Il Mali criminalizza l’omosessualità: “Chiunque pratichi o promuova questa condotta sarà perseguito”

Per l'approvazione definitiva resta solo la ratifica da parte dei vertici militari, che tuttavia appare una semplice formalità, poiché l'iniziativa si configura chiaramente come un gesto di lealtà verso il Cremlino.

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Il presidente della giunta paramilitare maliana, Assimi Goita, incontra Vladimir Putin nel 2023. Foto: Kremlin.ru
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Sotto l’egemonia della giunta militare di Assimi Goita da oltre tre anni, il Mali si appresta a diventare l’ennesimo paese africano a criminalizzare le identità LGBTQIA+. Il Consiglio Nazionale di Transizione, l’organo esecutivo, ha approvato quasi all’unanimità—131 voti a favore e uno contrario—un nuovo codice penale che mette al bando l’omosessualità.

Resta solo la ratifica da parte dei vertici militari, che tuttavia appare una semplice formalità, poiché l’iniziativa si configura chiaramente come un gesto di lealtà verso il Cremlino: Goita intrattiene rapporti molto stretti con la Russia, rafforzati dalla presenza dei mercenari del Gruppo Wagner a fianco delle forze maliane nella lotta contro i gruppi islamisti nella regione del Sahel africano.

In una dichiarazione del 31 ottobre, il ministro della Giustizia maliano, Mamadou Kassogue, ha espresso soddisfazione per il rapido iter che ha portato alla votazione, proclamando che “ora esistono disposizioni che vietano l’omosessualità in Mali e chiunque pratichi o promuova questa condotta sarà perseguito“. Sebbene i dettagli del nuovo codice penale non siano ancora stati pubblicati, l’intento del governo è dunque lampante.

Attivisti e osservatori sono però preoccupati non solo per le sorti della comunità LGBTQIA+ maliniana, ma anche per una possibile escalation di leggi anti-gay nell’intera regione. Il Burkina Faso, vicino di casa e anch’esso sotto il giogo della giunta militare di Ibrahim Traoré, ha già criminalizzato l’omosessualità a luglio, e potrebbe infatti presto vagliare nuove misure punitive, che rischiano di inasprire ulteriormente la già fragile situazione dei diritti umani in questa delicatissima porzione d’Africa.

La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Mali

Anche senza una legge che criminalizzi formalmente l’omosessualità, in Mali, la comunità LGBTQIA+ locale naviga da sempre acque torbide e ostili. Sebbene le relazioni omosessuali non siano per ora esplicitamente bandite dalla legge, la società maliana è intrisa di un conservatorismo profondo, con una forte impronta religiosa cattolica che marchia l’omosessualità come tabù.

Nel 2023, l’esecutivo di Maiga ha varato una nuova costituzione che sancisce il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna, estromettendo così legalmente le coppie dello stesso sesso. Non esistono, inoltre, leggi che tutelino le persone LGBTQIA+ dalla discriminazione.

Mancanza di protezioni legali che si riflette anche nell’assenza totale di organizzazioni LGBTQIA+ ufficialmente riconosciute. I tentativi di registrare associazioni tematiche sono più volte stati respinti dalle autorità, appellatesi a leggi che vietano associazioni con scopi “immorali”. Così, la comunità è costretta a muoversi nell’ombra, con accesso limitato a supporto e risorse, confinata in un silenzio imposto.

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La discriminazione permea anche il sistema sanitario. Gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) spesso evitano di cercare cure mediche per il timore di essere scoperti, alimentando tassi di infezione da HIV drammaticamente più alti rispetto a quelli della popolazione generale.

La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Africa

Ma è l’intero continente africano a destare allarme rispetto alle condizioni della comunità, specialmente negli ultimi anni. È il rapporto “We’re Facing Extinction” di Amnesty International a dipingere un quadro sconfortante in diversi paesi africani, delineando la crescente ondata repressiva alimentata da leggi draconiane, politiche discriminatorie e una diffusa ostilità sociale.

Un clima di repressione che si estende dalla criminalizzazione formale di tutto ciò che si discosta dal paradigma eterocisnormato a una retorica pubblica che incoraggia la violenza, la discriminazione e la persecuzione delle identità non conformi.

Tra i casi più preoccupanti, quello dell’Uganda, dove l’Anti-Homosexuality Act del 2023 ha inasprito la legislazione anti-LGBTQIA+, prevedendo pene estreme, inclusa la pena di morte per “omosessualità aggravata”. Una delle leggi più oppressive al mondo, capace di alimentare e legittimare un’ondata di violenza e odio senza precedenti anche nella società civile.

Una simile deriva repressiva si osserva anche in Ghana, dove il disegno di legge “Promotion of Proper Human Sexual Rights and Ghanaian Family Values Bill” prevede pene severe per qualsiasi forma di sostegno ai diritti LGBTQIA+. Al momento, il provvedimento attende la firma del presidente Nana Akufo-Addo per diventare effettivo, ma la pressione popolare si intensifica, con manifestazioni e proteste sempre più frequenti per sollecitare l’approvazione.

In Burundi, il governo ha esortato la popolazione a segnalare chiunque sia sospettato di omosessualità, trasformando ogni cittadino in un potenziale sorvegliante e innescando quella che assume i contorni di una vera e propria di caccia alle streghe come in Costa D’Avorio, mentre in Tanzania, le forze dell’ordine ricorrono a pratiche degradanti e invasive come i test anali forzati per “provare” l’omosessualità di un accusato.

Il caso del Mali rappresenta quindi solo l’ultimo segnale di un pericoloso trend repressivo che si sta diffondendo a macchia d’olio in Africa, dove sempre più governi rispolverano e adattano antiche leggi coloniali per giustificare la marginalizzazione delle comunità vulnerabili.

Iniziative politiche che diventano presto strumenti di resistenza ideologica contro l’Occidente, percepito come un’autorità morale estranea e intrusiva. Di fronte a una percepita egemonia occidentale, l’applicazione delle draconiane leggi persecutorie viene infatti interpretata come un atto di riaffermazione della sovranità e dei valori tradizionali, contrapponendosi alle ingerenze di paesi stranieri.

Le pressioni economiche e diplomatiche esercitate dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti – attraverso minacce di sanzioni, riduzione degli aiuti o condizionamenti sugli scambi commerciali – hanno purtroppo finora avuto un impatto pavido e limitato. 

Impatto che potrebbe ulteriormente ridursi se i repubblicani conquistassero la presidenza nelle elezioni statunitensi attualmente in corso. Il programma politico di riferimento per Donald Trump – il “Project 2025” redatto dalla Heritage Foundation – prevede infatti un disimpegno totale degli Stati Uniti da ogni iniziativa internazionale mirata a promuovere i diritti LGBTQIA+ in Africa.

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