Non un singolo film ma 100, tutti insieme, magnificamente mescolati, concentrati, spaziando tra noir, melò, commedia musicale, telenovela d’altri tempi. Dopo aver incantato Cannes 2024, vincendo sia il Premio della giuria che un Prix d’interprétation féminine per le sue tre fantastiche attrici, Emilia Pérez di Jacques Audiard è planato sulla Festa del Cinema di Roma ribadendo con forza quanto scritto sulla Croisette 6 mesi or sono. Siamo al cospetto di un’opera travolgente, inclassificabile, che non è mai come sembra, perennemente in grado di mutare, sbalordire, affascinare, abbracciando con orgoglio le sue mille identità.
Emilia Perez, la trama
Emilia Pérez è una pellicola che fa tesoro di decenni di Cinema, un’esperienza da vivere in sala, lasciandosi travolgere dalla sua forza espressiva. Protagonista è una brillante avvocata decisamente avvezza a trattare con i criminali che riceve un’offerta inaspettata: aiutare un importante boss del cartello messicano a sparire per sempre dalla circolazione, un uomo pericoloso che ha ucciso centinaia se non migliaia di persone, ricchissimo, con moglie e due figli. Ma come riuscire nell’impresa? Realizzando il sogno di una vita, diventando donna. Incarico accettato e destinato a cambiare la vita di molti…
Emilia Perez, trionfo estetico
Prix du meilleur scénario a Cannes con Un héros très discret, Grand prix con Il profeta, Palma d’oro con Dheepan e Leone d’Argento a Venezia con I fratelli Sisters, Jacques Audiard ha attinto dai mille generi abbracciati nel corso della propria carriera per dare vita al più sorprendente musical degli ultimi decenni. Come se Damien Chazelle incontrasse Pedro Almodovar e Luc Besson, cavalcando con forza una quantità disumana di idee, di stili, di visioni, intuizioni, tra tormenti e passioni.
L’Emilia Perez del titolo è una donna transgender che ha sempre cullato il desiderio di essere lei, pur essendo nata in un corpo maschile, cresciuta in un tugurio, diventata macchina di morte, con anni passati a pensare al suicidio e la volontà di risvegliarsi finalmente nel corpo giusto, adeguato al proprio reale io, provando a riscattare una prima esistenza segnata dalla criminalità, dagli omicidi, dal male causato a migliaia di persone. Una volta affermata la propria identità, Emilia rinasce a nuova vita, trova per la prima volta il sorriso, riabbraccia l’amore, si reinventa paladina dei più deboli, amica dei famigliari delle vittime misteriosamente scomparse nel pericolosissimo Messico, dove oltre 100.000 persone non sono mai state più trovate. Uccise, fatte a pezzi, bruciate, seppellite chissà dove.
Tre attrici in stato di grazia
Tutto questo Audiard lo racconta facendo cantare e ballare i suoi magnifici protagonisti, con abbaglianti coreografie colorate che irrompono sullo schermo quando meno te l’aspetti, cambiando improvvisamente marcia ad un film tendenzialmente cupo e pessimistico che nel frattempo semina generi senza soluzione di continuità, riuscendo miracolosamente ad amalgamarli, a rendere tutto clamorosamente credibile, centrato, bilanciato, funzionale ad una storia di scoperta, riscatto e redenzione, di sentimenti e anime che non possono certamente cambiare attraverso un’operazione chirurgica.
Dietro le canzoni originali (e musicalmente parlando non memorabili) firmate dalla cantautrice Camille (in una si canta la vaginoplastica) e le energiche coreografie di Damien Jalet, Emilia Pérez brilla anche se non soprattutto per merito di tre attrici in stato di grazia. Zoe Saldana, regina del box office grazie a blockbuster come Avatar, Guardiani della Galassia e Star Trek, non è mai stata tanto brava, 40enne single dalla brillante carriera, milionaria eppure infelice, inappagata, con coreografie improvvise che la vedono volteggiare tra tavoli apparecchiati. Selena Gomez, 12 anni fa sorprendente in Spring Breakers di Harmony Korine e ora reginetta di Only Murders in the Building, è la donna di un boss dal cuore diviso a metà, tra l’uomo che crede morto, una misteriosa zia ossessionata dai suoi due figli e un passionale amante che le ha fatto ritrovare la voglia di vivere.
Emilia Pérez è Karla Sofia Gascón
E poi c’è lei, l’eccezionale Karla Sofía Gascón che punta a diventare la prima donna transgender candidata agli Oscar nella storia Academy. Nel primo atto del film vediamo Karla Sofía negli abiti del boss Juan “Manitas” Del Monte, con voce profonda, barba lunga, tatuaggi, capelli lunghi e sudici, denti placcati d’oro e fisicità terrorizzante. 4 anni dopo risorge nei panni della protagonista del titolo, donna elegante dai molteplici tormenti interiori che inevitabilmente non riesce a cancellare del tutto la propria vita passata, pur volendone iniziare un’altra.
Ci sono così tanti temi in Emilia Pérez, tra critica sociale e politica, ricerca di sè, legami famigliari e amori tribolati, che Jacques Audiard ha deciso di dar loro forma con un’illogicità assolutamente consapevole, attraverso vibrazioni sincere, sentimenti tangibili, raccontando più storie in una. Audace come pochi altri titoli, Emilia Pérez è stilisticamente parlando abbacinante, encomiabile, il folle punto d’incontro tra le mille idee di un autore mai tanto ambizioso e stimolato, coraggioso e visionario. La ricerca di un’identità, la propria nel mondo, coinvolge tutte e tre le protagoniste, donne cisgender e transgender, tra maternità genetica e acquisita, mentre Jacques Audiard danza, dialoga cantando, smitraglia e strabilia come mai fatto prima. Ad attenderlo, il prossimo 3 marzo, ci sarà un quasi certo e più che doveroso premio Oscar per il miglior film straniero, statuetta che la Francia non vince dal lontanissimo 1993, con Indocina.
Se non ora, con la sua indimenticabile Emilia Perez, quando?




