Un senso di disagio mi assale davanti alla sovraesposizione mediatica di Luca Morisi.

Le premesse per parlarne allo sfinimento, e per sbertucciare lui, Salvini, la Lega e tutta la bestiale macchina del fango di questi anni, dal punto di vista LGBTQ+, come di tante altre parti fragili della cittadinanza, ci sono ovviamente tutte:

la gogna mediatica cui sistematicamente lo spin doctor di Salvini ha esposto personaggi noti e sconosciuti senza alcuna remora morale, l’invenzione di fake news finalizzate ad aizzare la gente contro LGBT, famiglie arcobaleno, tossicodipendenti e semplici consumatori di droghe leggere, immigrati e genericamente qualunque cluster di persone non culturalmente allineate alla scala valoriale (?) leghista, oltre al predicare male e razzolare bene sulla sessualità. Ora, non faremo come ha fatto Pillon. E però, insomma: ci siamo capiti. Si dice: Karma, puro Karma. Se la sono cercata, e non si può che convenire.

Ma c’è qualcosa, che forse ha a che fare con la pietas, o forse con lo standing pubblico di Morisi, meno gongolante e strabordante di un Casalino, o forse quel suo volto da chierichetto timido e secchione, sbattuto in queste ore su tutti i quotidiani. Ecco, tutto questo mi fa dire: davvero noi dobbiamo fare come lui?

Ascolto conversazioni giustificate, eppure rabbrividenti. Il suo volto suscita indicibili suggestioni Lombrosiane ex post, immortalato com’è nelle poche foto rubate – e chissà, scelte ad hoc dai perfidi editor di immagini e titoli dei quotidiani. Morisi, un professionista che fino a ieri raramente usciva dalle quinte dove ordiva le sue invereconde strategie social, che nel giro di qualche anno hanno portato Salvini e la Lega dal 4% post scandalo Belsito – Bossi, al 30% e passa dei sondaggi 2020, gonfi dei peggiori istinti.

Pietas per Luca Morisi, per il suo karma e per quelli come lui - Luca Morisi - Gay.it

Il motivo per cui si può accordare un po’ di comprensione a Morisi, è, in fondo, il pensiero che la sua è una storia che riguarda tante altre persone deboli o rese deboli da un contesto. In modo meno eclatante, rispetto alla sua parabola, che è costellata di scelte non condivisibili, per qualcuno, come per me, scelte indecenti, oltremodo disoneste intellettualmente, ma con un filo rosso che per noi non può essere trascurato.

La sua storia è quella di una persona che le circostanze hanno messo nella condizione di negare la propria natura, anzi, a divenire acerrimo nemico di “quelli come lui” per poter progredire professionalmente,  per sentirsi forte, e forse, in fondo per esorcizzare la sua stessa – ai propri occhi- debolezza. Certo, avrebbe potuto astenersi. Certo, sia chiaro, nessuno ha obbligato Morisi a costruire la bestia che ha seminato odio e bullismo sociali nel paese negli ultimi anni.

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E’ questa la storia di una persona costretta – dalle sue ambizioni, prima di tutto – a ritagliarsi frammenti clandestini di vita – che in queste ore stanno emergendo – anzi di fuga, di sfogo irragionevole e pericoloso, proprio perché la vita ufficiale, la cosiddetta vita pubblica, gli imponeva una maschera e la messa in pratica di atti forse troppo gravi ai suoi stessi occhi. Una farsa quotidiana che alla lunga è insostenibile. Nascondi te stesso, per poter accedere al potere e schiacciare quelli come te. Terribile, povero Morisi.

Pietas per Luca Morisi, per il suo karma e per quelli come lui - luca morisi gay - Gay.it

Ora quindi si apre un altro capitolo: le persone omosessuali nella Lega. C’è una scuola di pensiero per cui queste persone andrebbero trattate alla stregua di disagiati psichici, ma forse il dileggio non è la modalità giusta per inquadrare fenomeni a prima vista incomprensibili.

Pillon sostiene che i gay della Lega in parlamento sono decine, la definisce la corrente Mikonos, ed è probabile che gli elettori gay della lega siano centinaia di migliaia, fatte le debite proporzioni.

Cosa spinge queste persone a votare un partito che dal nostro punto di vista è omofobo? Sono loro a non aver capito? O siamo noi? È la vecchia storia del prigioniero che finisce per amare il suo carnefice, è una vera e propria sindrome di Stoccolma? O la condizione LGBTQIA+, se in astratto spinge verso posizioni progressiste e inclusive, nella pratica non determina un reale desiderio di discontinuità sociale? In parole semplici: quante persone sono felici di nascondersi o quantomeno di definire la loro appartenenza ed adesione ad una idea di società in modo differente da quello dei diritti?

Il dubbio sulle proprie posizioni morali – moralistiche ? – in ogni storia, è sempre un buon punto di partenza.

 

 

 

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