Non si placa la polemica attorno a Vincenzo Schettini, il docente diventato celebre sui social con il progetto “La Fisica che ci Piace”. Dopo le dichiarazioni rilasciate al podcast BSMT condotto da Gianluca Gazzoli, e il successivo reel di replica alle critiche, emerge ora una nuova testimonianza.
A raccoglierla in esclusiva è stata Grazia Sambruna per MOW. A parlare è un ex studente che ha avuto Schettini come professore di Fisica tra il 2018 e il 2019 e che, chiedendo l’anonimato (da qui la scelta, durante l’intervista, di alternare le concordanze di genere per evitare qualsiasi elemento identificativo), racconta una gestione delle lezioni fortemente orientata alla produzione di contenuti social, con tanto di “voti in più” attribuiti attraverso reaction e cuoricini.
Una testimonianza che, se confermata, solleva interrogativi sul rapporto tra didattica e spettacolarizzazione, tra scuola pubblica e personal branding.
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Vincenzo Schettini, polemiche dopo l’intervista al BSMT
Il caso esplode dopo un passaggio dell’intervista al BSMT, in cui Vincenzo Schettini affronta il tema del valore dell’istruzione. Le sue parole vengono interpretate da molti come un’apertura alla possibilità di una scuola a pagamento. Una lettura che genera forti reazioni online.
Nel reel di risposta pubblicato successivamente, il docente sostiene di essere stato frainteso, parlando di “attacchi gratuiti” e denunciando anche commenti omofobi ricevuti in quei giorni. Tuttavia, il montaggio del video – con “tagli e cuci” rispetto all’estratto originale – viene a sua volta criticato.
È in questo clima che un ex studente decide di contattare MOW per raccontare cosa, secondo la sua versione, accadeva in aula.
#VincenzoSchettini fa un reel in cui spiega l’estratto più controverso della sua intervista al #BSMT: peccato che sia stato montato/scorciato ad hoc (presumo da lui) x farlo sembrare meno peggio. Qui x confrontarli facile – a volte basta dire “m’è uscita male”, non è reato 🫠⤵️ https://t.co/z591V5vFAu pic.twitter.com/9pmUR72wyo
— GraceSomehow (@LaSambruna) February 19, 2026
La testimonianza dell’ex studente
Alla domanda su come si svolgessero le lezioni di Fisica, la risposta dell’ex studente è netta: “Le sue lezioni, diciamo, non erano ‘tradizionali’. Nel senso che su cinquanta, l’avrò visto massimo cinque volte spiegare alla lavagna. Lui arrivava in aula quasi sempre con lo scopo di rendere ogni ‘lezione’ un video da massimo 10 minuti sul proprio canale YouTube”.
Secondo il racconto, all’inizio dell’ora venivano scelti studenti volontari per reggere il telefono, la selfie stick e la ring light. L’attività di registrazione avrebbe occupato gran parte del tempo disponibile.
“Si arrivava facilmente all’ora piena perché si fermava e ripartiva da capo quando sbagliava a parlare o non lo convinceva il modo in cui avesse espresso un concetto. Controllava anche le inquadrature, mentre ‘spiegava’, e nel caso non gli piacessero, ripartiva da capo un’altra volta”.
Il risultato? “Tutto questo, inevitabilmente, levava tempo alla ‘lezione’”.
Il presunto sistema di voti
Il punto più controverso riguarda però il sistema dei voti legato alle dirette social pomeridiane.
Schettini, sempre nell’intervista al BSMT, aveva raccontato di aver riconosciuto crediti agli studenti che seguivano le sue live. L’ex studente conferma la pratica, fornendo dettagli precisi: “Certo! In classe, come ho detto, non spiegava granché, pareva più di essere su un set. Poi gli è nata questa idea di fare lezioni sul suo canale YouTube e proprio sull’argomento spiegato in quei video pomeridiani avrebbe interrogato il giorno dopo”.
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Seguire la live non bastava. Bisognava commentare. E ogni commento riceveva una reaction valutata in punti: “Ogni commento veniva valutato istantaneamente dal Prof tramite reaction: un pollice in su valeva 0.25 punti, un cuore mezzo punto. Più ne accumulavi, più ti alzava il voto all’interrogazione del giorno dopo”.
Gli studenti, racconta ancora la fonte, dovevano poi preparare un PDF con tutte le reaction ricevute: “Ci aveva chiesto di fare un file in PDF, un report, che raccogliesse tutte le sue reaction ai nostri commenti. Ci presentavamo con quello all’interrogazione, così ogni volta sapeva fin da subito di quanto ci dovesse alzare il voto”.
“Molti non parlano per paura”
Perché nessun altro avrebbe denunciato prima questi metodi? L’ex studente offre una spiegazione legata al peso mediatico del docente-influencer: “Nessun altro ne parla per paura di ritorsioni social da parte del fandom de ‘La Fisica che ci Piace’ (3.5 milioni soltanto su Instagram)”.
E ancora: “Altri ex studenti mi hanno contattata per chiedermi perché stessi raccontando queste cose. Per quanto fossero vere, ritenevano che non convenisse: ‘Avrai tutti contro, ti metti in mezzo ai casini, oggi lui è uno con milioni di follower e loro se la prenderanno con te!’”.
La decisione di parlare nasce anche da un sentimento personale: “Mi sono sentita presa in giro a vedere il Prof ridere di questa cosa quando noi studenti al tempo, per seguire e commentare tutte le sue lezioni extra, facevamo l’impossibile sacrificando lo studio di altre materie”.
Le conseguenze sul piano didattico
Al di là della polemica social, il nodo centrale riguarda l’apprendimento. “Mi sembrava di perdere tempo e di non imparare granché”, aggiunge la fonte intervistata.
L’ex studente racconta di essersi portato dietro lacune in Fisica: “Studiando con i metodi del Prof Schettini, mi sono portata dietro delle lacune in Fisica che poi per fortuna nel tempo e con impegno sono riuscito a colmare”.
Emblematico l’episodio di una richiesta di chiarimento su un argomento non compreso: “Ricordo che una volta gli domandai di rispiegare il passaggio di un argomento che non avevo capito bene. Lui si limitò a rimandarmi a vedere un suo video YouTube in cui trattava quel tema. Io l’ho guardato e riguardato dieci volte almeno. Ma ancora non mi era tutto chiaro. Tornata da lui, non ha avuto altri consigli da darmi. Così, in generale, ho proprio smesso di chiedere”.
Docente empatico, ma troppo spettacolo?
Il giudizio sull’aspetto umano è però più sfumato: “Per come l’ho conosciuto nei due anni in cui è stato mio Prof di Fisica, ho trovato che fosse davvero una persona molto umana ed empatica”.
La critica riguarda piuttosto la dimensione professionale: “Come Professore, però, avrei preferito un docente che non spettacolarizzasse ogni argomento di studio perché così facendo noi studenti perdevamo nozioni e insegnamenti”.
Il cuore della questione, secondo l’ex studente, è distinguere tra intrattenimento e didattica: “Mi auguro che gli studenti capiscano e sappiano distinguere la realtà dalla finzione, dallo spettacolo. Perché la finzione e lo spettacolo, magari sul momento ‘ripagano’. In questo caso, col (mezzo) voto in più. Ma a lungo termine porta conseguenze”.
La vicenda si inserisce in un dibattito più ampio sul ruolo dei cosiddetti “teach-toker” e dei docenti-influencer. La popolarità online può essere un forte strumento di divulgazione. Ma cosa accade quando la produzione di contenuti entra direttamente in un’aula scolastica?
L’aumento delle iscrizioni all’istituto, secondo la testimonianza, avrebbe rappresentato un vantaggio d’immagine. Ma resta aperta la domanda su quale sia il confine tra innovazione didattica e spettacolarizzazione.
Per ora si tratta di una testimonianza anonima raccolta da Grazia Sambruna per MOW, che noi ci limitiamo a riportare integralmente nei passaggi citati. Non risultano, al momento, prese di posizione ufficiali dell’istituto scolastico o ulteriori verifiche indipendenti sui fatti descritti.
Il caso Schettini riporta al centro una questione che riguarda la scuola pubblica nel suo complesso. Oggi, con i social che influenzano reputazioni, consenso e percorsi professionali, dove si colloca il confine tra divulgazione personale e attività didattica in un’aula statale? È legittimo che la produzione di contenuti per i propri canali si intrecci con il tempo scuola? E quanto può incidere, nel rapporto tra docente e studenti, il peso di una community da milioni di follower?
Domande che vanno oltre il singolo professore e chiamano in causa il ruolo stesso della scuola pubblica. In un’aula statale l’apprendimento dovrebbe restare centrale, indipendentemente dalla visibilità del docente. Il nodo non è la presenza online di un insegnante, ma la distinzione tra intrattenimento e valutazione, tra consenso digitale e criteri di merito.

