lavoro per orientamento sessuale. Nel 2017, infine, viene introdotto il divieto di incitamento all’odio fondato su orientamento sessuale, identità ed espressione di genere, senza però tradursi in un sistema organico di diritti e riconoscimenti.
Prima di Chávez: invisibilità, stigma, zero tutele
Il Venezuela prima di Chavez, pre-1999, non era certamente un paradiso liberale: la vita LGBTIAQ+ si muoveva in un terreno di forte stigmatizzazione sociale e di assenza di protezioni antidiscriminatorie strutturate. Le ricostruzioni comparative utilizzate in ambito protezione/asilo dell’archivio documentale austriaco Ecoi mostrano come, storicamente, il problema non sia stato solo “la legge”, ma l’insieme di pratiche sociali e istituzionali che rendevano l’esposizione pubblica un rischio. In altre parole: invisibilità come strategia di sopravvivenza.
Con Chávez arriva una retorica di emancipazione popolare, ma sul fronte LGBTIAQ+ la traduzione normativa resta debole. Oggi le principali banche dati internazionali continuano a descrivere il Venezuela come privo di un impianto completo di protezioni contro la discriminazione basata su orientamento sessuale e identità di genere. Si consulti Human Rights Watch al proposito. E sul piano dei riconoscimenti familiari, l’assenza di matrimonio egualitario o unioni civili comparabili ai modelli europei è rimasta una costante: ILGA World lo registra come uno dei nodi irrisolti del Paese.
Questo è il punto politico: una “rivoluzione” che redistribuisce (a parole), ma non riconosce pienamente la cittadinanza delle minoranze, finisce per riprodurre gerarchie tradizionali, solo con un lessico diverso. Quello del populismo di sinistra che facilmente può sfociare in autoritarismo. E infatti.
Maduro: autoritarismo, crisi e vulnerabilità queer

Sotto Nicolás Maduro, subentrato a Chavez nel 2013, alla stagnazione dei diritti civili si somma un contesto di repressione politica e crisi materiale che colpisce in modo sproporzionato chi è già esposto a discriminazione. Human Rights Watch nel 2024 ribadisce l’assenza di una legislazione civile complessiva contro le discriminazioni SOGI (forme di discriminazione basate su Sexual Orientation and Gender Identity) e segnala, tra gli sviluppi, anche interventi giudiziari puntuali, ma senza un salto di sistema. Ad esempio esistono protezioni limitate e frammentarie in ambito militare per le persone LGBT, emerse da decisioni giudiziarie e prassi interne, più che da una legge organica. In alcuni casi è stato stabilito che l’orientamento sessuale non può giustificare automaticamente sanzioni o esclusioni dal servizio (Corte Suprema, tra il 2016 e il 2017). Si tratta però di tutele non sistemiche, parziali e facilmente reversibili, sentenze sporadiche che non costituiscono precedente e dunque non coprono pienamente identità ed espressione di genere.
La Commissione Interamericana dei Diritti Umani (IACHR) descrive le persone LGBTI come particolarmente vulnerabili a misure arbitrarie e richiama il Venezuela a non criminalizzare ulteriormente, insistendo sulla necessità di protezioni effettive. Sul piano umanitario, analisi di protezione legate alle agenzie ONU parlano di livelli elevati di discriminazione e violenza, oltre a ostacoli concreti nell’accesso a servizi e sicurezza.
I lanci raccolti da ILGA delineano un quadro allarmante della condizione LGBTIQ+ in Venezuela tra il 2024 e il 2025. Le organizzazioni per i diritti umani operano sotto pressione crescente e clima di paura, mentre vengono documentati decine di casi di discriminazione e violenza, soprattutto contro donne lesbiche, bisessuali e trans. Alla repressione interna si affianca l’esilio forzato: persone LGBTIQ+ fuggono dal Paese per persecuzioni e omofobia, ma spesso vedono negato l’asilo o vengono deportate verso Paesi terzi, talvolta subendo abusi e torture. Ne emerge una realtà di persecuzione strutturale, tra stigma sociale, mancanza di tutele e vulnerabilità estrema anche nei percorsi migratori. Nel 2020, a seguito delle parole di apertura di Papa Francesco, Maduro aveva fatto un’apertura al matrimonio egualitario, salvo poi rimandarla alla successiva Assemblea Nazionale che vide poi la sua nuova elezione avvenire in un clima di brogli e repressioni. Nel 2023 furono arrestati 33 uomini in una spa riservata ad un pubblico gay.
L’Osservatorio Venezuelano sulla violenza contro persone LGBT per il 2024 riporta 40 casi di aggressioni e discriminazioni denunciate e due omicidi documentati. quello di una donna trans di 36 anni di nome Monzerratt, assassinata nella zona industriale di Sojo a Guatire, nello stato di Miranda, e quello dello stilista Luis Braccal, picchiato nel CC Paseo Las Mercedes.
Né con gli USA, né con Maduro
L’intervento militare USA è (verosimilmente) illegittimo, pericoloso per il clima incendiario che deriva dallo sbriciolamento dei diritto internazionale in tutto il mondo e quindi pericoloso per l’ordine globale; ma va sottolineato che il regime di Maduro è incompatibile con un sistema di diritti pienamente democratico, anche perché lascia incompiuti, quando non vulnerabili, i diritti LGBTIAQ+, per tacer del disastroso stato economico e delle condizioni di povertà in cui è precipitato il Venezuela negli ultimi vent’anni.
Se una parte della sinistra vuole ancora chiamarla “rivoluzione”, allora la domanda di realtà è questa: che rivoluzione è, se l’uguaglianza si ferma alla porta di casa delle persone LGBTIQ+?
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