Lo scorso aprile vi raccontavamo la storia di Andry José Hernández Romero, truccatore venezuelano di 32 anni che aveva osato cercare rifugio negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni nel suo paese natale. In quanto gay e critico nei confronti del regime autoritario venezuelano, Andry sperava di trovare accoglienza nell’America di Donald Trump, che l’ha invece deportato in El Salvador.
Ebbene dopo 125 giorni di silenzio, detenuto in una fortezza di cemento costruita per far sparire le persone, Andry Hernández Romero è finalmente tornato a casa, in Venezuela, rivelando di essere stato torturato, abusato sessualmente e privato del cibo.
Andry José Hernández Romero è finalmente libero

“È stato un incontro con la tortura e la morte”, ha confessato Hernández ai giornalisti accorsi nella sua casa di famiglia a Capacho. Andry ha descritto come lui e altri detenuti siano stati picchiati, colpiti con proiettili di gomma e rinchiusi in celle buie, prima di essere improvvisamente liberati venerdì scorso. “Molti dei nostri compagni hanno ferite da manganello; costole fratturate, dita delle mani e dei piedi rotte, segni di manette”. “Altri hanno segni sul petto, sul viso… a causa dei proiettili”.
Hernández era uno degli oltre 250 uomini venezuelani espulsi ai sensi dell’Alien Enemies Act, una legge risalente al periodo bellico che il presidente Donald Trump ha utilizzato per deportare le persone senza udienze o controlli per l’asilo. Sebbene sia entrato legalmente negli Stati Uniti al confine di San Diego, si sia presentato a un appuntamento preciso assegnatogli dal governo statunitense e abbia superato un primo credibile interrogatorio basato sulla paura nel tornare nel proprio Paese, gli agenti federali si sono attaccati ai suoi tatuaggi – due corone con le scritte “mamma” e “papà” – come presunta prova di appartenenza alla gang Tren de Aragua, cosa che i suoi avvocati hanno insistentemente negato. Andry non aveva precedenti penali. Ma tanto è bastato per spedirlo a El Salvador, in un autentico inferno.
Abusi sessuali in prigione, la denuncia di Andry Romero
In un’intervista tv andata in onda lunedì sui media statali venezuelani, Hernández ha denunciato abusi sessuali da parte delle guardie. Secondo quanto riportato da Reuters il procuratore generale venezuelano ha dichiarato che il suo ufficio indagherà sul presidente salvadoregno Nayib Bukele in merito alle presunte torture ai danni di cittadini venezuelani. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha respinto le accuse di abusi, definendo gli uomini deportati “membri di gang criminali e illegali“. Pur non essendoci prove concrete a dimostrarlo.
Intervistata da KGTV, affiliata all’emittente ABC di San Diego, Melissa Shepherd, avvocato dell’Immigrant Defenders Law Center, ha dichiarato: “Siamo felici che non sia più nella prigione delle torture, ma siamo preoccupati per il suo futuro”. Shepherd, che rappresenta Hernández e altri uomini deportati, ha aggiunto: “Sono stati torturati fisicamente, verbalmente e psicologicamente“.
Lindsay Toczylowski, cofondatrice e CEO di ImmDef, ha dichiarato a The Advocate che il caso di Hernández illustra “un presagio davvero cupo di dove andremo a finire come Paese se questa situazione verrà mantenuta”. “Si tratta di persone mandate senza un giusto processo incontro alla tortura, solo per poi essere usate come pedine politiche in un rilascio di prigionieri di cui nessuno di noi era a conoscenza prima che accadesse, a cui nessuno di loro aveva acconsentito“.
D’altronde Hernández è ancora in pericolo in Venezuela, Paese da cui era fuggito perché perseguitato. Il suo team legale sta valutando l’ipotesi di un trasferimento in un Paese terzo, ma è tutt’altro che semplice spostarsi liberamente sotto il regime di Nicolás Maduro. Nel dubbio Romero ha voluto ringraziare i tanti che si sono preoccupati per lui, in questi ultimi mesi. “Mi riempie di tanta pace, tanto conforto, tanta tranquillità sapere di non essere mai stato solo, fin dal primo giorno“, ha detto a Reuters. “Molte persone si sono preoccupate per me”.

