Su Spotify c’è una playlist chiamata “Written by Jacopo Ettorre”. Nel momento in cui scriviamo conta 152 brani, e scorrerli vuol dire ripercorre una pagina alquanto corposa della musica italiana degli ultimi anni. C’è infatti anche la sua penna dietro successi come “Dove e quando”, “Tribale”, “Furore” e “Pare”, solo per menzionare qualche hit. All’ultimo Festival di Sanremo Ettorre ha messo mano a ben 4 pezzi: “Il ritmo delle cose”, “Amarcord”, “Anema e core”, “Febbre“. Il 4 aprile, però, il cantautore nato a Forlì e cresciuto a Bologna torna a far sentire la propria voce pubblicando, con il nome d’arte Jacopo Èt, il nuovo album “Sammy, Cabiria, etc. etc.”.
Il progetto, dopo le anticipazioni dei mesi scorsi, arriva a compimento con la pubblicazione delle ultime 3 tracce che chiudono il disco. Gay.it ha raggiunto Jacopo Ettorre per parlare dell’album, ma anche del lavoro – spesso di squadra – che c’è dietro i grandi successi pop che amiamo di più.
Jacopo Èt presenta l’album “Sammy, Cabiria, etc. etc.”
Il disco vuole essere un album di ricordi. Che cosa merita di essere ricordato?
Sono sia ricordi personali sia ricordi di una coscienza collettiva, come quando cito Sammy Jankis del film “Memento” e Kaiser Soze de “I soliti sospetti”. A livello testuale e letterario mi sono ispirato anche all’opera di mio zio, Attilio Lolini, un poeta importante della fine del ‘900 e che a livello culturale ho scoperto relativamente tardi perché da ragazzino fai fatica a interpretare la poesia.
Sei un nostalgico?
Ho avuto il mio periodo di estrema nostalgia, ma grazie al lavoro come autore che mi permette di confrontarmi con artisti anche molto più giovani di me oggi quella nostalgia è stata scalzata dalla volontà di approcciare le cose contestualizzandole nel presente. Mi piace però attingere a un certo tipo di bagaglio culturale perché inevitabilmente, almeno a livello di vita personale, certe situazioni non capiteranno probabilmente più.
Le 3 nuove canzoni che completano il disco di che cosa parlano?
Una racconta l’approccio al digitale e ai social, così come il declino da un lato di un certo tipo di informazione, e dall’altra della figura della celebrità che, a differenza di oggi, una volta era un’icona irraggiungibile. Un altro brano è stato scritto dopo un viaggio a Tangeri: io e la mia ragazza eravamo gli unici due bianchi occidentali di tutta la città. È stato interessante perché essere una “minoranza” mi ha spogliato di una serie di convinzioni. Dal primo secondo ho avvertito che lì non poteva fregare a nessuno di me e questo è stato utile per vedere le cose da un altro punto di vista. La terza canzone è un flusso di coscienza. Non sono fan delle canzoni motivazionali, però questa ha qualcosa di motivazionale, è un mio modo contorto per dire: “Ce la faremo anche stavolta”.
In “Sammy Jenkis” canti: “Sono stanco di dover piacere a chi pensa che il mio non sia un mestiere”. La musica viene ancora vista come hobby?
È parte della cultura nazionale, all’estero le professioni creative godono di un altro rispetto. Mi è successo anche pochi giorni fa in taxi, quando il tassista mi ha chiesto cosa facessi nella vita: “Scrivo canzoni”, “Ma ci vivi?”. Io ormai ci rido. È assurdo però che il pubblico non riconosca nel creativo, del quale consuma quelle stesse creazioni che lo fanno stare bene, una figura essenziale. Quei versi in “Sammy Henkis” sono uno sfogo, mi piace mandare qualche leggera frecciatina ai tempi che corrono.
Quando hai iniziato cantavi quel che scrivevi. Poi per un po’ hai smesso: come mai ti sei “silenziato”?
Nel 2013 avevo abbandonato la musica, e da lì a poco ho capito che non avevo le idee chiare di cosa cantare. Non era la mia strada. Ci ho riprovato nel 2018-2019 ma non mi sentivo ancora a fuoco. Poi nel 2021 è arrivato il mio primo album, ma una parte extramusicale ha fatto interrompere il percorso.
Che cosa è successo?
Non ho trovato un’organizzazione interessante a livello di live, sono andato altrove a ricercare la mia musica perché avevo la sensazione di aver già cambiato la mia vita. Non ero più quel che raccontavo in quel disco, e quindi mi sono rimesso in discussione. Ora penso di aver trovato una dimensione di scrittura, sonorità e comunicazione che racconta forse per la prima volta chi sono come essere umano. In passato ho avuto la tendenza a mettermi il mantello dell’artista, invece questo è un disco che racconta l’essere vivente che sono. Sono contento di aver ricominciato da qui, e adesso l’idea è di non interrompermi più per così tanto: vorrei suonare, lavorare ad altre canzoni, non voglio fare un’altra pausa lunga.

Jacopo Ettorre, la penna magica del pop italiano
Tra le canzoni scritte per altri ce n’è stata una che ti è dispiaciuto lasciar andare o che non escludi di voler incidere in futuro con la tua voce?
No, per me è impossibile. Nonostante sia felicissimo di tante canzoni che ho scritto e ci sia del personale in molti di quei brani che hanno cantato altri, non c’è una canzone che doveva essere mia e non lo è stata. Tanto merito è anche degli artisti che hanno portato quelle stesse canzoni a essere ciò che sono. Se penso a “Tuta Gold” senza Mahmood non sarebbe la stessa cosa: cantata da me sarebbe agghiacciante, non credibile.
Quando un brano come quello ha un successo così importante non senti mai la pressione per ciò che farai dopo?
Vivo nella convinzione che le curve non saranno mai tutte in su e nemmeno tutte in giù. Approccio i picchi verso l’alto subito in modo critico, dicendomi che poi scenderanno. Ho 10 anni di esperienza nell’industria musicale, so che esiste l’hype sugli artisti, sugli autori e i produttori, e a me non piace l’hype. Così facendo non vivo la pressione: io voglio fare il mio, scrivere canzoni senza il pensiero di dover realizzare il prossimo singolo della vita, anche perché con questo atteggiamento non viene fuori niente che mi convinca.
I primi successi come autore
Quando hai capito che ce l’avevi fatta come autore e che stava per cambiare concretamente qualcosa?
Nel 2019 sono uscite un paio di canzoni: “Dove e quando” di Benji e Fede, e “Senza farlo apposta” che Shade e Federica Carta hanno portato a Sanremo. Sarà che era la prima volta che annunciavano il mio nome al Festival, e che “Dove e quando” quell’estate mi rimbalzava nelle orecchie ovunque andassi, ma ho capito che poteva esserci un dopo. Da lì a poco ho cambiato anche casa editrice e ho iniziato a collaborare con Universal, che ha un team di autori molto forti. Quella “competizione” interna mi ha fatto fare un salto tecnico di scrittura, di approccio, ricerca e ascolto.
I primi sfizi che ti sei tolto con i ricavi di questo lavoro?
L’universo delle scarpe mi rovina (ride, ndr). Diciamo che da quando ho potuto comprarmi quelle snekaers in più che mi interessavano senza pensarci più di tanto ho goduto abbastanza. A parte questo ho un approccio conservativo alle cose: la macchina è la stessa dal 2010, lo scooter è quello che mi regalarono i miei genitori nel 2008 per i 18 anni. Il fatto di avere una casa di proprietà è un bellissimo lusso ovviamente, ma per il resto faccio una vita abbastanza contenuta.
L’esperienza a Sanremo 2025
In occasione dell’ultimo Sanremo si è parlato di pochi autori che hanno firmato molti brani con un rischio appiattimento nel repertorio degli artisti.
Tra i brani che ho co-scritto per questo Sanremo ci sono “Il ritmo delle cose” di Rkomi e “Anema e core” di Serena Brancale: chi sente una somiglianza tra queste canzoni o è sordo o non parla la mia lingua. Quando mi approccio ai brani cerco di ascoltare anche quel che arriva dall’estero proprio per evitare di “stagnare” all’interno di ascolti esclusivamente italiani e di cadere in un appiattimento reale; poi può esserci un ritorno, un richiamo al mio gusto personale, ma cerco sempre di esplorare cose che non ho mai fatto. Quanto al fatto di essere un autore presente da un po’ di anni a questa parte posso dire che me lo sono guadagnato sul campo. Pensa che a Sanremo non avevo nemmeno il pass del teatro! Ogni volta che volevo avvicinarmi all’Ariston facevo la fila per il metal detector, capisci di che personaggio potente stiamo parlando? (ride, ndr). L’unica cosa che ho capito nel tempo è che posso avere un certo tipo di gusto e intuizione nella scrittura di canzoni e questo mi ha portato ad essere un autore che lavora su tanti progetti. Non ci sono dietrologie, non ho accordi strani.
Tanti autori di grido ma poche donne, come mai? C’è qualche firma femminile da tenere d’occhio?
Gaia è spesso autrice delle cose che fa e secondo me ha sempre delle idee interessanti. C’è Valeria Palmitessa che ultimamente si è fatta notare e ha collaborato nel disco di Tony Effe, oppure Nuvola, anche lei autrice. È vero che c’è una presenza maggiore maschile. Purtroppo credo sia un derivato di anni precedenti che ha dato spazio a un patriarcato musicale di un certo tipo. Ora però vedo che le cose stanno cambiando. Non vedo l’ora di conoscere tante autrici per collaborarci.
Jacopo Ettorre e il lavoro con le popstar italiane
In passato hai scritto anche con Romina Falconi: che cosa pensi della sua penna nel panorama nazionale?
Scrivere quel pezzo, “Latte+”, è stato super divertente. L’aveva prodotto Katoo, che è lo stesso produttore con cui ho lavorato io per il mio disco. Romina ha un modo di scrivere molto evocativo e cinematografico. Mi piace anche il suo linguaggio, perché non le manda a dire ma sempre con un certo tipo di raffinatezza, c’è un’ironia molto intelligente dentro la sua scrittura. Ricordo con piacere la nostra sessione.
Più di recente hai lavorato con Paola e Chiara, che tranne rarissime eccezioni hanno sempre scritto integralmente tutto quel che hanno cantato. Com’è stato collaborare con loro? Hai percepito qualche resistenza o si sono fidate?
È nata da subito una buona intesa. Loro hanno una loro visione testuale e melodica che mettono sul piatto, io posso averne un’altra ma se è una sessione fra persone che hanno un certo tipo di esperienza ci si intende: si capisce dove c’è l’intuizione e dove c’è uno scadere in una formula peggiorativa. Mi sono capitate invece sessioni con altri artisti per cui la sera tornavo a casa bollito, non ne potevo più di “fare la guerra” per imporre un certo tipo di soluzione piuttosto che un’altra.
E in quei casi chi cede?
Dipende da tanti fattori. Si possono fare anche due versioni e se la tua, una volta fatta ascoltare a manager, casa discografica e amici, va per la maggiore si capisce in maniera abbastanza democratica chi aveva ragione e chi no. Non sento di aver mai avuto la bacchetta magica in vita mia, quindi per me è una questione di sensazione, ma se non viene recepita dall’artista chi sono io per impormi con troppa insistenza? Non è il mio modo di fare.
Visti i risultati del Festival di Sanremo pensi che il pubblico abbia voglia di un ritorno del cantautorato?
Speriamo! Il cantautorato esiste da sempre e sempre esisterà. Non mi pare che abbia smesso di esistere fino all’anno scorso. Magari non era a Sanremo, ma non vuol dire niente.
Torneremo invece a canzoni slegate dalle logiche di TikTok e che non si esauriscono in 2 minuti?
Tanti brani mi sembra stiano diventando virali grazie alla seconda strofa, che è una parte della canzone a cui pensavamo non saremmo più arrivati. Sto anche vedendo artisti che ricominciano ad andare verso i 4-5 minuti. Dipende dal pubblico di riferimento e da quanta voglia si ha di rischiare di imporre una propria visione. Io personalmente per il mio progetto non punto su un pubblico che mi skippa dopo 5 secondi, non è la mia idea perché io non lo farei. Quando mi approccio alla musica regalo almeno 20-30 secondi, anche se sono cacofonici dall’inizio. All’estero sto notando la tendenza della canzone dentro la canzone, il cosiddetto beat switch. Dopo 2 minuti cambia il sapore della strumentale: magari è qualcosa che fra un po’ vedremo anche in Italia.