Rimossa per “contenuto osceno e indecente a danno della pubblica morale”. Termina così la brevissima campagna marketing di una nota dating app rivolta alla comunità LGBTQIA+ in Corea del Sud. E gli attivisti sono già sul piede di guerra.
Il 26 agosto, un cartellone digitale a sei piani raffigurante alcune coppie dello stesso sesso intente a scambiarsi effusioni circondate da cuoricini e bandiere arcobaleno, ha fatto storcere il naso ai residenti del quartiere di Gangnam a Seul.
Destinata a essere trasmessa almeno 100 volte al giorno per un anno, la pubblicità è quindi è stata rimossa dopo solo quattro giorni di trasmissione, su richiesta dell’ufficio di Gangnam-gu in seguito a diverse denunce anonime inviate da privati cittadini.
Le motivazioni ufficiali fornite dalle autorità locali fanno riferimento alla legge sudcoreana sulla gestione della pubblicità outdoor, la quale vieta contenuti che “potrebbero danneggiare la morale pubblica con oscenità o elementi decadenti“.
La reazione della comunità LGBTQIA+ è stata immediata. Yang Sun-woo, presidente del comitato organizzatore del Seoul Queer Culture Festival, ha denunciato pubblicamente la decisione come un vero e proprio atto di discriminazione socialmente e istituzionalmente accettata.
“Molte pubblicità in Corea mostrano coppie eterosessuali intente a scambiarsi effusioni – anche più spinte – e nessuno le definisce oscene. Pensare che un bacio tra persone dello stesso sesso sia osceno è di per sé una manifestazione di pregiudizio e discriminazione”.
Frustrazione condivisa anche dall’azienda committente dell’annuncio.
“Abbiamo investito tantissimi soldi per ottenere la licenza operativa nel paese, ma sembra che il progetto sia fallito prima ancora di iniziare“, ha dichiarato il CEO della società, che ha preferito rimanere anonimo. “Non pensavamo che, nel 2024, un’iniziativa legata alle minoranze sessuali sarebbe stata trattata così male“.
L’articolo 5 della legge sudcoreana sulla gestione della pubblicità outdoor vieta qualsiasi contenuto ritenuto “osceno o decadente”, lasciando però ampi margini di interpretazione. Il che rende le istituzioni locali vulnerabili alle pressioni di gruppi ultraconservatori, che vedono qualsiasi tipologia di rappresentazione pubblica di relazioni omosessuali, identità non conformi e promozione dei diritti LGBTQIA+ come una minaccia alla tradizione e ai valori familiari.
Come già denunciato da molti attivisti, in diversi casi, la normativa viene infatti applicata in maniera selettiva, colpendo prevalentemente le minoranze sessuali.
Non è d’altronde la prima volta che le autorità sudcoreane vengono accusate di palese discriminazione nei confronti della comunità LGBTQIA+. La Corea del Sud, infatti, è uno dei pochi paesi industrializzati – insieme, ahimè, all’Italia – a non avere una legislazione completa contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e all’identità di genere.
Terreno fertile per episodi di censura come quello di Gangnam. Solo pochi giorni prima, l’amministrazione del distretto di Daejeon aveva chiesto alla Daejeon Women’s Association United di non proiettare il film “Concerning My Daughter”, drama improntato sulla storia d’amore di una coppia lesbica, durante il Festival del cinema femminile di Daejeon.
Anche in quel caso, la motivazione ufficiale riguardava la necessità di proteggere la “pubblica morale”. L’associazione ha però rifiutato la richiesta, rinunciando ai finanziamenti pubblici per foraggiare un evento più libero e meno soggetto ai capricci dell’amministrazione con donazioni pubbliche.
Nonostante la Corea del Sud si sia affermata negli ultimi anni come una potenza globale nel mondo dell’intrattenimento, grazie al fenomeno del k-pop e alla crescente popolarità dei k-drama, esiste una profonda dicotomia tra l’immagine moderna e progressista che il paese proietta all’estero e la realtà vissuta al suo interno.
Discrepanza particolarmente evidente quando si tratta della comunità LGBTQIA+, spesso celebrata e rappresentata in produzioni cinematografiche e musicali di successo, ma che nella vita quotidiana continua a essere vittima di discriminazioni e marginalizzazione.
Mentre personaggi queer e temi legati alla diversità sessuale trovano spazio in drammi capaci di conquistare il pubblico globale e incrementare il soft power del paese sul panorama internazionale, nella società sudcoreana persistono comunque atteggiamenti conservatori, spesso radicati in una tradizione patriarcale e in una cultura fortemente influenzata dall’integralismo evangelico.
Le stesse celebrità che portano avanti una narrazione di apertura e accettazione raramente fanno coming out nel proprio paese, temendo ripercussioni negative sulla propria carriera e una stigmatizzazione pubblica.
Contraddizione che si specchia anche e soprattutto nel quadro legislativo. Nonostante i tentativi da parte di attivisti e alcune forze politiche progressiste, la resistenza delle frange più conservatrici ha impedito la creazione di una protezione giuridica efficace per le minoranze sessuali.
Allo stesso modo, le coppie dello stesso sesso non hanno accesso a diritti fondamentali, come il riconoscimento legale delle unioni o il diritto all’adozione. Un vuoto normativo che isola ulteriormente la comunità, mantenendola in una condizione di invisibilità legale e sociale.
Negli ultimi anni, tuttavia, si sono visti timidi segnali di evoluzione. Un esempio recente è il riconoscimento da parte della Corte Suprema della copertura sanitaria a una coppia gay, decisione sì scaturita da un errore burocratico, ma che ha stabilito un importante precedente legale che potrebbe aprire la strada a ulteriori progressi, sebbene le condizioni siano tutt’altro che favorevoli e la strada verso lo smantellamento dei radicati pregiudizi che permeano l’opinione pubblica sia ancora lunga e irta di ostacoli.
