Andrea Arru a Gay.it: “Negli occhi della mamma di Andrea Spezzacatena ho visto tutto, sull’omofobia c’è ancora un durissimo lavoro da fare” – Intervista

Il bullo del film "Il ragazzo dai pantaloni rosa" ci ha raccontato del suo amore per la recitazione, della sua infanzia in Sardegna e del suo rapporto con i fan.

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Andrea Arru, giovane attore in forte ascesa nel cinema italiano, ha interpretato magistralmente il complesso ruolo del compagno omfobo nel film "Il ragazzo dai pantaloni rosa", sulla dolorosa vicenda di Andrea Spezzacatena, ucciso dall'omobitransfobia.
Andrea Arru, giovane attore in forte ascesa nel cinema italiano, ha interpretato magistralmente il complesso ruolo del compagno omfobo nel film "Il ragazzo dai pantaloni rosa", sulla dolorosa vicenda di Andrea Spezzacatena, ucciso dall'omobitransfobia.
13 min. di lettura

Qualche settimana fa, in vista delle festività pasquali, sono tornato in Sardegna per concedermi qualche giorno di vacanza. Dopo aver assistito a una scena da tipica commedia romantica all’aeroporto – protagonisti due ragazzi e un addio troppo dolce per non lasciarmi il segno – e prima di essere rapito dai familiari per i classici pranzi di festa, ho deciso di raggiungere Ploaghe, un piccolo paese di quattromila abitanti nel cuore dell’Isola, per incontrare il giovane attore Andrea Arru. E devo dirvelo: sono rimasto piacevolmente stupito.

Nonostante i suoi 17 anni, Andrea si è lasciato andare con naturalezza, portandomi nel suo mondo fatto di recitazione, nostalgia e consapevolezze profonde. Come quella, per esempio, di essere cresciuto troppo in fretta per inseguire un sogno: «Mi sto iniziando a sentire un po’ troppo adulto per quello che sono».

Una riflessione che da un lato mostra le fragilità di un giovane professionista, dall’altro racconta tutta la tenacia – quella che conosciamo bene noi sardi – di chi è disposto a tutto pur di non rinunciare ai propri obiettivi. Vivere su un’isola come la Sardegna, del resto, quasi mai aiuta: «Se vieni da un’isola, come noi, cambiare regione è un viaggio, un volo, oppure un traghetto strapieno che parte alla sera tardi, molto tardi, molto lento», hanno raccontato Geppi Cucciari e Mahmood in “Splendida Cornice.

Eppure Andrea, forse proprio perché non ha piani B, è riuscito a conquistare tuttə con la sua recitazione, fino ad aggiudicarsi persino un Webboh Award – gli Oscar della Generazione Z – come miglior attore 2025 per il suo ruolo da bullo nel film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”. Nonostante questo, però, resta con i piedi ben piantati a terra: il suo obiettivo, appena finirà le superiori, è iscriversi a un’accademia di recitazione per continuare a crescere.

Perché, come mi ha raccontato in un pomeriggio tra vento di maestrale e copioni da studiare (sarà uno dei protagonisti della nuova stagione de “I Cesaroni 7 – Il ritorno“), la fama può arrivare all’improvviso. Ma il talento, quello vero, si costruisce un passo alla volta, con costanza, coraggio e determinazione.

E Andrea, da vero sardo, non ha alcuna intenzione di arrendersi.

Buona lettura!

Andrea Arru
Andrea Arru premiato come “Miglior Attore dell’anno” a Webboh Awards 2025

Andrea Arru è l’attore del momento: il suo sogno è diventato realtà

Miglior attore ai Webboh Awards 2025: te lo saresti mai aspettato?

«Sinceramente no, però, mi ha fatto piacere perché è un riconoscimento abbastanza importante. Poi non mi aspettavo così tanta gente».

Che effetto ti ha fatto?

«È stato abbastanza destabilizzante. Ho sempre avuto una grande difficoltà a parlare davanti a un grande pubblico, più che altro ad avercelo proprio davanti. Perché magari, finché sei dietro uno schermo, ti senti un po’ più protetto.

Invece lì avevo circa un migliaio di persone che mi stavano guardando mentre ero sul palco; quindi, un po’ di ansia l’ho avuta. Però alla fine, quando sei lì per lanciare un messaggio importante e vieni premiato per un film come “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, che ha un significato forte, capisci che non puoi sbagliare».

Come ti sei sentito tu, come persona e come artista, sul set di un film così intenso e importante come “Il ragazzo dai pantaloni rosa”?

«Sapevo che stavo interpretando un ruolo importante e sentivo una grande responsabilità, ma all’inizio non sapevamo che Il ragazzo dai pantaloni rosa” sarebbe diventato il film più visto del 2024, o che sarebbe stato diffuso in tutte le scuole. Il successo è stato inaspettato».

Hai detto: “Interpretare Christian è stato un po’ complicato“. Perché?

«Il mio personaggio era un po’ puntiglioso, diciamo. Però per me era chiaro che, per l’importanza che aveva questo progetto, bisognava farlo in un certo modo. Non avevo nemmeno in testa l’idea di poter sbagliare. Quindi ho cercato di dare tutto me stesso, non perché sapessimo che il film sarebbe stato un successo — quella era una cosa impossibile da prevedere — ma proprio per rispetto della storia che stavamo raccontando.

E poi ogni tanto sul set veniva anche la mamma di Andrea Spezzacatena a vedere come stavano andando le riprese. Mi capitava di incrociarla e ogni volta che la vedevo sentivo addosso un carico di responsabilità enorme».

Com’è stato l’incontro con Teresa (la mamma di Andrea Spezzacatena)?

«L’ho conosciuta meglio dopo l’uscita del film, durante la fase di promozione, quando ci vedevamo spesso agli eventi. Il momento più toccante, però, è stato quando c’è stata la prima a Roma. Guardare il film, con lei seduta accanto a me, è stato molto complicato. Già il film di per sé è una mazzata, ma averla lì accanto rendeva il tutto ancora più intenso, più reale.

Quella sera abbiamo scambiato anche qualche parola… mi è bastato guardarla negli occhi per capire cosa significa perdere un figlio per una piaga come il bullismo. È stato un momento che mi ha fatto capire ancora di più quanta sofferenza possono causare anche solo delle battutine stupide, dette senza pensare. Me lo ricordo bene: è stato davvero toccante».

In quale momento hai realizzato l’importanza del film?

«Sicuramente quando abbiamo fatto la prima a Roma: dopo la proiezione ci sono stati, senza scherzare, quindici minuti di applausi ininterrotti. Lì forse ho capito davvero il peso che aveva quel film».

Ti è stato difficile interpretare il ruolo di un ragazzo omofobo? Ti sei mai interrogato, come Ben Affleck, su una possibile omofobia interiorizzata?

«Una cosa che ho notato è che, ormai, certi atteggiamenti da bullo omofobo si conoscono anche senza bisogno di documentarsi. Ne abbiamo viste talmente tante che certe cose — le parole dette, i gesti fatti — diventano quasi uno “standard” ed è facile replicarle.

Una scena però mi ha toccato particolarmente: quella in palestra, quando Andrea mi salta addosso per festeggiare la vittoria. Era solo un gesto di affetto tra amici, niente di intimo, ma nel film io interpreto un ragazzo che, sentendosi osservato dai compagni, si distacca da lui e, anzi, si vendica poco dopo per paura che gli altri possano pensare che sia omosessuale come Andrea.

Questa cosa succede ancora tantissimo nella nostra società: se un ragazzo dimostra affetto a un altro ragazzo, anche solo con un abbraccio o un bacio sulla guancia, viene visto male, molto più di quanto succeda tra ragazze. È una cosa che, secondo me, ci è stata imposta dalla società, e che ancora viene giudicata male da chi ha una mentalità più retrograda.

Quindi no, non mi è risultato difficile interpretarlo: quegli sguardi giudicanti che il mio personaggio sentiva… probabilmente li avrei sentiti anch’io nella vita reale».

 Sei soddisfatto di come hai interpretato il ruolo?

«Su alcune cose sì. Però ti dico, io sono molto critico verso il mio lavoro: tendo sempre a farmi un po’ a pezzi; quindi, difficilmente riesco a essere completamente soddisfatto di un ruolo.

Però, alla fine, non ho tanto da rimproverarmi, se non qualche aspetto tecnico, delle cose mie da attore che col tempo si migliorano. Per esempio, riguardando il film, ho notato — anche grazie al mio coach — che in alcune scene avrei potuto scandire meglio certe parole. Sono dettagli di dizione, cose un po’ noiose da spiegare, ma niente di grave».

 E rispetto all’approccio al personaggio?

«Penso di sì. Quando la gente mi dice “Ti ho odiato” oppure mi scrivono ragazzini che difendono Andrea mandandomi messaggi di odio senza distinguere la realtà dal film… in realtà lì mi rincuoro, perché vuol dire che sono stato realistico. Se hanno provato così tanta antipatia verso di me, allora vuol dire che il lavoro è stato fatto bene».

Andrea Arru Il ragazzo dai pantaloni rosa
Andrea Arru – Il ragazzo dai pantaloni rosa | Foto: Ufficio stampa Netflix

Andrea Arru e il suo faccia a faccia con l’omobitransfobia: «C’è ancora un durissimo lavoro da fare»

Su Gay.it registriamo casi di omobitransfobia in aumento: a te è capitato di vederla nella società?

«Personalmente no, non l’ho vissuta direttamente. Però, ti dico, non sono atteggiamenti rari: uno comunque li vede, li sente, anche se magari non si arriva al bullismo diretto o all’odio esplicito. Tra i ragazzi, per esempio, le battutine ci sono spesso. Anche solo per scherzare: basta fare qualcosa che non piace a qualcun altro e subito ti senti dire “che sei frocio” o cose del genere.

Penso che tutti, in Italia, purtroppo, ci siano cresciuti intorno a queste cose. E se sei un ragazzo omosessuale, magari non ancora dichiarato, e vivi in un contesto piccolo, sentirle può fare ancora più male.

Io vengo da un paesino di quattromila abitanti nell’entroterra sardo, e ti assicuro che certi atteggiamenti si vedono ancora: se anche solo passa un ragazzo di colore per strada, ancora oggi fa “strano” per qualcuno… quindi ti lascio immaginare come vengono trattati gli omosessuali.

Siamo migliorati, certo, ma c’è ancora un durissimo lavoro da fare, soprattutto in questi posti dove certe cose fanno molta più fatica ad arrivare».

Che cosa pensi servirebbe davvero per cambiare questa mentalità nei piccoli centri?

«Secondo me per cambiare davvero la mentalità bisognerebbe partire dai più giovani.

Un film da solo non riesce a cambiare l’idea popolare più di tanto, soprattutto tra chi è già più grande. Io stesso esco con persone di 22-23 anni e vedo che lì è più difficile scardinare certi pregiudizi. Ma sui ragazzi più piccoli, quelli che magari stanno alle medie o hanno appena iniziato le superiori, qualcosa il film l’ha fatto, secondo me. Anche solo il fatto che abbia aperto dibattiti sui social è importantissimo: lì cominciavano a nascere discussioni, ragionamenti, confronti… ed è da lì che puoi davvero cambiare qualcosa».

Dopo l’uscita del film, ti è capitato che qualcuno ti scrivesse per raccontarti la sua storia o ringraziarti?

«Sì, tanti ragazzi mi hanno scritto in privato raccontandomi le loro storie di bullismo o discriminazione. E il fatto che non si vergognassero a parlarne è già un grande passo avanti. A noi hanno sempre insegnato a reprimere queste cose, a non parlarne. E invece se non ne parli ti chiudi, ti isoli, come succedeva ad Andrea nel film.

Conosco tante persone omosessuali che, vivendo in paesini come il mio, hanno nascosto la loro identità per anni, per paura di essere trattati diversamente… e purtroppo questa paura è reale, succede davvero. Per questo penso che il film sia stato molto importante proprio tra i più giovani, anche perché è stato mandato tanto nelle scuole, cercando di prevenire certi meccanismi ancora prima che si radichino».

Cosa diresti oggi a chi si sente fuori posto come Andrea Spezzacatena?

«Non sono nessuno per dare lezioni, ma ti dico quello che penso.

Se ti senti fuori posto come Andrea, la cosa più importante è parlarne. Magari con un insegnante, un amico, un genitore… anche se all’inizio può sembrare imbarazzante. Tutti noi abbiamo vissuto in qualche modo situazioni di esclusione, anche banali — al parco, in vacanza —, ma quando queste cose si ripetono, soprattutto a dodici anni, possono sembrare un tunnel senza uscita.

Parlare con qualcuno che ha più esperienza può aiutarti a ridimensionare quel dolore e a vedere una via d’uscita che in quel momento ti sembra impossibile».

E a chi invece si comporta come Christian?

«Per un ‘Christian’ della situazione invece è più complicato.

Io ho avuto una chiacchierata molto interessante con una psicologa — Cruda, non so se la conosci — e abbiamo parlato proprio di questo: spesso chi fa il bullo è a sua volta una vittima, sta soffrendo per qualcosa. Quindi a chi si comporta come Christian direi: provate a risolvere i vostri mostri interiori prima di infierire sugli altri.

Non generalizzo, perché ogni storia è diversa, ma credo davvero che se uno riesce a elaborare i suoi problemi senza riversarli sugli altri, può poi relazionarsi e socializzare molto meglio».

Andrea Arru: «La recitazione è il mio piano A. Non ho piani B»

Andrea Arru
Andrea Arru | Foto: Instagram @andreaa_arru

Tu che bambino sei stato?

«Ero un bambino molto sportivo, sempre pieno di energia. Una cosa che mi manca tantissimo oggi, perché il lavoro mi sta proprio prosciugando. Io, infatti, ho dovuto smettere di essere un bambino un po’ prima del previsto. Mentre gli altri erano fuori a giocare, io avevo già responsabilità abbastanza grosse, e questo mi ha fatto crescere un po’ più in fretta, portandomi ad avere consapevolezze maggiori rispetto a molti miei coetanei».

Quale bel ricordo ti porti dietro da questi primi passi come attore?

«Ogni volta che riuscivo ad uscire dal mio Paese ero felicissimo. Ho scoperto che non è una cosa così scontata; conosco tanti miei coetanei che sono nati e cresciuti in Sardegna e che ancora oggi non sono mai usciti dall’Isola. Per me, già da piccolo, era impensabile non esplorare il mondo. Sono stato fortunato: il lavoro mi ha permesso di viaggiare, di aprirmi la mente e di avere una visione più ampia».

Hai sempre avuto il sogno di diventare attore?

«No, in realtà no. Fino a dieci anni, l’attore per me era solo un modo per saltare la scuola. Non lo prendevo nemmeno sul serio come un vero lavoro. Però, alla fine, mi ha salvato. Io non avevo quel classico sogno da bambino, tipo “Voglio fare il veterinario”. Il mio piano A è sempre stato l’unico e ora mi rendo conto che non ho piani B, quindi non posso fare altro. Questo è il mio unico percorso, non può fallire. Ho iniziato a lavorare come attore a sei anni, quindi sono ormai quasi undici anni che sono nel mondo della recitazione».

Quanto sei orgoglioso dei risultati che stai ottenendo?

«Sono molto contento di come stanno andando le cose. Essere attore è un percorso che ha tante fasi, e non è facile arrivare a lavorare in modo costante. Ci sono momenti in cui può passare anche un anno senza trovare lavoro, e questo fa nascere tante paranoie. Mi sono chiesto più di una volta: “Sto facendo la cosa giusta? Conviene continuare?”. È una lotta, soprattutto se non hai un progetto pronto. Ma quando alla fine arrivano i frutti del lavoro, la tensione si scioglie ed è una sensazione davvero gratificante.

È un mondo molto complicato, perché oltre alla competenza ci vuole anche un po’ di fortuna. È vero, ci sono attori più bravi di me che purtroppo non riescono a trovare lavoro, e questa cosa mi dispiace molto. Però io continuo a formarmi, sto cercando di migliorarmi. Per esempio, tra due anni vorrei entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia per continuare a studiare».

Quanto è importante la bellezza per avere successo nel mondo del cinema?

«La bellezza può sicuramente aiutare, ma non è tutto. Molti ragazzi e ragazze vengono da me e dicono: “Penso di avere il viso giusto per fare questo lavoro”. Ma alla fine non è solo una questione di aspetto fisico. Se non dedichi il giusto tempo a perfezionare le basi della recitazione, non puoi aspettarti di avere successo. La bellezza può aprire qualche porta, ma la vera differenza la fanno la costanza, il sacrificio e la determinazione. Se vuoi davvero fare questo mestiere, devi essere pronto a impegnarti e a lavorare duramente».

 Immagino tu debba rinunciare a parecchie cose per la tua carriera… c’è qualche rinuncia in particolare che ti pesa più delle altre?

«Sì, mi pesa soprattutto il fatto di non aver mai potuto vivere un percorso scolastico “normale”. Anche se continuo a studiare, lo faccio in solitaria, cambiando continuamente scuola. Per esempio, ho fatto il secondo anno a Sassari, il terzo a Roma, e l’ho finito da privatista. Questo perché, se sei un lavoratore, le assenze scolastiche sono un problema: puoi farne massimo 35, ma se lavori per un mese e mezzo, quelle assenze le hai già superate. E così, inevitabilmente, sei costretto a passare al privato.

Non ho mai avuto l’opportunità di completare un anno scolastico insieme ai miei compagni, di fare il percorso in modo regolare. Mi è sempre toccato essere quello “nuovo”, quello diverso, che arrivava già conosciuto per il lavoro. È una cosa che mi manca, perché non puoi scegliere quando fare esperienze come quella. Quando sei sul punto di finirle, capisci che ormai hai preso una strada diversa.

Poi, quante partite di calcio ho perso, quante cose banali che avrei voluto fare… Però è così, è il prezzo che pago. Eppure, se ci ripenso, non sono pentito, è solo un po’ di nostalgia per quello che avrei potuto vivere».

Come vedi il tuo futuro? Ti spaventa o ti entusiasma?

«Sono una persona molto nostalgica; tendo a guardare troppo al passato e, sinceramente, un po’ meno al futuro. L’unica cosa su cui mi concentro davvero è il lavoro. Non mi mette pressione pensare troppo a domani, perché sono uno che vive nel presente. Per il futuro, mi immagino una casa a Roma, che per me sarebbe già un traguardo enorme, considerando quanto sia difficile trovare il giusto posto qui. Avere una casa a Roma sarebbe una benedizione».

Andrea Arru: «Non ero abituato a ricevere così tanta attenzione mediatica»

 

 

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Come vivi l’esposizione mediatica e l’attenzione che ricevi in pubblico?

«Nella vita reale, non mi è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione. Da piccolo, mi dava fastidio anche dover fare il classico discorso di presentazione in classe. Mi sentivo sempre un po’ fuori posto, come se gli altri già sapessero cosa facessi e mi guardassero in modo diverso.

Adesso che sono più conosciuto, per esempio, quando vado a Via del Corso e la gente mi riconosce, mi fa piacere fare foto con i fan, soprattutto con i ragazzini che mi apprezzano. Però, ci sono momenti un po’ complicati, come quando sei in mezzo alla strada, stai correndo perché sei in ritardo, e ti trovi a dover fare foto con un sacco di persone. Magari non hai la faccia giusta o sei un po’ scazzato, ma devi comunque sorridere. È difficile, ma capisco che fa parte del gioco».

Quali difficoltà provi nell’essere riconosciuto in pubblico e come gestisci l’attenzione?

«Quando ero meno conosciuto, non ero abituato a ricevere così tanta attenzione. È stato difficile soprattutto dopo ruoli importanti come quelli di “Diari” e “Il ragazzo dai Pantaloni Rosa”, che mi hanno dato una visibilità enorme. A volte, magari quando incontro dei ragazzi in gita scolastica, diventa un caos. Tutti vogliono fare una foto con te, e magari sono 200 ragazzi; non è facile mantenere l’umore al top in quelle situazioni. A volte, mi sento quasi come se dovessi essere sempre al 100%, con il sorriso e l’atteggiamento giusto, ma non è sempre facile».

 Invece, come ti senti riguardo ai commenti sui social?

«I social sono un po’ più facili da gestire, perché puoi scegliere cosa mostrare e come rispondere. Ho una community abbastanza sana, il che è un vantaggio. Ricevo critiche, ma sono per lo più costruttive e apprezzabili. È raro che qualcuno mi insulti senza motivo. Se capita, di solito è legato al mio ruolo in un film o serie, e in questi casi le critiche non mi disturbano.

Purtroppo, i social permettono anche ai commenti più cattivi di circolare facilmente, soprattutto quando sono anonimi, e quelli sono più difficili da gestire. Però, cerco di non farmi troppo influenzare, anche se ammetto che a volte mi lascio prendere dai complessi, soprattutto quando riguardano cose che non sono sotto il mio controllo, come il mio aspetto o il mio stile».

Che rapporto hai con i commenti negativi?

«Quando ci sono commenti negativi, cerco di non guardarli troppo. So che a volte le critiche non sono giustificate, ma mi capita comunque di riflettere su quello che dicono, anche se magari sono solo osservazioni su dettagli come i miei capelli o il mio modo di vestire. A volte mi metto in discussione, anche se sono commenti soggettivi che non dovrebbero influenzarmi. Però, con il tempo, sto imparando a non farmi prendere troppo. Ma molto spesso su 50 commenti positivi ne basta uno negativo per farmi cambiare umore».

Che consigli daresti a chi vorrebbe avvicinarsi al mondo della recitazione in Italia?

«Il mio consiglio è di non mollare. Io ho fatto molta gavetta. Prima di ottenere un ruolo importante, ci sono voluti anni. Ho iniziato facendo comparse, un lavoro che non è per niente facile. Questo è un aspetto del mestiere che va capito e accettato. Bisogna essere pronti a mettersi in gioco, anche se sembra che non stia mai succedendo nulla. Quando ho ottenuto il mio primo ruolo da protagonista, avevo già fatto circa 50 riprese.

Molti giovani che vogliono intraprendere questa carriera sono terrorizzati dal fatto che le prime porte si chiudono. Dopo i primi no, si demoralizzano e smettono di provarci, non credendo più che il lavoro sia giusto per loro. In realtà, è un lavoro che richiede molta perseveranza. Ci vogliono costanza, impegno e dedizione. E come dicevo prima, anche un po’ di fortuna».

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