Louis Mitchell, il reverendo trans che lotta per una comunità LGBTQIA+ davvero intersezionale

Possiamo davvero parlare di comunità quando alcuni specifici gruppi di persone vengono lasciati indietro o marginalizzati?

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Primo uomo trans dichiarato a sedere nel consiglio del National Gay and Lesbian Task Force, il reverendo Louis Mitchell è figura chiave nel panorama dell’attivismo LGBTQIA+ statunitense.

Come afroamericano, la sua lotta ha già di fondo una base intersezionale: ha passato più di trent’anni a battersi per la salute, il rispetto e l’autodeterminazione delle persone trans nere, unendo politica, spiritualità e diverse comunità interne al movimento di emancipazione LGBTQIA+ come pochi altri hanno saputo fare.

Mitchell è infatti conosciuto principalmente per il suo ruolo di co-fondatore e direttore esecutivo di TransFaith, organizzazione che supporta leader spirituali transgender come lui, da ogni fede e tradizione.

Un connubio certamente non facile, che però lo ha portato a riflettere più a fondo sulla frammentazione della rete di supporto per le persone LGBTQIA+ vulnerabili. Come guida spirituale e attivista, ha sempre unito fede e giustizia sociale, con un occhio rivolto a chi si trova ai margini.

Per lui, l’intersezionalità non è dunque una teoria astratta, ma qualcosa che si vive nel quotidiano, unendo le lotte per la giustizia sociale con la ricerca di una spiritualità che accolga tutti, senza lasciare nessuno indietro.

Neanche chi, come lui, è incappato nella pericolosa strada delle dipendenze, da cui è faticosamente riuscito a uscire grazie alla fede e all’accoglienza riservatagli dalla comunità lesbica quando Mitchell non aveva ancora del tutto chiara la propria identità di genere.

Non ricordo nessun Pride prima della mia guarigione“, racconta in un post sul blog di Transfaith, tradotto e pubblicato per il pubblico italiano da Gionata, portale online su fede e omosessualità. “I primi anni dopo la mia disintossicazione li ho passati facendo il volontario. È stato bello avere uno scopo, qualcosa che non mi spingeva a bere o a drogarmi“.

Per Louis, come per tanti, il Pride all’inizio era però solo una divertentissima, sfrenata autocelebrazione fine a sé stessa. La storia dietro Stonewall, dietro le ribellioni, era lontana, sconosciuta. “Per me il Pride era una festa! C’erano lesbiche in bicicletta, uomini e donne vestiti di pelle. Forse c’erano anche persone trans, ma io non sapevo nulla sulla transessualità“.

È facile lasciarsi cullare dall’idea che tutt*, all’interno della comunità LGBTQIA+, si conoscano e si comprendano. La realtà, però, è ben diversa. Esistono gerarchie di visibilità, di privilegi, anche tra chi dovrebbe essere parte della stessa battaglia.

E, per Mitchell, quella realizzazione è arrivata come un treno durante una sua partecipazione alla Dyke March, corteo focalizzato sulla comunità lesbica di cui allora faceva parte, circondato da donne che lo avevano sostenuto per anni e tenuto in vita nei momenti peggiori.

Mi hanno insegnato tante cose, mi hanno amato, hanno lottato con me, mi hanno fatto da guida. Erano le mie ancore quando volevo solo morire“.

Proprio in mezzo a quella folla, un pensiero lo colpì come un fulmine, quando le continue riflessioni sulla sua identità di genere lo avevano portato a un dilemma apparentemente insormontabile.

Stavo correndo il rischio di rimanere una donna nera e mascolina perché avevo troppa paura di fare la transizione. A quel punto sapevo di essere un uomo. Ma non volevo nemmeno abbandonare la comunità lesbica che amavo così tanto“.

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Una conclusione forte, quasi amara. E qui sta il cuore del problema: la comunità LGBTQIA+, con le sue frammentazioni, non è sempre il rifugio sicuro che dovrebbe essere per tutti. Non c’è bisogno di scomodare le TERF e la loro retorica violenta per parlare di tutte quelle sottili, insidiose divisioni interne.

Mitchell ha perso diverse amiche durante il suo percorso di affermazione. Non tutte se ne sono andate in maniera eclatante, sebbene alcune hanno iniziato a vederlo come un traditore, altre come “il nuovo volto del maschio oppressore”. E qui sorge una domanda importante: possiamo davvero parlare di comunità quando alcuni specifici gruppi di persone vengono lasciati indietro o marginalizzati?

Perché è proprio questo il punto su cui Mitchell ci invita a riflettere. “Nei decenni trascorsi ho visto la nostra comunità per quello che è: un gruppo di sottocomunità che cercano di sopravvivere spesso calpestandosi a vicenda“.

C’è un’amara verità dietro a una riflessione di questo tipo. Mentre ci beiamo di vittorie più visibili, dimentichiamo di chi, nel frattempo, continua a lottare per la propria sopravvivenza.

Donne trans – ancora di più se razializzate – vengono uccise a un ritmo spaventoso, eppure la loro lotta sembra essere un’eco lontana rispetto ai riflettori puntati su questioni LGB+ più accettate dal mainstream. Louis riflette su questo contrasto con tristezza: “Celebriamo il matrimonio egualitario e al tempo stesso piangiamo l’aumento degli omicidi di persone trans, spesso donne di colore“.

Parole che colpiscono nella loro dissonante dicotomia, e ci fanno realizzare che c’è un abisso tra chi ha visibilità e chi resta nell’ombra.

Roberta Parigiani, avvocata e portavoce del MiT, lo aveva spiegato chiaramente qualche settimana fa in un post Instagram su come l’ipotesi di una legge sul matrimonio egualitario avanzata dal deputato forzista Stefano Benigni si scontrasse con la contraddizione di una sua stessa mozione anti trans, che chiedeva un monitoraggio più rigido sui già complessi percorsi di affermazione di genere:

“Se davvero siete alleate, se davvero siamo comunità, da oggi in poi rinunciate, contestate, rifiutate ogni legge anche a vostra tutela finché contemporaneamente non verrà discusso una nuova legge a favore dei percorsi di affermazioni di genere. Com’è che si diceva? Insieme siamo partite, insieme torneremo”.

Ed è lo stesso sentimento che, oltremare, Louis Mitchell tenta di trasmettere nella sua lotta quotidiana: un invito a costruire una comunità che accolga, davvero, tutti i colori dell’arcobaleno, non solo durante il Pride. 

Siamo genitori e nonni, figli, fratelli e sorelle. Siamo ovunque, in ogni parte della società. Il nostro concetto di orgoglio è vasto, complesso, ma a volte in conflitto tra di noi. Proprio per questo, nel 2018, ho deciso di rinnovare il mio impegno, a ogni livello, in ogni modo possibile. Non perché io sia speciale, ma perché qualcuno lo ha fatto prima di me, tracciando un cammino che oggi mi permette di essere qui”.

© Riproduzione riservata.

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