Si sa, le correnti politiche che si agitano oltreoceano tendono a incresparsi rapidamente anche sulle sponde europee. Così, dopo gli Stati Uniti, anche l’Unione Europea potrebbe trovarsi a dover fare i conti con nuove restrizioni alla partecipazione delle atlete trans nelle competizioni sportive femminili.
L’iniziativa porta la firma di Marco Squarta, eurodeputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione per la cultura e l’istruzione, che giovedì ha presentato un’interrogazione alla Commissione Europea chiedendo se l’UE intenda seguire l’esempio americano. Il riferimento è all’ordine esecutivo firmato da Donald Trump a febbraio, che ha imposto un divieto generalizzato per le donne trans nello sport femminile, mascherandolo sotto la retorica della tutela della competizione.
Ma la questione è tutt’altro che un dibattito tecnico sullo sport. Da anni la comunità LGBTQIA+ è diventata un bersaglio privilegiato di una narrazione reazionaria che usa lo sport come cavallo di Troia per legittimare una più ampia agenda di esclusione. Mentre le istituzioni sportive internazionali continuano a elaborare criteri basati su evidenze scientifiche, il dibattito pubblico viene infatti fagocitato da una retorica d’odio che trasforma le persone trans in una minaccia sociale. Un copione già visto, che sfrutta paure infondate per raccogliere facili consensi, in un’epoca in cui il backlash conservatore avanza con preoccupante determinazione.
UE e atlete trans, la destra europea segue le orme di Trump
L’interrogazione presentata da Squarta – ex presidente del Consiglio regionale dell’Umbria e ora eurodeputato – si inserisce perfettamente nel solco della retorica trumpiana, adottandone non solo i contenuti, ma anche il linguaggio e l’approccio polemico. La richiesta, rivolta alla Commissione Europea, è apparentemente neutra: un’indagine sull’impatto della partecipazione delle atlete transgender nelle competizioni femminili. Ma tra le righe il messaggio è chiaro: l’UE dovrebbe inasprire il proprio quadro normativo, seguendo l’esempio delle restrizioni già introdotte negli Stati Uniti.
I termini scelti da Squarta lasciano del resto poco spazio all’interpretazione. Si parla di “correttezza delle competizioni sportive” e del pericolo rappresentato dalla cosiddetta “retorica woke”, formula divenuta il passe-partout della destra sovranista per delegittimare ogni politica di inclusione. Un lessico che riecheggia fedelmente quello già impiegato nel 2022, quando l’allora presidente del Consiglio regionale umbro si era scagliato contro l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole, liquidandola come un tentativo di veicolare la fantomatica “ideologia gender”.
Il riferimento al modello statunitense non è casuale. A febbraio, l’amministrazione Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta alle donne transgender di gareggiare nelle categorie femminili, imponendo sanzioni severe alle istituzioni scolastiche e universitarie che non si adeguano. La decisione ha generato un effetto domino: la NCAA (National Collegiate Athletic Association) ha formalmente escluso le atlete transgender dalle competizioni femminili, legittimando una narrazione costruita sull’allarmismo e sulla semplificazione. Ora, quella stessa strategia sembra trovare terreno fertile in Europa, dove la destra sta riproponendo lo stesso schema, con le stesse parole d’ordine.
Il mito del vantaggio competitivo delle atlete trans
E ora arriviamo al nodo della questione. Pochi argomenti suscitano un dibattito tanto acceso quanto quello del presunto vantaggio competitivo delle donne transgender nello sport. Un’idea che, a prima vista, potrebbe apparire intuitiva, ma che si scontra con la realtà della biologia e con le evidenze scientifiche più recenti.
Una revisione pubblicata sul British Journal of Sports Medicine ha analizzato l’impatto della terapia ormonale sulle prestazioni atletiche, rilevando che, dopo un anno di trattamento per la riduzione del testosterone, la forza e la resistenza delle atlete transgender subiscono un calo sostanziale. Altri studi hanno evidenziato come le differenze fisiologiche tra donne trans e donne cisgender tendano a ridursi progressivamente, rendendo il concetto di “vantaggio biologico” ben più sfumato di quanto suggerisca la retorica dominante.
Consapevole della complessità della questione, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha aggiornato nel 2021 le proprie linee guida, superando il criterio rigido del livello di testosterone per adottare una valutazione caso per caso, a seconda della disciplina sportiva. Una scelta dettata da un principio semplice: la performance atletica è il risultato di un insieme di fattori – genetici, ambientali, strategici – e ridurla esclusivamente a una questione ormonale significa distorcere la realtà stessa dello sport. Se l’obiettivo fosse l’equità assoluta, dovremmo allora mettere in discussione anche la partecipazione di atlete cisgender con caratteristiche genetiche atipiche, come una maggiore densità ossea o una capacità polmonare fuori dal comune.
Ma, come spesso accade, il dibattito non è mosso dalla scienza, bensì da un’agenda politica. L’obiettivo non è garantire la correttezza delle competizioni, ma costruire una narrazione in cui le persone transgender vengano percepite come un’anomalia, un elemento disturbante da escludere per preservare un’idea statica e monolitica di femminilità.
La linea trumpiana ha il sostegno del candidato favorito alla presidenza del CIO
E così, il tema si è ormai incagliato nelle sabbie mobili della politica, diventando il nuovo vessillo della destra conservatrice. Per ora, il Comitato Olimpico Internazionale continua a ribadire la necessità di garantire inclusione senza minare la competitività, ma la pressione esercitata da governi reazionari potrebbe accelerare una stretta normativa.
Su questo fronte, la posizione di Sebastian Coe, presidente della World Athletics e favorito per la presidenza del CIO alle elezioni di marzo, è chiara da tempo: “La biologia prevale sull’identità di genere quando si tratta di sport“, ha dichiarato più volte, a sostegno di una linea che esclude le atlete transgender dalle competizioni femminili di alto livello e impone vincoli rigidissimi anche alle atlete con variazioni dello sviluppo sessuale, come Caster Semenya. La World Athletics ha codificato un’idea di equità ridotta esclusivamente a parametri fisiologici, un modello che sta diventando riferimento per chi, come Squarta, spinge per una regolamentazione più restrittiva anche in Europa. Il confine tra l’ossessione per un presunto equilibrio competitivo e la volontà di escludere è però sempre più sfumato.
Le organizzazioni per i diritti umani evidenziano inoltre da tempo il paradosso di una retorica che si ammanta di femminismo per escludere le donne trans, ma che ignora sistematicamente le reali condizioni delle atlete cisgender, troppo spesso penalizzate da disuguaglianze economiche e strutturali ben più incisive sul piano sportivo.
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