È un’azione sistematica e organizzata quella messa in atto dall’ultradestra d’oltremare, un modus operandi esportato in diversi paesi Europei tra cui l’Italia. Il primo mezzo da soffocare è l’educazione e l’informazione su tutto ciò che è scomodo e contrario a una retorica semplice quanto terrificante.
L’educazione affettiva nelle scuole diventa una “porcheria”, mentre qualsiasi discussione su orientamento sessuale o identità di genere viene bollata come indottrinamento gender. I giovani, come sempre, sono i primi a pagarne le conseguenze. In una società che non riesce a estirpare certi pregiudizi, si trovano intrappolati in un isolamento sempre più profondo, esposti a un’ondata di odio e ignoranza alimentata dalle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerl*.
Odio che sanguina sui social, ma anche nelle nostre piazze, nelle scuole, nei posti di lavoro. E che porta gli adolescenti più fragili a barricarsi nelle proprie camerette, in trincea.
Questo è anche il vissuto di Greta, 17 anni, di Ravenna. È una ragazza trans oggi sorridente e disinvolta, che però, raccontandosi in una videotestimonianza parte della campagna di sensibilizzazione di Arcigay, “Chiedimi se sono felice”, condivide anche il lato più crudo della violenza istituzionale che già così giovane ha dovuto subire a scuola.
“Mi ricordo che in terza media, a un certo punto, mi sono stancata perché ero obbligata ad andare nel bagno dei professori. Così, un giorno ho deciso di entrare in quello delle ragazze. Una professoressa mi ha vista e sono sicura che avesse compreso, ma ha aggiunto che le ragazze sono più ‘sviluppate’. Mi ha chiaramente detto che non voleva più vedermi usare quel bagno, perché, secondo lei, non avevo diritto di entrare lì”.
Per le persone trans, “non avere il diritto” è una quotidianità. E per i giovanissimi, tutti quei no si impilano, uno sopra all’altro, per dare vita a un senso di inadeguatezza che viene erroneamente attribuito a un’identità di genere non conforme. Ma che in realtà nasce dallo stigma e dall’ignoranza, come sostiene la stessa Greta, insieme alla sua mamma, Cinzia.
“Uno dei momenti più dolorosi delle scuole medie per me è stato quel giorno in cui, tornando a casa, ti ho presa da scuola – racconta Cinzia – Guardavi fuori dal finestrino e mi hai detto: ‘Mamma, ho trovato una soluzione per soffrire di meno’. Io, pensando che fosse qualcosa di banale, ti ho chiesto cosa intendessi.
Con lo sguardo ancora rivolto fuori, mi hai risposto: ‘Quando finisco di mangiare, mi chiudo in bagno e ci rimango fino a quando non suona di nuovo la campanella’. In quel momento forse non te ne sei resa conto, ma per me è stato straziante immaginare che mia figlia si sentisse costretta a nascondersi in bagno per non soffrire troppo”.
Per chi osserva da lontano, spesso con occhio critico o addirittura ostile, è difficile comprendere il peso che ogni attacco alla legittimità delle identità trans comporta. Molt* finiscono per nascondersi, perché affrontare costantemente giudizi e spiegazioni estenuanti è un fardello insostenibile.
“Quello che mi spaventa è che, nella società di oggi, mi sento obbligata a dichiarare questa cosa di me, cioè il fatto di essere transgender. In un mondo ideale, dovrei essere libera di dirlo solo se lo voglio, senza sentirmi costretta. Dovrebbe funzionare così: io ti dico che sono transgender perché magari ho scelto di condividere questa parte di me, e tu semplicemente rispondi ‘ok, e quindi?’, come a dire ‘Cosa importa?’. Non dovrebbe fare alcuna differenza”
Eppure, oggi, anche il diritto alla vita privata diventa un privilegio. Dall’emanazione dell’ormai obsoleta legge 164, le identità trans* sono passate dall’essere ridicolizzate all’essere patologizzate, e poi infine invisibilizzate. Oggi, questa condizione di marginalità viene sfruttata dagli esponenti di questo governo per riportare alla ribalta il discorso distorcendolo, dipingendo l’esperienza trans come un qualcosa di anomalo e doloroso.
Una retorica utile a insinuare il seme del dubbio nella società civile, per aprire la strada a un pericoloso irrigidimento dei già pesanti iter per la transizione di genere e riacquistare – ancora una volta – il controllo della narrativa, ma soprattutto dei corpi e delle vite di coloro che si oppongono alla visione in bianco e nero tanto cara all’ultradestra conservatrice in ascesa. Ne pagano il prezzo, senza distinzione, bambin*, adolescenti, ma anche le loro famiglie.
“Sono davvero molto preoccupata per quello che sta accadendo al Careggi – spiega ancora Cinzia – Mi angoscia profondamente, perché Greta, lo sai bene, anche se sembra superfluo dirlo, hai avuto il privilegio, in un certo senso, di poter accedere ai farmaci che bloccano la pubertà. Ma cosa succederà a chi non avrà questa possibilità? Quante altre persone, come te, non potranno ricevere le cure necessarie? Non riesco nemmeno a immaginarlo… pensa se sei anni fa ti avessero detto: ‘Greta, non puoi più prendere nulla'”.
La risposta alla crescente narrativa invalidante arriva da iniziative come quella di Arcigay, che con la sua campagna intende dare voce alle persone trans*, lasciando che siano loro stesse a raccontare la propria realtà. E chiedendo: “Cos’è per te la felicità?”
“Che domanda! – risponde ridendo Greta – In questo momento, non ne sono sicura al 100%, ma so che per me la felicità significa essere me stessa. Quando sono con le mie amiche, che conoscono questa parte di me ma a cui non importa affatto, e ci divertiamo insieme, quello è il momento in cui mi sento felice. Per me, la felicità è proprio questo: essere come gli altri, divertirmi e vivere con leggerezza. […] Io non sono disforica, sono euforica, nel senso io sono felice o triste per i motivi di tutti, a me il fatto di essere transgender non mi cambia niente.”.
La campagna
- “Chiedimi se sono felice”: lǝ bambinǝ e ragazzǝ del Careggi si raccontano attraverso la commovente campagna di Arcigay
- Sito ufficiale
