È assordante il silenzio dei Pride italiani su ciò che sta accadendo alle persone LGBT in Senegal e in altri paesi africani. Se ne parlerà a Milano venerdì 19 giugno alle 18 alla Casa di Quartiere Garibaldi-Streheler di Corso Garibaldi 27, nell’ambito della Festa dell’Unità. Il convegno è “Il caso Senegal. L’onda omofoba in Africa. Quale impegno per i diritti umani?“. Proprio a Milano lo scorso 16 maggio c’era stata una mobilitazione davanti al consolato senegalese alla quale avevano aderito pochissimi attivisti LGBTIQ+, forse troppo affaccendati a digitare commenti indignati sui social.

Trecento arresti nella prima metà del 2026, nessuna assoluzione, persone trattenute in carcere. Il Senegal è diventato uno dei laboratori repressivi più aggressivi al mondo nei confronti delle persone LGBTQIA+, e la sua legge, approvata a marzo, fa già scuola: il Niger, che non aveva una norma analoga, l’ha prontamente imitata. La scia era stata già segnata da Burkina Faso e Ghana, mentre in Uganda la deriva omobitransfobica di Stato era iniziata con la ferocissima legge ugandese del 2023.
Per chi segue Gay.it la storia è nota. La legge senegalese criminalizza gli atti sessuali definiti “contro natura” con una pena minima di cinque anni di carcere, e nella sua versione più recente estende la perseguibilità anche alla “propaganda e promozione” dell’omosessualità. Ma la realtà della repressione, come emerge dal monitoraggio dei siti di informazione senegalesi, va anche oltre il testo della norma.
Come funziona la persecuzione

Non servono testimoni oculari. Bastano messaggi “languidi” trovati nei telefoni, videochiamate erotiche, conversazioni private. In passato, in altri paesi con leggi analoghe, gli avvocati riuscivano a difendere gli imputati proprio sull’assenza di prove dirette. Oggi in Senegal questo non accade più.
C’è un elemento ancora più inquietante: nella stragrande maggioranza dei casi documentati, gli arrestati non solo ammettono i rapporti sessuali, ma fanno i nomi di altri partner. Non esiste nella legge alcuno sconto di pena per chi denuncia “complici”. L’unica spiegazione plausibile, e agghiacciante, è che quelle confessioni siano estorte con torture fisiche o psicologiche. Un meccanismo che ricorda, tristemente, le pratiche documentate nell’Enciclopedia dell’Omocausto.
A questa logica repressiva si aggiunge un altro strumento: l’accusa sistematica di contagio volontario dell’hiv. Compare in quasi tutti i casi, e sempre quando l’arrestato è hiv+, indipendentemente dal fatto che si stesse curando o meno. Il presidente Sonko, intervistato da France 24 il 15 giugno, ha rivendicato apertamente questo approccio: «La stampa occidentale sottovaluta il fatto che ci stiamo difendendo dall’HIV». Non si era mai visto un abuso così sistematico del concetto di contagio volontario.
Un’omofobia che non è solo africana

Sarebbe comodo, e sbagliato, liquidare tutto questo come un problema “africano”. L’onda repressiva ha corrispondenze precise: l’ex spazio sovietico influenzato ancora dalla ferocia della Russia di Putin, la Turchia, e dinamiche che in forme diverse attraversano molti contesti nazionali e religiosi. Nel mondo interconnesso in cui viviamo, su Facebook attivisti omofobi senegalesi litigano con utenti italiani in italiano. Qualche omofobo italiano si aggrega a loro.
C’è poi la questione identitaria sollevata dal movimento panafricano, che celebra Sonko con lo slogan “l’Africa non è l’Occidente“. Ma allora: un senegalese nato in Francia cos’è? E la legge anti-LGBT vale anche per i turisti bianchi? Se no, siamo di fronte a un’omofobia etnica, non morale, non un peccato universale, ma un tradimento della purezza nazionale. Esistono due omofobie di Stato: quella religiosa e quella nazionalista. La seconda, che riserva il “vizio” occidentale ai bianchi già corrotti, negando agli africani persino il diritto di esistere come LGBT, è la più vicina all’ideologia nazista.
La risposta non può essere la chiusura delle frontiere, inutile e illiberale. La risposta è la scuola: multietnica, multireligiosa, educata alla convivenza nelle differenze.
Se ne parla a Milano venerdì 19 giugno
Un’occasione concreta per discuterne è quella di venerdì 19 giugno sera a Milano. Alle 18:00 alla Casa di Quartiere Garibaldi-Streheler di Corso Garibaldi 27, nell’ambito della Festa dell’Unità del Municipio Uno, si tiene il convegno “Il caso Senegal. L’onda omofoba in Africa. Quale impegno per i diritti umani?”
Si comincia con la proiezione del documentario “Goor-jigeen“ (2019) di Alberto Amoretti e Giovanni Hänninen. Alle 18:30 prende avvio il dibattito, coordinato dal giornalista Paolo Hutter, con: Dani Carnassale (antropologo culturale), Stefania Ragusa (giornalista, Rivista Africa), Adelard Kananira e Yannik Nkemto (attivisti LGBT africani in Italia), Alba Bonetti (presidente Amnesty Italia) e Elena Buscemi (presidente del Consiglio comunale di Milano).
Il documentario Goor-Jigeen (Man-Woman)

La serata si apre con la proiezione di Goor-Jigeen (Man-Woman), documentario del 2019 diretto da Alberto Amoretti e scritto insieme a Giovanni Hänninen. Il titolo prende il nome dall’insulto wolof con cui in Senegal si indica un uomo gay, letteralmente “uomo-donna”, e racconta la lotta quotidiana delle persone LGBT+ in un paese dove l’omosessualità è punita con il carcere. Girato tra Dakar, Marrakech e l’Europa, il film dà voce ad attivisti che rischiano la vita per difendere i diritti della comunità, a giovani costretti all’esilio e bloccati nel limbo burocratico del Marocco, in attesa di una protezione internazionale che può richiedere anche trent’anni. Goor-Jigeen è stato selezionato in festival internazionali tra cui il NewFilmmakers di Los Angeles. È un viaggio nel passato recente, quando la deriva che è ormai sotto i nostri occhi, si manifestava in modo subdolo, ma chiaro. E qualcuno, come Amoretti e Hännine, lo aveva documentato.
