Amnesty International denuncia un nuovo e preoccupante capitolo nella deriva autoritaria della Tunisia. Tra settembre 2024 e gennaio 2025, almeno 84 persone—per lo più uomini gay e donne transgender—sono state arrestate in diverse città del paese con accuse che spaziano dalla “sodomia” all’“indecenza pubblica”.
I numeri, raccolti dalla ONG tunisina Damj – Association for Justice and Equality, potrebbero tuttavia essere solo la punta di un iceberg ben più vasto, alimentato da un sistema repressivo che utilizza la legge come strumento di persecuzione e la moralità pubblica come pretesto per soffocare il dissenso.
È del resto il sintomo di un progetto politico ben preciso: consolidare il potere del presidente Kais Saied attraverso la creazione di un nemico interno, distrarre l’opinione pubblica dalla crisi economica e ridefinire i confini di una Tunisia che, dalla rivoluzione del 2011 in poi, ha vissuto in bilico tra promesse democratiche e ricadute autoritarie.
La persecuzione della comunità LGBTQIA+ si inserisce dunque proprio in questa logica di restaurazione: colpire un bersaglio facile, marginalizzato e privo di tutele legali, per costruire un consenso reazionario in un paese che annaspa tra inflazione galoppante, disoccupazione e isolamento internazionale.
Tunisia, l’odio istituzionale parte dai social

Nulla è però frutto del caso. Così, a partire dallo scorso settembre, i feed social dei tunisini sono stati inondati da una valanga di contenuti d’odio senza precedenti. Centinaia di pagine, molte delle quali riconducibili a gruppi vicini al presidente, iniziano a diffondere contenuti carichi di omofobia e transfobia.
La narrativa è chiara e ripetitiva: “l’ideologia gender” sarebbe una minaccia per la morale pubblica tunisina, un’“infiltrazione occidentale” che mina i valori tradizionali. In poche settimane, la retorica discriminatoria si sposta dai social ai media mainstream: giornalisti, opinionisti e conduttori televisivi alimentano un discorso incendiario, chiedendo lo scioglimento delle ONG LGBTQIA+ e invocando l’arresto degli attivisti.
Non è una dinamica nuova. La persecuzione delle minoranze come strumento di consolidamento del potere è una strategia collaudata in regimi autoritari. La campagna d’odio online ha così creato il terreno fertile per giustificare la repressione, fornendo alla polizia il pretesto per intensificare gli arresti.
E gli schemi repressivi sono sempre gli stessi: retate arbitrarie, sequestri illegali di dispositivi elettronici, utilizzo di messaggi privati e fotografie come prove a carico degli arrestati. Ma c’è di più. Le forze dell’ordine hanno affinato le loro tattiche, utilizzando esche digitali per adescare persone LGBTQIA+ su app di incontri e social media, incastrandole con accuse di “prostituzione online” o “offesa alla pubblica decenza”.
Altri sono stati arrestati dopo che la polizia ha fatto irruzione nelle loro abitazioni senza mandato. E poi ci sono le torture. Gli esami anali forzati, pratica condannata dalle Nazioni Unite come atto di tortura, vengono ancora utilizzati per “dimostrare” l’omosessualità degli accusati. Il caso dei due uomini condannati a un anno di carcere dopo essere stati sottoposti a questi esami lo scorso dicembre ne è solo un esempio.
Tunisia, la legge che criminalizza l’identità queer
La repressione ha dopotutto una solida, per quanto vaga, base giudiziaria. La criminalizzazione dell’omosessualità in Tunisia – paese definito ancora “sicuro” da molti stati europei – è sancita dall’articolo 230 del codice penale, che punisce la “sodomia” e il “lesbismo” con pene fino a tre anni di carcere. Ma la macchina repressiva non si ferma qui. Articoli come il 226 e il 226 bis, con formulazioni volutamente sfocate contro “l’indecenza” e gli atti ritenuti “offensivi della morale pubblica”, vengono applicati in modo selettivo per colpire persone LGBTQIA+ e dissidenti politici.
Non sono norme nate oggi. La loro origine risale all’epoca coloniale, ma è nel clima di restaurazione autoritaria promosso da Kais Saied che queste disposizioni hanno trovato una nuova funzione: quella di tappare ogni falla nel controllo sociale e di cementare un sistema basato sulla paura.
L’approccio repressivo, tuttavia, è anche una risposta alla crescente instabilità economica e politica. Con un paese in profonda crisi finanziaria, un tasso di disoccupazione giovanile alle stelle e le trattative con il Fondo Monetario Internazionale in stallo, il governo tunisino si trova di fronte alla necessità di creare capri espiatori per deviare il malcontento. La persecuzione delle persone LGBTQIA+ risponde perfettamente a questa logica: colpire una minoranza già marginalizzata, mobilitare il consenso reazionario e distogliere l’attenzione dalle vere cause della crisi.
Il ministero della Giustizia ha persino spinto oltre questa retorica repressiva rilasciando, ad ottobre 2024, una dichiarazione ufficiale in cui ha condannato l’uso di piattaforme come TikTok e Instagram per la diffusione di contenuti “contrari alla moralità pubblica”, sollecitando azioni legali contro chiunque produca materiali che “minano i valori morali”.
Poche settimane dopo, cinque content creator—tra cui Khoubaib, popolare influencer queer —sono stati arrestati e condannati a pene detentive fino a quattro anni e mezzo.
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Tunisia, ONG e attivisti sotto assedio
Se la comunità LGBTQIA+ è diventata il bersaglio privilegiato del regime, lo è ancora di più chi si batte per difenderla. Le ONG tunisine sono ormai sotto assedio: i loro membri vengono convocati per interrogatori, i loro uffici vengono perquisiti, i loro fondi vengono bloccati.
A denunciarlo ad Amnesty International sono Saif Ayadi – responsabile dei programmi di Damj -, più volte interrogato, e Mira Ben Salah – attivista trans e coordinatrice dell’ufficio di Damj a Sfax – sottoposta a ripetuti interrogatori e sotto accuse multiple per il suo lavoro con rifugiati e migranti LGBTQIA+. E mentre il governo reprime senza sosta, le denunce di violenze e minacce rivolte agli attivisti rimangono inascoltate.
Di fronte a questa escalation, molte persone LGBTQIA+ stanno cercando di lasciare il paese. La Tunisia, che nel 2011 era stata il simbolo della Primavera Araba e della speranza democratica, è ora un luogo sempre più pericoloso per chiunque non rientri nei rigidi schemi imposti dal regime. Il rischio concreto, oggi, è che il paese scivoli definitivamente verso una chiusura totale degli spazi di resistenza e dissenso.
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