40 edizioni e non sentirle. In questi giorni il Lovers Film Festival sta celebrando i suoi primi quattro decenni di vita, primo Festival del Cinema a tematica LGBTQIA+ d’Europa nonché 3° al mondo, con il suo co-fondatore Giovanni Minerba presidente di giuria nella sezione lungometraggi. 40 anni or sono Minerba diede vita insieme all’amato Ottavio Mai a Da Sodoma a Hollywood, prima storica edizione del Festival Internazionale di Film con Tematiche Omosessuali, oggi diventato Lovers.
Morto Mai, nel 1992 suicida in ospedale dove si trovava ricoverato causa aids, Minerba ha continuato a dirigere il Festival fino al 2016, per poi passare il testimone ad Irene Dionisio prima e a Vladimir Luxuria poi.
Tra una proiezione e l’altra non potevamo non ripercorrere 40 anni di storia di Lovers con colui che l’ha co-ideato. Giovanni Minerba in persona, in memoria di Ottavio Mai.
Partiamo dalle origini. Come nasce l’idea di un Festival del Cinema LGBTQIA+?
“L’idea venne ad entrambi dopo l’ennesima discussione, dopo aver visto un film che non ci piaceva perché c’erano le classiche stereotipate situazioni che riguardavano il personaggio gay. Il film era Le occasioni di Rosa di Salvatore Piscicelli. Era il 1981. Noi avevamo amato Immacolata e Concetta – L’altra gelosia, sempre di Piscicelli, quindi ci aspettavamo qualcosa di simile. E invece non ci piacque. Ne discutemmo e alla fine dissi a Ottavio di comprarsi la sua telecamera e di farsi i suoi film. E così facemmo. L’indomani mattina comprammo la nostra prima telecamera e realizzammo il nostro primo film, Dalla vita di Piero. È il 1982”.

E a quel punto cosa accadde?
“Che venne preso in diversi Festival, in Italia e all’estero. Dal Salento Film Festival ci chiesero se volessimo fare un cortometraggio ad hoc. Lo realizzammo, Messaggio, durava 15 minuti, andò al Festival del Cinema Europeo a Lecce e venne acclamato da Paolo D’Agostini, su LaRepubblica, che scrisse di 7 minuti d’applausi. Sia Dalla vita di Piero che Messaggio erano autobiografici. All’epoca Maurizio Costanzo organizzava con Rete4 un Festival del Cinema con 3 sezioni ad hoc, partecipammo e fummo premiati da una giuria enorme, composta tra gli altri da Giuliano Montaldo, Ida de Benedetto, Vittorio Caprioli. Subito dopo la Rai di chiese di fare il remake di Dalla vita di Piero per Rai3, a Torino, cambiando il titolo in Giovanni. A quel punto, andando in giro per i festival, capimmo che c’erano film a tematica queer che avrebbero meritato un loro spazio. Ci dicemmo di provare a fare anche noi un Festival. Presentammo il progetto che è stato fermo per circa 2 anni, finché non è arrivato questo nuovo assessore, Marziano Marzano. Ed era stato fermo con una giunta di centrosinistra. Mentre questo assessore che ci diede ascolto era socialista. Ma c’era poco tempo. Il 28 giugno 1985 organizzammo con il suo patrocinio, e con il suo contributo, una serata di testimonianze e musica con solo donne di teatro, musica, lirica. Il Festival vero e proprio partì ufficialmente l’anno successivo, nel 1986”.
Ma voi all’epoca eravate a conoscenza che in Europa non ci fosse nulla di simile?
“Non sapevamo niente, a Londra arrivarono un anno dopo di noi. Sapevamo che c’erano due Festival del Cinema Gay in America, a San Francisco e Los Angeles”.
Immagino le difficoltà anche nell’organizzare un qualcosa che semplicemente non esisteva. Come funzionava la selezione del film?
“Eh, all’epoca non era mica come adesso. Andavo alla posta per fare un fonogramma, o un fax, per dire a chi di dovere che ci avevano segnalato un film chiedendo se potessero farcelo vedere. E ci mandavano un vhs. Il primo anno partimmo con solo 12 film in Concorso. Poi è arrivato Berlino, con la sezione Panorama del Festival del Cinema che era praticamente la principale vetrina dei film a tematica gay. A quel punto divenne relativamente più facile perché andavamo direttamente a Berlino, eravamo entrati in contatto con loro, iniziammo a fare rete”.

La città di Torino, invece, come accole la nascita di Da Sodoma a Hollywood?
“Bene, da subito. Ma i primi tre anni furono un po’ difficoltosi rispetto alla comunità omosessuale. Perché i film non avevano il visto censura, quindi in Italia erano vietati ai minori. All’epoca il Festival non era ancora amministrato e gestito dal Museo del Cinema, che è arrivato solo nel 2005. Per far funzionare la cosa dovevamo quindi dar vita ad un’associazione culturale. Per entrare in sala lo spettatore doveva iscriversi, prendere la tessera dell’associazione. E in quei primi 3 anni molta gente non voleva farla. Arrivavano, scoprivano la cosa della tessera e andavano via. Avevano paura. Poi questo meccanismo è cambiato e a quel punto pian piano il Festival è decollato. Sin dai primi anni. Facemmo un omaggio a Rosa von Praunheim, poi una retrospettiva sul cinema di Derek Jarman con realizzazione del volume Derek Jarman e il suo Cinema, che all’epoca in Italia nessuno sapeva chi fosse. Con l’arrivo del BFI London Festival ampliammo la nostra rete. Nonostante la nostra ignoranza dal punto di vista organizzativo, decollammo”.

Nei tuoi 31 anni da direttore ci sono mai state polemiche politiche con le varie amministrazioni che si sono succedute?
“Assolutamente sì. Sin dalla prima edizione. Quando l’assessore socialista Marziano Marzano finanziò il Festival, ci fu una polemica da parte della Democrazia Cristiana che era in giunta e aveva votato a favore per la delibera, senza rendersi conto di che tipo di Festival si trattasse. Noi ci costruimmo un piccolo documentario che l’anno dopo presentammo a Londra, al neonato Festival. Ma per 40 anni non è mai mancato l’appoggio del Comune”.
E della Regione?
“Anche, tranne gli anni di presidenza di Roberto Cota, dal 2010 al 2014. Leghista. Non potevamo mettere il logo del patrocinio della Regione Piemonte ma il contributo arrivava comunque tramite il Museo del Cinema. Nello stesso anno, quando la Regione tolse per la prima volta il suo patrocinio arrivò quello del governo. Mara Carfagna, che era ministra alle pari opportunità, lo diede a nostra insaputa. A noi ci arrivò un telegramma da parte segreteria della ministra”.

In 40 anni avete portato per la prima volta in Italia tantissimi autori LGBTQIA+. Ce n’è qualcuno di cui vai particolarmente fiero?
“Darek Jerman, come detto, ma anche Gus Van Sant, che vinse il suo primo premio in assoluto a Torino, con Mala Noche. Era il 1988. Ma anche François Ozon e Todd Haynes, abbiamo avuto la prima europea di due degli ultimi film di Ken Russell, mentre Luca Guadagnino mi ha pubblicamente ringraziato, a me e al Festival”.
Perché?
“Perché lo chiamai in giuria nel 2003 e insieme a lui c’era anche Barbara Alberti, che conobbe e con cui co-sceneggiò prima Melissa P. e successivamente Io sono l’amore. Pochi anni dopo eravamo al matrimonio di Alberto Barbera e un produttore con la sua compagna francese mi raccontarono che Berbardo Bertolucci, imbeccato proprio da Guadagnino, gli aveva parlato del Festival”. “Ma ci sono tanti film che ricordo con piacere. Penso a Werner Schroeter o a Buddies di Arthur J. Bressan, tra i primissimi film a parlare di aids. Era l’anno in cui Ottavio scoprì di essere sieropositivo. Fece particolarmente effetto”.
Ma ora che è cambiato tutto rispetto a 40 anni fa, perché i film a tematica LGBTQIA+ hanno spesso una distribuzione, si possono trovare in streaming, ha ancora senso un Festival del Cinema ad hoc, e se sì, perché?
“Assolutamente sì, perché c’è un pubblico che preferisce comunque vederli su grande schermo, i Festival rimangono un’occasione di fruizione per un certo tipo di pubblico. E anche di dibattito, di conoscenza, di scambi culturali. E poi c’è da dire che solo una minuscola parte di film a tematica LGBTQIA+ riescono a trovare una distribuzione. Senza i Festival moltissimi titoli non si riuscirebbero a vedere. Ma devo dire, e questo un po’ mi dispiace, che negli ultimi 15 anni fatico a trovare tracce politiche nei film a tematica LGBTQIA+, perché i nostri Festival sono nati proprio per dar voce a quelle storie, a quelle rivendicazioni sociali. All’inizio c’erano alcuni critici convinti che un Festival del Cinema LGBTQIA+ non potesse interessare anche la comunità etero, che erano limitanti e limitati. Capirono subito di essersi sbagliati. Gianni Rondolino scrisse un pezzo specifico chiedendo scusa. Chiunque fosse maggiorenne poteva venire a vedere i nostri film, erano i benvenuti. E lo sono ancora oggi”.


