Il 97% delle procedure chirurgiche di affermazione di genere riguarda persone cisgender

Uno studio statunitense evidenzia l'intrinseca malafede della retorica ultraconservatrice nel limitare i diritti della popolazione transgender e gender non conforming.

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transgender Harli Marten su Unsplash
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Molti tendono erroneamente a pensare che le procedure chirurgiche affermative siano destinate unicamente a individui con incongruenza di genere. Tuttavia, nelle discussioni fuori dal contesto sanitario si trascura spesso il tema delle persone intersex e degli interventi rivolti anche a individui cisgender.

Il termine “affermazione di genere” comprende infatti tutte quelle procedure chirurgiche e terapie ormonali finalizzate ad allineare il corpo con l’identità di genere percepita, indipendentemente da quale essa sia. Un esempio emblematico è rappresentato dagli interventi di riduzione del seno praticati su uomini cisgender affetti da ginecomastia, condizione medica poco discussa caratterizzata dall’ingrossamento del tessuto mammario negli uomini, spesso dovuto a squilibri ormonali.

Allo stesso modo in cui, fin dagli anni ’80, la triptorelina viene utilizzata per trattare la pubertà precoce nei minori cisgender senza sollevare troppe domande, nessuno si sognerebbe però di chiedere a un minore affetto da ginecomastia se è “davvero sicuro di volersi sottoporre all’intervento o se potrebbe avere ripensamenti in futuro.

Contrariamente a quanto sostiene la retorica del compatto movimento ultraconservatore – che dagli Stati Uniti all’Italia guadagna terreno sulla pelle della comunità LGBTQIA+, sfruttata come feticcio propagandistico – secondo cui vi sarebbe ormai una vera e propria “epidemia di transizioni“, le procedure chirurgiche per l’affermazione di genere rivolte ai minori sono rarissime avvengono nella maggior parte dei casi svolte su individui cisgender.

Lo dimostra uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal of the American Medical Association, che ha analizzato, a partire dal 2019, i dati del sistema sanitario statunitense per identificare il principale target di tali interventi, sia con che senza la diagnosi patologizzante di “disforia di genere“, escludendo persone intersex e coloro che ricevevano trattamenti per eventi traumatici.

Tra i 150 rari casi di minori che hanno subito procedure di questo tipo, 146 — circa il 97% — erano interventi di riduzione del seno su giovani affetti da ginecomastia, condizione che interessa circa la metà dei ragazzi in fase di pubertà testosteronica. Solo il 3% restante, pari a 4 casi su 150, riguardava minori transgender e gender non conforming tra i 13 e i 17 anni che hanno intrapreso procedure chirurgiche di affermazione di genere a causa di un disagio così profondo da influenzare tutte le aree dello sviluppo e da presentare un rischio concreto di suicidio.

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Una conclusione che rafforza un’ipotesi già sollevata dalle nostre parti all’inizio della campagna del governo Meloni contro le identità non conformi, che ha visto azioni quali la limitazione dell’uso della triptorelina nei minori e la messa in discussione di tutti i percorsi di affermazione di genere: il vero nodo della questione non è rappresentato dalle terapie o dagli interventi chirurgici in sé, ma piuttosto dall’identità di genere delle persone che li richiedono.

Lo studio arriva infatti in un periodo particolarmente delicato per la comunità LGBTQIA+ statunitense, stretta tra l’incudine e il martello in vista delle elezioni di novembre. Da un lato, il candidato repubblicano Donald Trump, il cui sostegno alla retorica anti-trans ha contribuito, in meno di cinque anni, all’eliminazione delle terapie affermative per i minori in metà degli stati americani. Dall’altro, un candidato democratico sensibile alla tematica, ma percepito debole in vari aspetti, che stenta a mobilitare il suo elettorato, offrendo scarse speranze di un esito favorevole per il settore progressista.

Secondo i ricercatori, tuttavia, le politiche sanitarie dovrebbero essere guidate dai fatti e non da ideologie. “Ironico e al contempo amaro”, viene definito nel comunicato stampa che accompagna i risultati dell’analisi, l’atteggiamento della frangia ultraconservatrice, nel “mirare a un gruppo che, in realtà, costituisce una minoranza degli utilizzatori delle cure di affermazione di genere, e per cui è stato chiaramente dimostrato che tali trattamenti sono salvavita“.

© Riproduzione riservata.

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