L’operazione militare statunitense in Venezuela, avvenuta il 3 gennaio, ha provocato almeno 80 morti e si è conclusa con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, trasferiti negli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha successivamente dichiarato che Washington è ora “in carica” della gestione del Paese.
Negli Stati Uniti, l’intervento è stato duramente contestato da esponenti del Partito Democratico. Tra questi, Pete Buttigieg, potenziale candidato presidente USA nel 2028, ex segretario ai Trasporti e ufficiale della Marina di riserva, apertamente gay, sposato e padre di due bambini, ha riassunto le motivazioni dell’operazione con una sola parola: “impopolare”. In un messaggio pubblicato sui social, rilanciato da LGBTQ Nation, Buttigieg ha scritto:
“È uno schema vecchio e fin troppo noto: un presidente impopolare, in difficoltà sull’economia e che perde consenso in patria, decide di lanciare una guerra per un cambio di regime all’estero. Gli americani non vogliono ‘gestire’ un altro Paese mentre i loro leader falliscono nel migliorare la vita qui.”

Buttigieg non è stato l’unico a prendere posizione. Tutti i membri apertamente LGBTQ+ del Congresso degli Stati Uniti hanno condannato l’invasione militare americana in Venezuela del 3 gennaio, definendola un atto illegale e privo di autorizzazione del Congresso. Come documentato da Advocate, tra loro, la senatrice Tammy Baldwin ha sottolineato che il presidente non ha “autorità unilaterale” per lanciare un’azione militare o deporre governi stranieri, e ha chiesto il rispetto del ruolo costituzionale del Congresso nel decidere l’uso della forza. Anche la rappresentante Becca Balint ha criticato l’operazione come “sconsiderata e illegale”, pur riconoscendo la brutalità del regime di Maduro. Altre voci, come Julie Johnson, Chris Pappas, Sharice Davids, Angie Craig, Sarah McBride, Eric Sorensen, Robert Garcia, Mark Takano, Ritchie Torres e Mark Pocan, hanno espresso preoccupazioni simili, evidenziando l’assenza di approvazione legislativa, i rischi per i soldati americani e la destabilizzazione regionale, e chiedendo trasparenza e coinvolgimento del Congresso nella decisione di intervenire militarmente.

Nelle ultime ore Pete Buttigieg ha rincarato la dose, con un attacco diretto a Stephen Miller, consigliere della Casa Bianca, per aver sostenuto che gli Stati Uniti possono influenzare altri Paesi “con la forza”. Miller aveva detto che nel “mondo reale” contano forza e potere, commento che secondo Buttigieg “contraddice ciò che il paese ha imparato, soprattutto nel XX secolo“, e rischia di rendere gli americani meno sicuri. Alla narrazione delle prime ore, che aveva presentato l’intervento americano come atto di difesa contro la penetrazione del narcotraffico venezuelano negli USA, narrazione a cui, tra lo stupore delle cancellerie mondiali, ha abboccato anche la premier italiana Giorgia Meloni, il profilo dell’operazione militare orchestrata dall’amministrazione Trump ha svelato l’intento primario americano di impossessarsi dei giacimenti petroliferi del Venezuela.
Buttigieg ha sottolineato il proprio passato militare e ribadito critiche già espresse in precedenza nei confronti di Trump, accusato di aver evitato il servizio militare durante la guerra del Vietnam e di aver mostrato scarso rispetto per i veterani. Nel 2024, Buttigieg aveva definito “irresponsabile” anche il piano dell’ex presidente di tagliare drasticamente il personale del Dipartimento per i Veterani, che impiega un’alta percentuale di ex militari.
Le dichiarazioni di Buttigieg arrivano mentre il suo nome continua a circolare con insistenza come potenziale candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2028, come già riportato da Gay.it in precedenti analisi e sondaggi, che lo indicano tra le figure più forti all’interno del campo democratico.
