Nel 2024, tantissimi giovani LGBTQIA+ in Italia vengono respinti dalle proprie famiglie a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere.
Le statistiche sono agghiaccianti. Secondo il National Center for Transgender Equality, i giovani transgender che non ricevono supporto tra le mura domestiche hanno 8,4 volte più probabilità di tentare il suicidio rispetto a chi riceve sostegno. Non si tratta solo di numeri: sono vite spezzate, sogni interrotti.
Eppure, il cambiamento è possibile. Uno studio del Trevor Project su oltre 34.000 giovani LGBTQIA+ ha rivelato che il 60% di coloro che ricevono supporto dalla propria famiglia registra un miglioramento significativo della salute mentale, riducendo il rischio di depressione e pensieri suicidari. Cosa significa questo? Che la salvezza è nelle mani di chi dovrebbe amarci incondizionatamente.
Ma perché tanti genitori ancora non riescono ad accettare la diversità? La risposta è più complessa di quanto sembri. Non si tratta solo di ignoranza, ma di un intrico di tradizioni, aspettative sociali, e una profonda incapacità di comprendere l’identità al di fuori dei binari normativi.
In Italia, l’eteronormatività e il patriarcato si intrecciano per creare una cultura che promuove un’idea di “normalità” soffocante: qualunque cosa esca da questo schema è percepita come una minaccia non solo per la famiglia, ma per l’intera società, una retorica ulteriormente consolidata – negli ultimi due anni – dall’azione ideologica di questo governo contro le identità non conformi.
La discriminazione sistemica si infiltra così nelle istituzioni scolastiche, nei luoghi di lavoro, e soprattutto nelle famiglie, il cuore pulsante della società. Ed è proprio qui, nel nucleo familiare, che spesso si consumano le tragedie più dolorose.
Eppure, le storie di resistenza e coraggio non mancano. Una di queste è quella di Emma, 11enne trans seguita dal centro di eccellenza dell’ospedale Careggi di Firenze. Con una lucidità disarmante, Emma ha riconosciuto la sua identità di genere fin da piccolissima.
E, insieme alla sua mamma, Valentina, ha scelto di raccontarsi in una videotestimonianza, parte della campagna di Arcigay, “Chiedimi se sono felice”, volta ad educare e sensibilizzare sull’importanza dei percorsi affermativi per i minori.
“Lo dicevo già quando ero piccola, più o meno verso i tre anni e gli dicevo, mamma io voglio essere femmina. E continuavo proprio a dirglielo, insistendo. Poi mamma ha capito. Un po’ più avanti”. Valentina sorride. “Sì, un po’ più avanti”.
Per molti, il lockdown è stato un momento di introspezione, ma per Emma è stato un crocevia. Isolata dal mondo esterno, ha affrontato così giovane il profondo malessere di vivere in un corpo che non sentiva suo, in un contesto che non comprendeva la sua sofferenza. E quando finalmente ha trovato il coraggio di parlare, le sue parole hanno scosso Valentina.
“È vero che me lo diceva già da piccola, ma io all’inizio lo prendevo come un gioco. Un gioco di ruoli, come quelli che fanno tutti i bambini. Anch’io da bambina volevo fare la pompiere o il pirata. Poi è arrivato il lockdown, e in quel periodo ho notato un cambiamento profondo in lei. Ha smesso di parlare, evitava ogni contatto, mangiava poco e si isolava, non giocava più come prima.
Un giorno, mi sono avvicinata a lei e le ho sussurrato: ‘Aiutami ad aiutarti, dammi gli strumenti per capire cosa c’è che non va.’ Con una fermezza sorprendente per la sua età, mi ha risposto: ‘Non sto bene, io voglio essere femmina’. In quel momento, le ho chiesto: ‘Ma femmina perché ti piacciono i maschi?’ Aveva solo otto anni. La sua risposta mi ha spiazzato: ‘Ma cosa me ne frega dei maschi, mamma. Io mi sento femmina. Io sono una femmina.’
A quel punto le ho detto: ‘Io voglio solo che tu sia felice.’ E così è stato il suo coming out. Per me è stato un po’ traumatico, lo ammetto“.
Il racconto di Valentina è crudo, sincero. All’inizio, la reazione è stata di shock, come accade a molti genitori che si trovano di fronte a una verità che non sanno come affrontare. Ma poi, descrive il momento in cui ha capito davvero. Soprattutto, grazie a quella famiglia che si è stretta attorno ad Emma, le sue sorelle, Giulia e Paola.
“All’improvviso, è arrivata la luce. E quella luce ha due nomi: Giulia e Paola, le sue sorelle maggiori. Sono venute da noi e ci hanno detto: ‘Mamma, papà, ma cosa state facendo? Perché siete tristi? Dovreste essere felici, perché finalmente sappiamo cosa c’è che non va!’ Io rispondevo titubante: ‘Eh, appunto…’. E loro, con una semplicità disarmante, mi hanno detto: ‘Mamma, è trans. Dovete accettarlo. È trans.’ Io, ancora confusa, ho chiesto: ‘E cosa vuol dire?’ Mi hanno spiegato: ‘Vuol dire che non devi fare niente di speciale, devi solo accogliere questa realtà come un dono. Perché, questa esperienza ti renderà una persona migliore’. È stato in quel momento che ho capito che mia figlia mi stava offrendo gli strumenti per diventare una persona migliore”.
La campagna
- “Chiedimi se sono felice”: lǝ bambinǝ e ragazzǝ del Careggi si raccontano attraverso la commovente campagna di Arcigay
- Sito ufficiale
