India, madre single e trans ottiene il passaporto per il figlio: “Dobbiamo lottare tutti i giorni”

Akkai Padmashali, divorziata con la custodia esclusiva del figlio Avin, ha dovuto scontrarsi con la spietata burocrazia indiana per rivendicare un diritto che molti considerano scontato.

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Akkai Padmashali non è una figura che passa inosservata. Prima donna transgender nello stato del Karnataka, in India, a registrare un matrimonio legale nel 2018 e madre per adozione l’anno successivo, è diventata emblema della lotta contro la transfobia istituzionalizzata nell’India dicotomica, sospesa tra progressi legislativi e un retaggio culturale che spesso relega i diritti delle persone LGBTQIA+ a meri enunciati privi di concreta applicazione.

Quando ha adottato il piccolo Avin insieme al marito, Akkai era già consapevole delle barriere culturali e burocratiche che avrebbe incontrato. Tuttavia, ciò non ha mai frenato il suo desiderio di maternità. “È sempre stato il mio sogno essere madre. Il mio desiderio più grande è che mio figlio cresca libero da quel peso che la società impone a chi è considerato ‘diverso’” dichiarava nel 2018, quando la sua scelta fece il giro dei media nazionali e internazionali. Ma quella che avrebbe potuto essere una vittoria personale si è trasformata, negli anni, in un lungo percorso di sfide e battaglie legali.

 

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India, la burocrazia come specchio della discriminazione

La relazione tra Akkai e il marito si è conclusa presto, probabilmente in maniera conflittuale, considerato che la donna ha ottenuto la potestà esclusiva sul figlio; tuttavia, anche dopo il divorzio, Akkai ha dovuto affrontare un nuovo ostacolo apparentemente insormontabile quando ha tentato di ottenere un passaporto per Avin. Nonostante la normativa indiana permetta ai genitori single di richiedere il documento senza dover dichiarare il nome dell’altro genitore, il sistema amministrativo si è dimostrato tutt’altro che pronto a rispettare le leggi esistenti.

All’Ufficio Passaporti di Koramangala, a Bangalore, una funzionaria infatti deciso di mettersi di traverso, insistendo sull’inserimento del nome del padre adottivo, nonostante la documentazione provasse inequivocabilmente che non fosse possibile.

Quella donna mi ha detto chiaramente: ‘Inserirò il nome del padre adottivo di tuo figlio. Altrimenti, non emetterò il passaporto’” ha raccontato Akkai al Times of India. Di fronte a un atteggiamento così ostile, Akkai non si è però lasciata intimorire: ha coinvolto funzionari superiori e, dopo una battaglia amministrativa, è riuscita a far emettere il passaporto con solo il proprio nome.

Una vittoria a metà, per Akkai, che considera la vicenta un’ennesima conferma di come le istituzioni indiane siano ancora permeate da una profonda transfobia, capace di svuotare di significato anche le leggi più avanzate. “Non basta che il sistema riconosca i diritti sulla carta, bisogna affrontare la realtà dei pregiudizi che continuano a permeare ogni livello della società” ha commentato Akkai, che in passato ha denunciato pubblicamente gli abusi subiti durante le terapie di conversione. Un impegno che l’ha consacrata come una delle attiviste trans più influenti del panorama indiano.

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Aver ottenuto il passaporto per mio figlio senza dover menzionare un padre è un passo avanti, non solo per me, ma per tutte le donne transgender e le madri single in India” ha dichiarato.

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Il contesto: diritti LGBTQIA+ in India

La vicenda di Akkai non può essere separata dal più ampio panorama dei diritti LGBTQIA+ in India, costellato di importanti conquiste legislative, ma anche da altrettante contraddizioni culturali. La sentenza NALSA del 2014, che ha riconosciuto le persone transgender come un “terzo genere” è stata una pietra miliare nel cammino verso l’autodeterminazione delle identità non conformi, in quella che è la democrazia più popolosa al mondo. Tuttavia, la sua applicazione concreta rimane tutt’oggi incompleta.

Allo stesso modo, il Transgender Persons (Protection of Rights) Act del 2019, pur rappresentando un progresso, è stato duramente criticato dagli attivisti per la sua incapacità di affrontare adeguatamente le discriminazioni sistemiche. Tra le principali contestazioni, l’obbligo di un oneroso e straziante processo burocratico per il riconoscimento legale del genere, che contraddice il principio di autodeterminazione sancito dalla sentenza 2014, e l’assenza di tutele efficaci contro la violenza e le molestie, che lascia le persone transgender esposte a soprusi senza reali meccanismi di protezione o giustizia.

Lo spiega anche Akkai: “In India, abbiamo leggi che sulla carta ci proteggono, ma la realtà è che dobbiamo lottare ogni giorno per far valere quei diritti. Non basta che il sistema riconosca la nostra identità, dobbiamo essere trattati con dignità e rispetto”.

Nel 2023, la comunità LGBTQIA+ indiana ha subito un duro colpo quando la Corte Suprema ha deciso di non pronunciarsi a favore del matrimonio egualitario, demandando la questione al Parlamento. Una scelta che ha messo in luce le profonde fratture culturali e politiche che attraversano il paese, dove il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+ rimane spesso ostaggio di logiche conservatrici e resistenze sociali radicate.

Nonostante l’arretramento, il 2024 ha portato alcuni segnali di speranza. Il Congresso, principale partito di opposizione, ha istituito un nuovo gruppo dedicato alla promozione dei diritti LGBTQIA+, affidandone la guida all’attivista Mario da Penha. Mossa che potrebbe preludere a un cambiamento concreto nel dibattito pubblico e legislativo sul tema.

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