Nella lista dei grandi eventi che scandiranno l’Anno santo ormai alle porte , c’è un Giubileo per gli influencer cattolici e uno per le bande musicali. Di un Giubileo per i cristiani Lgbt+, che da tempo chiedono di essere visibili, in via ufficiale nessuno sa nulla. Eppure, come ha rivelato Il Messaggero, qualcosa starebbe facendo circolare comunicazioni ufficiose e riservate, che anche noi abbiamo avuto modo di leggere.
Si tratterebbe di un evento unico, il primo in assoluto, scandito in due giornate, dal 5 al 6 settembre 2025. Inizierebbe venerdì 5 con una veglia di preghiera presso la Chiesa del Gesù, per poi proseguire il sabato seguente alle ore 15 con l’evento giubilare presso la Basilica di San Pietro con la partecipazione dell’associazione La Tenda di Gionata, da anni impegnata ad accompagnare le persone Lgbt+ nel loro cammino di fede, e altre associazioni di cristiani non meglio specificate, le quali ritornerebbero, poche ore dopo, alla chiesa del Gesù per una messa presieduta dal vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, mons. Francesco Savino.
Usiamo il condizionale perché di questo evento non c’è traccia, al momento. Sul sito ufficiale del Giubileo, si menziona soltanto una giornata di pellegrinaggio promossa da La Tenda di Gionata, che difatti puntualizza: «Non è un Giubileo Lgbt+, è un pellegrinaggio ed è importante che una realtà come la nostra possa esserci insieme ad altre associazioni e realtà pastorali. Eventi collaterali? Non ne sappiamo nulla, ma se si faranno sicuramente parteciperemo» spiega il presidente dell’associazione, Innocenzo Pontillo. Che non conferma, ma neppure nega.
Padre Pino Piva, fra i gesuiti più attivi nel campo della pastorale arcobaleno in Italia, è indicato sul quotidiano fra i promotori dell’iniziativa, che si sarebbe rivolto direttamente al papa. Eppure al momento fra le promotrici del pellegrinaggio risultano solo le associazioni di cristiani Lgbt+. La Tenda di Gionata – spiega il suo presidente – aveva fatto richiesta al Vaticano mesi fa: «Abbiamo scritto una lettera, spiegando perché volevamo esserci. E dopo molti mesi, ci hanno risposto positivamente, inserendo la nostra richiesta di passare attraverso la Porta Santa». «Al momento – confermano fonti interne – non c’è altro». Che senso avrebbe, allora, aver stilato un programma dettagliato con tanto di nomi dei promotori se tutto fosse un pellegrinaggio della durata di una giornata? La sottile linea fra verità e prudenza la tracciano i nomi menzionati da Il Messaggero: si tratta di alcuni gesuiti italiani che avrebbero dato disponibilità per l’accoglienza e la promozione, come altri gruppi religiosi.
Spiega Innocenzo Pontillo: «Sicuramente i Gesuiti qualche segno importante vogliono farlo, ma mi aspetto che lo dicano loro ufficialmente. La condizione per loro è che dovranno essere d’accordo tutti». Accordo che sembrerebbe già stato raggiunto con il placet del capo dell’ordine, il preposito generale Arturo Sosa, come sottolinea Il Messaggero: «In una comunicazione interna ha incoraggiato ad andare avanti» approvando la richiesta fatta da padre Claudio Pera, Rettore della Chiesa del Gesù. Contattato via email, perché non vuole rilasciare interviste telefoniche, Pera ha puntualizzato: «Ci sono solo dei contatti della Tenda di Gionata con noi Gesuiti», aggiungendo: «Altro non può essere confermato perché non c’è nulla di definito e certo». Un muro di gomma, insomma.
Questo dimostra che un’interlocuzione fra le associazioni Lgbt+ e alcuni religiosi della Compagnia di Gesù sia in corso, e sembra che anche il papa ne sia al corrente. Lo stesso capo dei Gesuiti, Arturo Sosa – riporta Il Messaggero – ha ricordato ai confratelli l’invito di papa Francesco ad avere misericordia dei cristiani Lgbt+ «che egli definiva esseri umani con un’identità distinta». Parole chiare, che a oggi non sono state confermate. Eppure, a dare una parola definitiva dovrebbe essere il pontefice in persona, perché neppure coinvolgere l’ordine religioso di appartenenza può dissipare l’omofobia dell’istituzione ecclesiastica. Negli incontri a porte chiuse Francesco ha dimostrato di avere atteggiamenti sia misericordiosi che spiacevoli. Piuttosto che per interposta persona – od ordine religioso – è arrivato il momento che sia il papa stesso a togliere un tabù ancora forte negli ambienti ecclesiastici: non sta ai Gesuiti dare l’ultima parola sull’accoglienza alle persone credenti Lgbt+ se il capo della chiesa cattolica parla di «froc***gine» e ritratta sulle benedizioni delle coppie arcobaleno.
Negli Stati Uniti, la Compagnia di Gesù si è mostrata come l’ordine più inclusivo verso la comunità queer, come dimostra l’impegno del gesuita James Martin, che a più riprese ha incontrato il papa a porte chiuse, ricevendo il suo supporto. Eppure, aperte le porte dell’ufficilialità, Le persone credenti Lgbt+ rappresentano ancora una spina nel fianco della chiesa, e anche anche quelli che si impegnano per la pastorale Lgbt+ spesso, stremati da resistenze omofobe interne, fanno una trattativa al ribasso. Come se la conquista degli spazi – finanche sinceri, come quelli rivendicati da persone credenti della comunità queer – sia da barattare con l’accettazione di un linguaggio parlato da altri. Lo stesso che decide cosa può essere reso visibile senza turbare.
