A partire da novembre 2024, la Serbia è diventata teatro di una delle più grandi mobilitazioni popolari della sua storia recente. La scintilla, il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, costato la vita a 16 persone. Una tragedia attribuibile – secondo i manifestanti – alla malagestione delle infrastrutture pubbliche da parte del governo Vučević, dimessosi proprio in seguito alle proteste. 

Ma sarebbe ingenuo credere che la rabbia esplosa nelle piazze serbe sia nata solo da lì. Il disastro ha semplicemente fatto traboccare un vaso già colmo di corruzione sistemica, gestione clientelare delle risorse pubbliche, censura e repressione del dissenso.

In pochi giorni, quella che era una protesta studentesca si è trasformata in una sollevazione nazionale, con manifestazioni in oltre 400 città e paesi. E mentre il governo, sempre più vicino al modello repressivo russo, tentava di etichettare le voci critiche come “agenti stranieri”, le strade si riempivano di chi, invece, invocava giustizia, trasparenza e diritti civili. In questo clima, la comunità LGBTQIA+ – da sempre bersaglio facile della retorica sovranista – ha trovato una ragione in più per scendere in piazza.

Queste proteste rappresentano un momento cruciale per tutti i movimenti progressisti, compreso l’attivismo LGBTQIA+”, ci racconta Dušanka Tomašević, Coordinatrice del programma di advocacy per Labris, la più prominente associazione lesbica della Serbia. “Abbiamo deciso di unirci agli studenti per mostrare che i nostri diritti non sono separati dalle rivendicazioni per una società più giusta. Siamo con loro, nelle strade, quando possiamo. Sempre, con solidarietà”.

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Serbia, la piazza come spazio di resistenza (anche se imperfetto)

Quella che sta scuotendo la Serbia non è dunque solo una rivolta contro il degrado infrastrutturale, ma una lotta più ampia contro un governo che, nel corso degli ultimi mesi, ha rafforzato il proprio impianto autoritario. Lo ha fatto anche adottando due leggi anti-LGBTQIA+ ispirate direttamente al modello russo: quella sugli “agenti stranieri”, pensata per colpire le organizzazioni indipendenti e riceventi fondi dall’estero, e una normativa sulla “propaganda gay” che replica pericolosamente la retorica repressiva del Cremlino.

In questo contesto, la scelta di Labris di unirsi alle proteste ha un valore doppio: simbolico e concreto. “Sosteniamo le richieste degli studenti per un cambiamento democratico, ma anche la necessità di ribadire che i diritti LGBTQIA+ sono parte integrante di questo cambiamento”, spiega Tomašević.

La società civile serba, tuttavia, resta ancora profondamente attraversata da pregiudizi radicati. Secondo un sondaggio, il 57% della popolazione continua a ritenere che l’omosessualità sia una malattia. Un dato che non solo racconta la distanza culturale rispetto al discorso sui diritti, ma spiega anche le numerose aggressioni subite dalla comunità LGBTQIA+ nel corso degli anni, e il motivo per cui diversi Pride sono stati cancellati – a partire dal primo, nel 2001, segnato da violenze brutali. A portare per la prima volta questa tensione all’attenzione internazionale è stata la polemica, mai sopita, attorno all’Europride 2022 a Belgrado: un evento per mesi sospeso tra divieti e concessioni, boicottaggi istituzionali e pressioni religiose. Una resistenza che non è solo del governo o della Chiesa ortodossa, ma che riflette l’orientamento di una fetta consistente dell’opinione pubblica e politica serba.

Determinati elementi visivi e simbolici delle proteste — come bandiere serbe, icone religiose e striscioni legati a slogan nazionalisti — riflettono un movimento che, pur chiedendo cambiamento democratico, resta in gran parte plasmato da narrazioni populiste. Questo contesto naturalmente presenta delle limitazioni per la visibilità LGBTQIA+ all’interno delle proteste”.

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Eppure, qualcosa si muove anche nei dettagli.Durante queste proteste, è diventato più comune vedere persone che intervengono per zittire insulti omofobi” racconta Tomašević. “Un piccolo segnale, certo. Ma importante. È il segno che una nuova consapevolezza può farsi largo anche in spazi popolari dove l’omofobia è stata storicamente tollerata”.

Non mancano momenti di solidarietà più espliciti:Un esempio forte è arrivato dagli studenti della Facoltà di Medicina di Novi Sad, che hanno condannato pubblicamente l’aggressione subita da un loro collega gay. Si sono esposti, hanno preso posizione. È questo che serve”.

Serbia, l’attivismo LGBTQIA+ ai tempi della repressione

Agire in Serbia oggi, però, significa resistere. Soprattutto se si rappresenta una comunità costantemente sotto attacco. Per Labris, ciò ha significato ridefinire le proprie strategie di sopravvivenza e di lotta. “Ci siamo dovuti abituare a lavorare tra le maglie strettissime della censura. Abbiamo rafforzato la rete interna alla comunità e decentralizzato le attività, per raggiungere anche le aree meno visibili fuori da Belgrado” spiega Tomašević. La repressione cresce, e così l’attenzione alla sicurezza: “Abbiamo attivato corsi di sicurezza digitale e creato spazi sicuri per i nostri incontri. È diventata una priorità”.

In parallelo, si intensificano le alleanze con organizzazioni internazionali.Collaboriamo con ILGA-Europe, EL*C, ERA, NELFA, e con la Rete delle Donne Contro la Violenza. Queste partnership ci permettono di rafforzare la nostra voce, ma anche di portare le istanze serbe nei consessi internazionali. Non possiamo permetterci l’isolamento”.

L’appartenenza al Consiglio d’Europa – spesso più efficace, secondo Tomašević, della prospettiva di adesione all’Unione Europea – viene utilizzata per far leva su strumenti giuridici come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. “Il processo di adesione all’UE viene spesso percepito come imposto dall’esterno e incontra molte resistenze. Per questo, preferiamo affidarci agli strumenti esistenti per chiedere il rispetto dei nostri diritti”.

La solidarietà internazionale, dunque è fondamentale. “Abbiamo bisogno che l’Europa non ci lasci soli. Il sostegno esterno – economico, mediatico, politico – è ciò che ci permette di continuare a esistere, anche quando le istituzioni nazionali ci ignorano o ci osteggiano apertamente”.

Diritti congelati in un paese sotto influenza

Le richieste della comunità LGBTQIA+ serba non sono diverse da quelle avanzate in gran parte dell’Europa: riconoscimento delle unioni civili, protezione contro le discriminazioni, accesso paritario alla sanità, all’istruzione, al lavoro. Eppure, ogni passo avanti è bloccato da un intreccio di fattori: un presidente conservatore, Aleksandar Vučić, una Chiesa ortodossa profondamente influente, e una società civile ancora ostile.

Abbiamo leggi antidiscriminazione, ma spesso restano lettera morta. Mancano i meccanismi di monitoraggio e le sanzioni efficaci. Serve molto di più”, denuncia Tomašević.

Ma a rendere la situazione ancora più difficile è l’ombra di Mosca, che si allunga su Belgrado in maniera sempre più evidente. “L’influenza russa non è solo politica, è anche culturale e mediatica” spiega Tomašević. “La retorica anti-occidentale è alimentata dai media filorussi, che diffondono odio verso le minoranze e difendono il modello autoritario di Putin. La Serbia viene spinta in quella direzione: più repressione, più controllo, meno diritti”.

Tra i principali attori ostili ai diritti LGBTQIA+ ci sono i partiti populisti di destra come Zavetnici, che pur non essendo entrati in Parlamento, sono parte dell’orbita del partito di governo e hanno promosso politiche apertamente omotransfobiche, con il sostegno della Chiesa. Il loro obiettivo? Silenziare le voci dissidenti, cancellare la visibilità LGBTQIA+, riscrivere i testi scolastici per eliminare ogni riferimento alla diversità.

Eppure, nel cuore della Serbia che si solleva, Labris continua a lavorare, a sostenere, a resistere.La nostra speranza è che questa protesta apra un varco. Non solo per noi, ma per tutte le persone marginalizzate. La lotta per i nostri diritti è la stessa lotta per la democrazia. E noi non ci tireremo indietro”.

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