Il 10 settembre scorso, l’associazione Gender Lens diffondeva sui propri canali social una locandina relativa a un laboratorio rivolto a bambin* trans e “gender creative”, organizzato in collaborazione con l’Università Roma Tre.
L’iniziativa, secondo quanto riportato nel programma, aveva l’intento di offrire uno spazio sicuro e protetto in cui bambin* e adolescenti dai 5 ai 14, con identità di genere non conformi, potessero condividere le loro esperienze e mirava probabilmente a contribuire alla letteratura scientifica e alle ricerche sulla tematica dell’inclusività di genere.
Tuttavia, l’evento è rapidamente finito nel mirino dell’associazione Pro Vita, nota per la sua ostinata opposizione a qualsiasi iniziativa legata alla comunità LGBTQIA+. Attraverso un’abile manipolazione della narrazione, l’associazione ha diffuso una versione distorta del progetto, suscitando polemiche e insinuando che il laboratorio avesse finalità di “indottrinamento gender”, nonostante – stando a quanto riportato nella locandina – esso avesse già ottenuto il via libera dal Comitato Etico dell’ateneo.
Da lì, la pioggia di titoli allarmistici e fuorvianti, con accenti sensazionalistici su espressioni come “baby trans” e “indottrinamento gender”. La narrazione mediatica si è dunque sviluppata su un piano prettamente ideologico, slegato dai reali obiettivi dell’iniziativa. A conferma di questa escalation, il post relativo al laboratorio è stato successivamente rimosso dall’account Facebook di Gender Lens.
Nonostante la scarsità di informazioni fornite dalla locandina — si sapeva solo che il progetto coinvolgeva esperti, attivisti e un’insegnante montessoriana — abbiamo cercato di approfondire la questione contattando la ricercatrice responsabile, Michela Mariotto, e due attiviste di Gender Lens. Tuttavia, nessuna delle parti ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito.
Possiamo però basarci su una dichiarazione di Mariotto in un’intervista pubblicata nel blog della giornalista Eugenia Romanelli nel 2019.
“Compito degli adulti e delle istituzioni è creare lo spazio che permetta di al/la bambin* di prendere consapevolezza della propria soggettività, un processo che richiede tempi diversi per ciascuna persona e che non è sempre facile da inquadrare come concetto e descrivere con le parole a disposizione. Per i genitori l’attesa può rappresentare una fonte di stress enorme e può essere molto difficile da gestire. E per le persone con cui le famiglie interagiscono, la scuola, i club sportivi, gli amici, i parenti, la varianza di genere come esperienza è difficile persino da interpretare. Si pensa alla fase, a un capriccio passeggero, a un comportamento ribelle, mentre in realtà l’identificazione con un genere diverso rispetto a quello assegnato è un esperienza reale come quella di qualsiasi altra persona ed è pertanto degna di considerazione e rispetto. Per questo è necessario che venga fatta più informazione, in modo che soprattutto le persone che hanno a che fare con i/le bambin* e gli/le adolescenti possano accompagnarl* nel miglior modo possibile e con le competenze richieste”.
Il sito web di Gender Lens, invece, spiega come l’associazione abbia l’obiettivo di promuovere una maggiore consapevolezza sull’espressione di genere nei più giovani, offrendo supporto sia alle famiglie che agli educatori per favorire un ambiente inclusivo e rispettoso delle diversità.
Sebbene appaia quindi evidente che non vi fossero intenti di “indottrinamento gender” — una costruzione ideologica priva di riscontri fattuali — resta però il dubbio su come un progetto del genere abbia potuto esporsi a tale livello di strumentalizzazione, senza disporre di una solida strategia di comunicazione per fronteggiare le prevedibili polemiche.
In un clima sociale e politico come quello attuale, ogni piccola ambiguità può infatti essere sfruttata per alimentare campagne mediatiche aggressive, sia da destra sia da sinistra. La risposta istituzionale non si è infatti fatta attendere: Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca e esponente di Fratelli d’Italia, ha immediatamente incaricato gli uffici del suo dicastero di avviare verifiche presso l’Università Roma Tre per acquisire dettagli sul laboratorio. A unirsi alle polemiche, anche Marco Rizzo, presidente del Partito Comunista.
In particolare, la ministra ha richiesto di verificare la conformità del progetto ai requisiti del bando che ha permesso all’ateneo di ottenere finanziamenti pubblici. Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei Deputati e anch’egli di Fratelli d’Italia, ha invece depositato un’interrogazione parlamentare, sostenendo che il compito del governo dovrà essere quello di “liberare scuole e università dall’influenza di chi promuove l’ideologia gender, un manipolo di esaltati con i neuroni bruciati”.
La maggioranza di destra italiana che sostiene il Governo Meloni è del resto impegnata a combattere la fantomatica teoria gender e preparare il paese a una vera e propria legge anti-LGBTI+. Da poco è stata approvata in Commissione Cultura e Istruzione della Camera la Risoluzione Sasso che vieta l’inesistente teoria gender nelle scuole. Un provvedimento che proprio ieri ha potato nelle piazze di moltissime città la mobilitazione SCUOLA LIBERA TUTT3 organizzata da Arcigay ed altre associazioni LGBTIAQ+ e non solo italiane.
