Veronica Pivetti: “Potrei amare una donna ma l’Italia è omofoba”

Esce giovedì prossimo la sua prima regia, l’intelligente e sensibile Né Giulietta né Romeo

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Né melenso, né stereotipato. È davvero una bella sorpresa, Né Giulietta né Romeo, commedia intelligente e sensibile che segna l’esordio alla regia di Veronica Pivetti, anche interprete, produttrice e cosceneggiatura con la ‘socia’ storica Giovanna Gra. Un piccolo gioiello – certo, non mancano alcuni stilemi un po’ troppo televisivi, ma la storia convince – su un sedicenne come tanti, Rocco (Andrea Amato, bravissimo, una vera rivelazione) che decide di fare coming out causando scompiglio nella famiglia apparentemente aperta – mamma Olga giornalista (proprio la Pivetti) e papà psicologo, Manuele (Corrado Invernizzi) – in realtà sconvolta e impreparata alla dichiarazione del figlio che scappa di casa con due amici per assistere a un concerto della sua popstar preferita.
Non siate prevenuti e andate a vederlo: è un film pedagogicamente importante nell’asfittico panorama italiano (ricorda un po’ Come non detto, ma è più bello), in grado di affrontare temi significativi come il bullismo e l’omofobia senza farne proclami ma nemmeno senza liofilizzare la questione pur di far passare il messaggio.

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Contattiamo Veronica al telefono, non smetteremmo mai di ascoltarla: è un vulcano di creatività e voglia di raccontare la sua adorata ‘cinecreatura’ che arriva nelle sale giovedì 19 novembre grazie alla distribuzione di Microcinema.

Com’è nata la decisione di passare dietro la macchina da presa e perché il tema del coming out?

Covavo da molto tempo la decisione di cimentarmi nella regia. Ci pensavo da sette-otto anni ma non è facile fare un film in questo Paese: devi trovare gente che abbia fiducia in te, i soldi per farlo. Ci vuole una congiuntura favorevole. Avevo un copione scritto per me come attrice. Ero in ricerca di una regia ma contemporaneamente volevo farla. È un grande azzardo, un superesperimento. Avevo già fatto alcuni cortometraggi, mi era molto piaciuto. Ci abbiamo messo svariati anni e sono molto orgogliosa di quello che ho fatto. Siamo di fronte a una famiglia evoluta, aperta, in teoria senza pregiudizi, che salta per aria, viene scardinata di fronte alla dichiarazione del figlio maschio che rivela la propria omosessualità. In questo Paese fortemente omofobo il figlio maschio è una specie di totem intoccabile. C’è chi dice che le cose non sono più così, invece le cose sono assolutamente ancora così: il fatto che l’omosessualità siamo molto dibattuta non significa che sia accettata. È un tema estremamente discusso ma per niente digerito. Tant’è vero che ho incontrato alcuni giornalisti che m’hanno chiesto: ‘Ancora l’ennesimo film sull’omosessualità, che bisogno c’è?’ Io ho risposto: ‘Che bisogno c’è dell’ennesimo film sull’amore eterosessuale? I film d’amore etero si continuano a fare, non sono venuti a noia, quelli d’amore omosessuale sì?’. Questo mi crea qualche sospetto: vuol dire che il tema è scomodo, difficile da accettare, è surreale ma questo Paese è ancora così. Mi sembrava molto giusto parlarne, mi piaceva la storia.

È una storia vera?

Sì, è una storia vera, ispirata a persone a me molto vicine ma vissuta in un altro modo. In Italia c’è un’assoluta chiusura su questo tema, è un Paese pieno di pregiudizi. È un film per ragazzi ma anche per genitori, molti della mia generazione si possono identificare nei due genitori del film. Interpreto un ruolo anche antipatico ma bisognava illuminare un po’ questa situazione. Un adolescente ha bisogno di tutta la comprensione possibile, una coercizione così grave come quella sul proprio orientamento sessuale può fare dei danni spaventosi soprattutto a quell’età.

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Perché una commedia?

Ho voluto fare una commedia perché è il genere in cui mi trovo più a mio agio come attrice e sicuramente come regista era giusto che partissi con una cosa del genere. Non mi piace che al discorso omosessualità sia legato il dramma. Ci sono bellissimi film drammatici sull’omosessualità ma volevo alleggerire tutto questo, dare uno spaccato di questa famiglia secondo me molto diffusa. Non volevo legarla al dramma perché è giusto che sia più digeribile per tutti. Far sorridere il pubblico senza farne ridere.

Né Giulietta né Romeo ha un valore pedagogico importante, rappresenta in maniera verosimile l’adolescenza e parla con chiarezza del problema chiave dell’omofobia…

Succedono cose di una gravità nei confronti degli omosessuali che non possono essere taciute né raccontate come fenomeni. In un Paese civile non può succedere una cosa del genere. Il nostro è un Paese che aumenta i pregiudizi nei confronti dell’omosessualità, è vergognoso quanto siamo indietro.

Affronti anche la questione dell’ omofobia interiorizzata, per esempio nel personaggio del bullo Manetti.

Il bello dell’età dell’adolescenza è che scopri come sei fatto, fai un sacco di errori. È uno scrigno di ricchezza venire a conoscenza come è fatta la sfera amorosa e sessuale. Il personaggio di Manetti, provando probabilmente una pulsione di quel tipo, non sa gestire come è fatto e quindi aggredisce per colpa della società, i genitori, la religione, la scuola e chi più ne ha più ne metta. È inquadrato in un certo modo. Quello che succede nelle scuole è spaventoso e non c’è una società capace di dire basta e dare una voce alternativa.

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Rispetto a tanti brutti film in cui l’adolescenza viene rappresentata in maniera molto stereotipata, rendi bene la porn-generation, la generazione ‘del sesso via cavo’ come dice il personaggio di Maria interpretato da Carolina Pavone. Sono giovani sempre connessi e molto disincantati nei confronti dell’educazione sentimentale che confondono con quella sessuale. Come hai costruito questi personaggi?

L’autrice del soggetto e cosceneggiatrice è Giovanna Gra, una grande conoscitrice dell’adolescenza. Le ragazze sono bombardate da questo modo di comunicare, però tutto questo è fortemente aggressivo e difficilmente gestibile. Manca totalmente un’educazione sentimentale che è affidata agli sms e agli emoticon. Mi sembrava molto importante raccontare questa generazione.

Come hai trovato il cast, in particolare il protagonista, la rivelazione Andrea Amato, molto espressivo?

È eccezionale, delizioso, mi ricorda Anthony Perkins. Ho visto un sacco di ragazzi, anche in casting per altri film. Non appena l’ho visto ho capito che era una spanna sopra gli altri: giusto, credibile, un bellissimo volto. Ha una sua fragilità però sa essere anche duro. Veramente molto bravo. Carolina Pavone è un’esordiente. Mi ha rivelato che mentre aspettava prima del provino ha pensato: “Che cosa sto a fare qui? Tanto non mi prenderanno mai…”. Invece l’ho presa immediatamente. Francesco De Miranda (il personaggio di Mauri, n.d.r.) ha lavorato con Ascanio Celestini. Ho avuto la grande fortuna di avere tre giovani attori professionisti.

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Ho trovato straordinaria la nonna fascista appassionata di armi interpretata da Pia Engleberth…

A lei abbiamo affidato le risate del film. Abbiamo presentato il film al festival di Giffoni, un pubblico di ragazzi. Erano talmente conquistati dal personaggio della nonna che poteva dire qualsiasi cosa, loro ridevano comunque. Pia è molto giusta come madre, una bravissima attrice, e noi plausibilissime come madre e figlia. L’avevo vista in Anni felici di Luchetti, l’avevo trovata strepitosa. Poi c’è Corrado Invernizzi, un attore eccezionale, riesce a interpretare questo padre odioso fino alla fine.

Fai anche una critica evidente alla psicanalisi: emerge in maniera esemplare come sia difficile scindere tra il lavoro di genitore e quello di psichiatra/psicanalista…

L’autrice del film viene da una famiglia di psichiatri e psicologi, non ha avuto difficoltà a raccontare questa realtà. Ancora adesso ti dicono: curiamo l’omosessualità. Non illudiamoci: molta psichiatria pensa ancora che sia una malattia da curare, siamo in un Paese tremendo.

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Il rischio è anche quello di cadere in depressione, tu ne hai sofferto per anni…

La depressione è talmente personale… Quando ho avuto la mia forte depressione, sono stata da psichiatri e psicologi, ho preso le medicine ma me ne hanno sbagliate parecchie. Un lungo percorso di sei anni, ci vuole la fortuna di trovare quello bravo che ti capisce e ha voglia di entrare nel tuo mondo. Il padre del mio film, in nessuno dei ruoli, né padre né psicologico, entra realmente in comunicazione con suo figlio.

Credi che sia ancora comunque un trauma per un genitore scoprire che il proprio figlio è gay?

Sì. Non credo che i genitori siano illuminati da questo punto di vista. Troppe volte ho sentito parole e visto i fatti che non corrispondevano alle parole. Quando il figlio è tuo succede l’impensabile, una voragine, va in crisi l’intera famiglia.

Il personaggio della popstar Jody McGee ricorda un cantante gay considerato il principe del porn-groove, Immanuel Casto, i cui testi sono sessualmente espliciti…

È nato molti anni fa, circa otto. È in realtà spirato a Mika che adesso è un personaggio famosissimo e accettatissimo, ma ha fatto tutto da solo. Mika che conosciamo noi oggi è in effetti tutt’altro personaggio.

Noi ti adoriamo anche per un motivo particolare: hai doppiato Antonia San Juan nel leggendario ruolo del trans di Agrado in Tutto su mia madre, entrato nell’immaginario collettivo!

Ti racconto come è andata, almeno come mi è stato raccontato dal direttore di doppiaggio. Ho fatto il provino a Roma ma ha scelto Almodóvar. Mi hanno detto: “L’avete fatto in due: tu e Eva Robin’s. Almodóvar ha scelto te”. È stata una delle cose più belle che ho fatto nel doppiaggio. Tutto su mia madre è un film capolavoro, eccezionale, c’è tanta verità estrema. Almodóvar è un genio e si sa. È stato un lavoro intenso, sono stata molto attenta a non tradire il personaggio di Agrado, non è facile aderire a un personaggio così estremo, così divertente ma anche così doloroso. Qualche anno fa sono andata a Madrid e in un teatrino vicino al mio albergo c’era Antonia San Juan che faceva un monologo. Sono andata a vederla e le ho detto: sono la tua voce! È stata molto carina.

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Ti è mai capitato di innamorarti di un omosessuale o di una donna?

Chissà quante volte! È un mondo ingiustamente sommerso, lavora molto ‘sotto copertura’. È quanto di peggio possa succedere per i sentimenti. Da bambina ero pazza di una mia compagna, anche nell’adolescenza volevo sposare una ragazza all’oratorio, più grande di me, un’educatrice. Credo che si debba essere molto liberi riguardo alle proprie pulsioni sessuali, bisogna assecondarle, seguire il proprio cuore. Sembra una frase da collezione Harmony ma bisogna fare quello che desideriamo fare. Frustrare le proprie pulsioni naturali non può che portare dolore e sofferenza. Bisogna essere sinceri con se stessi e liberi.

Credi che adesso ti potrebbe capitare di innamorarti di una donna?

Certamente. Tutto può succedere. Aspetto al varco chi ha quelle certezze che gli fan dire: ‘a me non succederà mai’. L’essere umano è estremamente complesso, pieno di risvolti che neanche conosciamo. Potremmo sorprendere noi stessi. Ho avuto grandi trasporti platonici per donne, persone per cui provi un’attrazione, il desiderio di stare insieme. Mi sono anche costretta a rapporti sbagliati, per una coercizione sociale. Non avrei nessuna paura a scoprirmi in modo differente. Non lo ostacolo come non lo cerco, può capitare.

Vivi con due maschi, vero? So che dormi con loro!

Sì, sono pelosi, gli unici maschi che circolano in casa mia! Uno dei due, Harpo, era anche al festival gay di Torino quando sono stata in giuria. Ha compiuto a luglio 15 anni, è un vecchietto acciaccatissimo. È come un figlio. Ma i figli non mi mancano per niente. Oltre ai due cani ho un terzo figlio: questo film!

Sei favorevole alle adozioni gay?

Ovviamente sì, nessuno vuole scardinare la famiglia tradizionale ma perché accanirsi per antichi pregiudizi senza senso contro un altro tipo di famiglia se due persone sono in grado di occuparsi e dare felicità a bambini che vivono male, da soli e abbandonati?

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