Siracusa, la battuta transfobica di Zappalà
Tutto è accaduto nel corso di un acceso dibattito in aula sulla totale assenza di donne tra i nuovi revisori dei conti del Comune, tema che già di per sé avrebbe meritato una discussione seria. E invece, rivolgendosi a un collega, Zappalà ha preferito ironizzare:
“Anche se Trump ha tolto ‘altro’, ca non si sapi mai, masculu, fimmina. Una supplente femmina ci voleva. Lei è per caso (gay, ndr)… Lo sa che qua c’è un virus, occhio che capita… trasi bonu e nesci i nautra manera (entri buono ed esci in un altro modo). Può capitare. Qua sono attrezzati con rossetti, orecchini, tutto su misura…”
Un repertorio di stereotipi da bar, esibiti con la spavalderia di chi crede ancora che l’omofobia sia una forma intrattenimento. La reazione in aula è però stata immediata: più di un presente ha contestato l’intervento. Ma il consigliere non si è scomposto e ha tentato di minimizzare:
“Non è che non si può scherzare. Si fa per smorzare la tensione di un consiglio che mi pare un po’ animato”.
La solita strategia, che però ci si aspetta solitamente da Lega e Fratelli d’Italia: ridurre tutto a un’innocua battuta mal interpretata. Peccato che il presunto umorismo di Zappalà poggi, in tempi moderni, su un immaginario già tossico che considera l’identità queer una minaccia, un’anomalia, qualcosa di cui ridere.
Siracusa, la risposta di Arcigay e la reazione della politica
Non ha perso tempo Arcigay Siracusa, che ha immediatamente chiesto le dimissioni di Zappalà tramite il presidente Armando Caravini:
“Agghiacciante. Vorrei ricordare al consigliere Zappalà che certe ‘battute’ tristi e infelici, ai nostri giorni, non si fanno neanche al bar. Il consigliere, che sorride giustificandosi e ridendo della sua stessa ‘battuta’, parla dell’omosessualità come di un ‘virus’. Mi sento di dirgli, da candidato in una lista che ha sostenuto la comunità LGBT, che le sue parole sono di una bassezza infinita e insultano non solo la comunità, ma anche gli altri consiglieri. Al suo posto, oltre a chiedere immediatamente scusa, mi dimetterei. È evidente che per lui sia più importante esprimere il suo personale parere omofobo piuttosto che lavorare per la città.
Essere omosessuale non è un ‘virus’ e mi auguro che il consigliere Zappalà si informi, anziché scimmiottare con frasi come ‘entri buono ed esci in un’altra maniera’. Dal 17 maggio 1990, l’omosessualità è stata cancellata dall’elenco delle malattie mentali e definita dall’OMS una variante naturale del comportamento umano. Zappalà si dimetta dal civico consesso e lasci il suo posto a qualcuno che voglia davvero lavorare per la città. Mi auguro inoltre che l’intero consiglio comunale prenda provvedimenti e condanni pubblicamente le sue parole, senza lasciarsi abbindolare da quella che ha sornionamente definito una ‘battuta’”.
A prendere posizione, fortunatamente, anche la politica: Maria Alessandra Furnari, presidente provinciale di Italia Viva, che ha revocato al consigliere l’autorizzazione all’uso del simbolo e del nome “Fuori Sistema”. Alessandro Di Mauro, presidente del Consiglio comunale, ha poi condannato le affermazioni di Zappalà: “Certi commenti non si fanno nemmeno al bar, figuriamoci in un’aula consiliare“.
In Italia dilaga l’omobitransfobia istituzionale
L’uscita di Zappalà a Siracusa non è però purtroppo un incidente isolato, ma lo specchio un ambiente istituzionale sempre più permeabile a un linguaggio di disprezzo normalizzato. L’omobitransfobia è una strategia ben rodata che si insinua ormai facilmente nei consigli comunali, nei parlamenti e nelle amministrazioni locali con una leggerezza inquietante. C’è chi lo fa con più malizia, chi con meno, ma il risultato non cambia.
A Napoli, un padre arrestato per aver picchiato il figlio quindicenne perché gay viene scarcerato tra gli applausi; a Perugia, Clara Pastorelli di Fratelli d’Italia si domanda se la tutela dei diritti LGBTQIA+ possa causare disturbi alimentari.
A Roma, un insegnante viene minacciato e poi aggredito dopo aver proiettato Il ragazzo dai pantaloni rosa, mentre a Roma, Walter Pacifici – espondente FdI – nega che il pestaggio di una coppia gay a Capodanno abbia avuto una matrice omofoba, liquidando il tutto con un arrogante “questo lo dite voi”. E poi a Genova, la destra si rifiuta nuovamente di condannare un’aggressione omofoba, e a Teverola insulti contro la comunità LGBTQIA+ vengono pronunciati durante un consiglio comunale senza che nessuno si scomodi a censurarli.
Tutto questo solo dall’inizio dell’anno. Difficile ormai parlare di semplici scivoloni o di ignoranza individuale: quello che si delinea è un clima ostile che si radica nelle istituzioni, dove l’omobitransfobia diventa sempre più spesso un mezzo di legittimazione politica.
