Se con l’immaginazione riuscissimo per un istante a liberarci di tutte quelle sovrastrutture che ci hanno cresciuto ed educato, quale forma daremmo alla felicità? Nessuna risposta sarebbe probabilmente uguale a un’altra, proprio perché, nonostante i tentativi della società capitalistica di conformarci a determinati standard e identità, ogni essere umano sperimenta il mondo in maniera unica e irripetibile.
Un comune denominatore per la felicità è però sempre l’amore, in tutte le sue innumerevoli forme e connotazioni. E, a dispetto della narrativa che dipinge le persone trans come sofferenti e incontentabili, affermare il proprio genere è un percorso intriso d’amore: verso se stessǝ, verso la propria famiglia che, con fatica, abbandona i propri pregiudizi per unirsi a questo cammino, e verso il mondo, che oggi non è più una stanza in cui isolarsi, ma si apre a vastissimi orizzonti pronti per essere esplorati.
Un amore che si specchia negli occhi di quellǝ bambinǝ e ragazzǝ che oggi non hanno nessuna intenzione di farsi prevaricare dai “grandi” nella loro ricerca della felicità. Da mesi conosciamo Zoe, Viola, Greta, Emma e Romeo come “lǝ bambinǝ e ragazzǝ del Careggi”, coloro che, a causa della pericolosa azione ideologica del governo Meloni contro i percorsi di affermazione di genere, rischiano concretamente di vedersi negato il diritto all’autodeterminazione e alla salute.
Oggi, per loro stessa volontà, sono loro ad abbattere il velo ormai invisibile dell’anonimato e raccontare la propria storia, mostrando il lato più vero e autentico dell’esperienza trans*, nella speranza che il messaggio possa raggiungere tutti coloro che ancora sono in dubbio sulla legittimità dei loro percorsi.
Lo fanno attraverso la campagna “Chiedimi se sono felice” di Arcigay in collaborazione con Affetti oltre il Genere, composta da 7 contenuti video in cui prendono la parola 5 persone con varianza di genere, dagli 11 ai 21 anni, prese in carico dall’ospedale Careggi di Firenze o da centri analoghi, e i loro genitori.
“Chiedimi se sono felice” è stata concepita per introdurre la prospettiva dellǝ bambinǝ, dellǝ adolescenti e delle famiglie che da mesi assistono alla trasformazione delle loro esistenze in argomento di dibattito. Un dibattito a cui nessuno di loro è stato invitato. Se solo si fosse prestata attenzione alle loro voci, quali preziose lezioni avremmo potuto apprendere?
A rispondere è Emma, undicenne, narrando la propria vita prima della transizione, dai primi anni in cui scopre la propria identità senza saperlo fino a quando, durante il lockdown, smette di mangiare e si isola sempre di più dai propri coetanei. Insieme a lei c’è la sua mamma, Valentina. Non c’è filtro nel loro racconto, e questo ci permette di immedesimarci nella cruda realtà di chi si scopre trans in tenera età, in un contesto ancora riluttante ad accogliere pienamente le identità di genere non conformi.
Ma anche qui, l’amore torna prepotente a farsi sentire, sotto forma di Giulia e Paola, le sorelle maggiori di Emma. Senza troppi giri di parole, entrambe riescono a spiegare a Valentina il meraviglioso dono che la vita ha deciso di farle, permettendole superare ogni pregiudizio.
Ci sono poi Cinzia e Greta, anche loro madre e figlia, a riflettere sulla quotidianità dell’essere trans, liberandosi di quella narrativa del dolore che ci vuole a tutti i costi in lotta con noi stessi e con il nostro corpo. Per Greta, essere trans è solo una delle tante componenti della sua personalità. Per Cinzia, il privilegio di aver potuto assistere alla rinascita della sua bambina dovrebbe diventare un diritto per tutti i genitori di bambin* trans*.
Zoe, a neanche quattordici anni, ha pensato di farla finita prima di iniziare il proprio percorso di affermazione. Quel corpo che cambiava in modi inaspettati e non desiderati diventava ogni giorno più insostenibile. Oggi, è appassionata di makeup ed è pronta a ricominciare da sè stessa: Zoe, così com’è. Insieme a Viola, che di anni ne ha solo dodici eppure ha già coraggio e determinazione da vendere, raccontano la loro storia per poi concludere con un tenero abbraccio davanti al quale è difficile non commuoversi.
Infine, c’è Romeo, oggi maggiorenne e lontano dai tempi in cui il proprio tormento interiore lo teneva intrappolato in un vicolo senza via d’uscita. Grazie all’affetto e al supporto della sua famiglia, è oggi un passo più vicino a quella tanto agognata felicità.
Accanto a loro, ci sono le stesse famiglie che, due mesi fa, hanno scelto di mandare un messaggio potentissimo al governo incatenandosi davanti alla sede dell’AIFA in segno di protesta contro lo spietato attacco del governo ai percorsi affermativi.
Le lacrime di papà Luigi nel considerare una soluzione alternativa, qualora il percorso di affermazione di genere della sua bambina dovesse essere bruscamente interrotto, sono il proverbiale pugno nello stomaco, che ci riporta alla cruda realtà e ci mette di fronte a una domanda importantissima: e voi, cosa avreste fatto al loro posto?
“La risposta che questo governo ci darebbe è ovvia: una sorta di terapia riparativa – commenta Christian Leonardo Cristalli, responsabile diritti trans* per Arcigay e coordinatore della campagna – Infatti, nella nota dell’AIFA sui minori è specificato che si deve ricorrere alla triptorelina solo quando tutti gli altri tentativi sono falliti. Attenzione: quando tutti gli altri tentativi sono falliti. Più chiaro di così.
Questo implica che ci sia un tentativo obbligato di correggere e opporsi a ciò che è semplicemente un’affermazione dell’identità della persona. Certo, siamo ben consapevoli che i nostri percorsi sfidano la norma. Comprendo la difficoltà di accettare che certe certezze, radicate nel tempo, vengano messe in discussione.
Qual è quindi il messaggio che Arcigay intende mandare con questa semplice, ma potentissima campagna di sensibilizzazione? Forse, che tutto quel disagio, quella paura, quella sofferenza con cui ci si ostina a dipingere le esperienze delle identità non conformi non ha niente a che vedere con l’essere trans, ma ha tutto a che vedere con il pregiudizio e gli ostacoli che esso crea.
“Desideriamo che l’attenzione si concentri su ciò che è veramente importante, ovvero sul chiedersi se questi ragazzi e ragazze sono felici. Siamo ben consapevoli delle problematiche e dell’impatto che essere persone trans ha oggi in Italia, specialmente nel mondo scolastico, un ambiente spesso insicuro e molto ostile.
Ci sarebbe bisogno di smettere di parlare di teorie del gender, perché noi non siamo teorie, siamo persone con bisogni reali e diritti da rispettare. Tra questi diritti, c’è anche quello alla salute e al benessere, che dovrebbe essere garantito indipendentemente dalla presenza di una malattia. Spesso ci viene contestato il fatto di voler accedere ai servizi medici senza una diagnosi, ma la salute non implica necessariamente una malattia, come dimostra l’assistenza garantita a una donna incinta, che non è malata, ma necessita comunque di cure mediche per il proprio benessere.
Vorremmo superare l’ottica della diagnosi, come già fatto in Spagna, Islanda e Malta. Desideriamo un cambiamento che permetta di godere del diritto alla salute e all’attenzione medica senza passare attraverso una patologizzazione delle nostre identità“.
I sette video della campagna, realizzata dall’agenzia di comunicazione Pavlov, sono raccolti sul sito web dedicato, e saranno diffusi su tutti i canali social dell’associazione.
