Venerdì 19 giugno, alla Casa di Quartiere Garibaldi-Streheler di Milano, si è tenuto il convegno “Il caso Senegal. L’onda omofoba in Africa. Quale impegno per i diritti umani?“, organizzato nell’ambito della Festa dell’Unità del Municipio Uno. C’eravamo. Abbiamo ascoltato, registrato, preso appunti. Ecco cosa è emerso.
La serata si apre con la proiezione di Goor-Jigeen, il documentario del 2019 di Alberto Amoretti e Giovanni Hänninen. Tra le testimonianze raccolte allora, una resta impressa più delle altre: un ragazzo che dice di non voler scappare dal Senegal. Vuole restare, costruire un centro di rifugio per persone LGBT+ nel suo paese. Crede che un giorno la gente capirà quanto sia sbagliata quella legge. La storia è andata nella direzione opposta. Finora.
Visualizza questo post su Instagram
Sette anni dopo, le cose non sono andate come sperava. Da marzo 2026 la legge che criminalizza l’omosessualità in Senegal è stata inasprita, e gli arresti si contano ormai a decine, le stime al ribasso sono di almeno 300 arresti dai primi di aprile 2026 ad oggi. Ma quella testimonianza resta un punto fermo: anche in Senegal, c’è chi è pronto a restare e lottare.
Una sutura che si è rotta
Dani Carnassale, antropologo culturale che da anni studia il tema tra le università di Padova e Venezia, parte da lontano. Il Senegal di oggi, dice, non è il Senegal di sempre. Fino alla fine dell’Ottocento e nei primi del Novecento, viaggiatori europei raccontavano di persone libere di vestire con abiti dell’altro genere, senza che questo provocasse reazioni violente. Esiste in lingua wolof una parola, vicina al concetto di “sutura“, che indica la discrezione: si può vivere la propria identità in una sfera privata, senza per questo subire condanna sociale. Non coming out, ma tolleranza silenziosa.
Qualcosa è cambiato a partire dagli anni ’80, con la diffusione dell’HIV. Per parlare di prevenzione si è dovuto definire pubblicamente i rapporti omosessuali, e da lì la percezione sociale è progressivamente peggiorata. La sutura ha retto a lungo, ma negli ultimi anni si è incrinata: la repressione è aumentata, e con essa la necessità per chi è LGBT+ di organizzarsi in collettivi sempre più clandestini.
Carnassale racconta anche cosa succede a chi arriva in Italia. Molte persone senegalesi LGBT+ mantengono i legami con la famiglia d’origine, ma con cautela: la paura più diffusa è che un compagno possa, anche involontariamente, far sapere ai parenti rimasti in Senegal della propria vita sentimentale qui. Una doppia vita che continua anche a migliaia di chilometri di distanza.
Il silenzio, anche qui
Stefania Ragusa, giornalista della Rivista Africa, porta un dato che pesa più di ogni analisi. Negli ultimi giorni, mentre si cercava di coinvolgere persone senegalesi per partecipare alla conferenza, ha contattato decine di persone con cui aveva parlato altre volte, alcune anche piuttosto esposte sui social. Nessuna ha accettato di essere presente, nemmeno tra chi vive in Italia da anni. Capivano l’importanza del tema, ma nessuno se l’è sentita.
Ragusa nota che lo stesso silenzio vale anche al contrario: nessuna istituzione, nessun rappresentante senegalese ha mai chiamato lei o i suoi colleghi per dire “brava” per il lavoro di denuncia fatto. Un silenzio che, dice, fa più male di tante prese di posizione esplicite.
Le voci da dentro
Adelard Kananira, fondatore dell’associazione Gay Christian Africa, porta una prospettiva diversa, più interna al continente. Il punto, dice, non è tanto la legge in sé, quanto la tempistica con cui è stata approvata. A febbraio le autorità senegalesi avevano arrestato 14 persone nell’ambito di un’inchiesta internazionale su un network di sfruttamento sessuale di minori, condotta insieme alla magistratura francese. Pochi giorni dopo, a marzo, la legge anti-omosessualità veniva inasprita. Kananira si chiede se quella tempistica sia stata usata per accelerare l’approvazione della norma, cavalcando l’indignazione pubblica. Lo dice con cautela, parla di “coincidenza”, forse di “strategia”, non esclude nemmeno un disegno più organizzato, ma ammette di non avere certezze. Resta una domanda aperta, non un’accusa.
Kananira critica anche la narrazione con cui in Occidente si racconta questa vicenda. L’espressione “onda omofoba in Africa“, dice, rischia di riprodurre lo stesso schema con cui da sempre si parla del continente: solo povertà, solo arretratezza. Un’Africa che non esiste, o che non è tutta l’Africa. C’è anche bellezza, anche speranza, anche resistenza, e una narrazione che amplifica solo la polemica rischia di non aiutare nessuno.
Aggiunge un altro argomento, citando il Sudafrica: è stato il primo paese al mondo a inserire in Costituzione la tutela delle persone LGBT+, il quinto ad aver approvato il matrimonio egualitario. Eppure le persone continuano a essere uccise. Lo stesso vale per le mutilazioni genitali femminili in Senegal, reato dal 1999: la pratica riguarda ancora oltre il 70% delle ragazze under 5. Le leggi, da sole, non bastano se la cultura non cambia.
Storie
Yannik Nkemto, attivista LGBT+ originario del Camerun e oggi residente a Torino, riporta tutto al livello delle persone. Le persone LGBT+ africane, dice, fanno le stesse cose di chiunque altro: vanno al lavoro, tornano a casa, hanno una vita quotidiana. Ma vivono sotto una paura costante: paura di denunciare un furto, paura di andare in ospedale, paura di perdere il lavoro.
Racconta due episodi della sua vita prima di arrivare in Italia: un ragazzo arrivato in una città che non conosceva, rischiando di essere scoperto dai vicini di casa; un amico, anche lui in fuga, la cui storia si è conclusa tragicamente. Nkemto non entra troppo nei dettagli, ma il dolore, dice, resta comunque vivo. Oggi è attivista a Torino, dove dal 2018 porta avanti un gruppo di sostegno per richiedenti asilo LGBT+. E si dice pronto a fondare un’associazione dal nome “AfroRainbow”.
Cosa può fare l’Europa
Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, inquadra il caso senegalese dentro una tendenza più ampia: un arretramento generale delle garanzie democratiche, che colpisce per prime le categorie più fragili: donne, persone LGBT+, minoranze. Cita il caso del Burkina Faso, dove gli stessi attivisti di Amnesty hanno dovuto lasciare il paese a febbraio per motivi di sicurezza.
Una notizia positiva, dice Bonetti, arriva dall’Unione Europea: il 21 maggio è stata ampliata la direttiva sulla tutela delle vittime di reato, includendo protezioni specifiche per le persone LGBT+ che denunciano crimini legati al proprio orientamento o identità di genere. Gli Stati membri avranno due anni per adeguarsi. Bonetti ricorda anche che la Francia, il 12 giugno, ha condannato ufficialmente l’inasprimento della legge senegalese, un gesto che, dice, l’Italia per ora non ha fatto.
Il nodo del gemellaggio e l’accoglienza
Paolo Hutter, giornalista che ha organizzato e moderato l’incontro, incalza il consigliere comunale di Milano Alessandro Giungi su un punto concreto: si può interrompere il gemellaggio tra Milano e Dakar, così come è già successo in passato con altre città per altre violazioni dei diritti umani?
Giungi non scioglie il nodo, ma apre la discussione. Spiega che un gemellaggio è soprattutto un legame simbolico, distinto dai rapporti di cooperazione economica o turistica, che possono esistere anche senza di esso. Per questo, dice, prima di arrivare a un’interruzione, ritiene necessario usare il gemellaggio stesso come canale di dialogo con la municipalità di Dakar. Annuncia che porterà la questione in Consiglio comunale, insieme alla presidente Elena Buscemi.
Giungi aggiunge un’osservazione critica: teme che l’attenzione mediatica e politica su questa legge crescerebbe solo se a esserne colpito fosse un cittadino occidentale, magari italiano. Un atteggiamento che definisce lui stesso discriminatorio. Per questo si dice favorevole a rafforzare fin da subito le possibilità di asilo e protezione umanitaria per chi fugge dal Senegal a causa della propria omosessualità. A tal proposito Paolo Hutter ha parlato della storia della donna lesbica senegalese, intervistata dallo stesso Hutter per Gay.it, che insieme alla sua compagna e al loro figlio è in attesa di capire se e come potrà lasciare il Senegal per chiedere asilo in Italia.
Quel ragazzo, oggi
Kananira chiude con un aneddoto. Una leader religiosa aveva pubblicamente denunciato, nome e cognome, un membro della propria comunità accusandolo di omosessualità. Il giorno dopo, è stata la stessa congregazione a difenderlo: erano lì per pregare, hanno detto, non per ascoltare quell’odio. Alla fine quella persona è stata protetta dalla sua stessa comunità.
Non sono storie che fanno notizia. Non vengono pubblicate, non si sa quasi mai quante siano. Ma esistono, dice Kananira, anche se non le vediamo. È forse lo stesso filo che lega quella congregazione al ragazzo del documentario del 2019, quello che non voleva scappare. Chissà che fine ha fatto. Chissà se è ancora lì, a costruire quel rifugio che sognava. O almeno, ancora, a sperare che un giorno… forse.
